Il riordino del sistema fiscale torna a incrociare il mondo del gioco legale. Nel nuovo Testo unico su imposte e reddito, attualmente all’esame del Parlamento, emergono infatti alcuni passaggi che riguardano direttamente casinò e lavoratori del comparto, riaprendo una questione mai del tutto risolta: quella del trattamento fiscale delle mance percepite dai croupier.
Nel dettaglio, lo schema di decreto legislativo richiama – in continuità con quanto già previsto dal decreto di armonizzazione del 2 settembre 1997 – la disciplina secondo cui le mance percepite dagli impiegati tecnici delle case da gioco non concorrono a formare il reddito da lavoro dipendente nella misura del 25% dell’ammontare complessivo ricevuto nel periodo d’imposta. Si tratta di una norma che riconosce la particolarità di queste entrate, ma che allo stesso tempo mantiene una base imponibile su cui calcolare l’Irpef.
Il punto critico, però, è un altro: su quella stessa quota imponibile il datore di lavoro è comunque tenuto a versare i contributi previdenziali all’Inps. Una doppia incidenza che, di fatto, aumenta il costo del lavoro per le case da gioco, incidendo sui margini di gestione.
E qui si apre il nodo economico. Le mance, per loro natura, non sono una componente stabile della retribuzione, ma una quota variabile legata alle vincite dei clienti. Non a caso, già una storica pronuncia della Corte di Cassazione aveva qualificato queste somme come parte – peraltro minima e incerta – delle vincite stesse. Vincite che, secondo la normativa europea recepita in Italia, risultano esenti da imposizione Irpef quando realizzate in casinò autorizzati nell’Unione.
Ne deriva una evidente asimmetria: ciò che per il giocatore è esente, per il lavoratore diventa parzialmente imponibile e, soprattutto, soggetto a contribuzione. Un meccanismo che, oltre a generare complessità, rischia di penalizzare l’equilibrio economico delle strutture.
L’impatto non è solo teorico. L’aumento del costo del lavoro incide direttamente sul risultato di esercizio delle case da gioco, riducendo la redditività e, di conseguenza, anche la capacità di generare entrate per gli enti pubblici proprietari. Nel caso valdostano, il riferimento è evidente al Casinò de la Vallée, dove il legame tra gestione aziendale e finanza regionale è particolarmente stretto.
Un minor utile significa infatti anche una minore capacità di produrre gettito, sia diretto sia indiretto. E il tema si intreccia con altre leve fiscali, come l’imposta sugli intrattenimenti, che rappresenta una componente rilevante per le entrate pubbliche legate al settore.
Da qui nasce una proposta, già circolata in ambito specialistico ma finora rimasta ai margini del dibattito politico: rivedere il trattamento delle mance introducendo forme di compensazione. In particolare, si ipotizza che il risparmio fiscale derivante da una diversa qualificazione delle mance possa essere destinato a strumenti di previdenza integrativa obbligatoria per i lavoratori.
Una soluzione che avrebbe un duplice effetto: da un lato, ridurre il peso del costo del lavoro per le aziende; dall’altro, garantire una maggiore tutela previdenziale ai dipendenti, rafforzando il sistema in chiave parafiscale. Il risultato, almeno sulla carta, sarebbe un miglioramento dei conti aziendali e, a cascata, un incremento delle entrate per la pubblica amministrazione.
Resta però un dato politico: allo stato attuale non risulta la presentazione di emendamenti specifici sul punto, né un’iniziativa coordinata tra i territori interessati dal settore dei casinò. Un’assenza che lascia spazio a interrogativi, soprattutto in una fase in cui il riordino fiscale potrebbe rappresentare un’occasione concreta per intervenire.
Il cantiere è aperto, ma il tempo per incidere non è infinito. E in un settore dove ogni equilibrio è delicato, anche una norma apparentemente tecnica può fare la differenza tra sostenibilità e affanno.













