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ECONOMIA | 16 aprile 2026, 08:00

Anche in Valle d'Aosta sciopero dei giornalisti, la voce stanca di chi racconta il silenzio

Giovedì 16 aprile i giornalisti italiani incrociano di nuovo le braccia. Dieci anni senza contratto, compensi sempre più fragili e un mestiere che rischia di svuotarsi. Anche in Valle d’Aosta la protesta prende forma: non solo una rivendicazione sindacale, ma un grido civile per il futuro dell’informazione

Alessandro Mano, presidente ASVA-FNSI

Alessandro Mano, presidente ASVA-FNSI

C’è un punto in cui anche chi racconta le storie smette di parlare. Non per scelta editoriale, ma per necessità. È quello che accade oggi giovedì 16 aprile, con il terzo sciopero dei giornalisti italiani in pochi mesi. Una protesta che non ha più il tono rituale delle vertenze sindacali, ma quello cupo e ostinato di chi si accorge che il terreno sotto i piedi sta cedendo.

E se vuol capire davvero cosa sta succedendo, si deve partire da qui, dalla Valle d’Aosta. Piccola, periferica, ma spesso anticipatrice di crepe più profonde. Perché da queste parti il giornalismo non è mai stato un mestiere comodo: è una trincea di provincia dove si combatte con pochi mezzi e molta dignità. E oggi anche quella dignità vacilla.

Ad Aosta, nella sede dell’Associazione Stampa Valdostana, il direttivo si apre agli iscritti. Non è un dettaglio organizzativo: è un segnale. Le porte si spalancano perché la crisi non è più contenibile nei corridoi di una riunione ristretta. Alle 11.30, in via Laurent Martinet, non ci sarà solo una seduta monotematica. Ci sarà una comunità professionale che prova a riconoscersi mentre tutto intorno cambia.

Dieci anni senza contratto. Dieci. In un Paese che si riempie la bocca di informazione e democrazia, chi l’informazione la produce è rimasto fermo al palo. È come se un orologio si fosse rotto, ma nessuno avesse avuto il coraggio – o l’interesse – di ripararlo. Nel frattempo, il mondo è andato avanti: digitale, precarietà, algoritmi, click. E i giornalisti? Sempre più spesso freelance sottopagati, collaboratori invisibili, firme usa e getta.

L’equo compenso, di cui tanto si parla, somiglia sempre di più a una promessa scritta sulla sabbia: basta un’onda – una crisi editoriale, un taglio, una ristrutturazione – e sparisce. E così il mestiere si svuota. Non subito, non in modo spettacolare. Ma lentamente, come una diga che perde acqua da mille crepe.

E qui sta il punto più scomodo: quando il giornalismo si indebolisce, non è una categoria a perdere. È la democrazia. Perché un’informazione fragile è un’informazione ricattabile, superficiale, distratta. È un cane da guardia che abbaia piano, per non disturbare.

In Valle d’Aosta questo rischio si sente ancora di più. Perché in un territorio piccolo, dove tutti si conoscono e gli equilibri sono delicati, il giornalista deve già camminare su un filo sottile. Se sotto quel filo togli anche la sicurezza economica, resta solo l’equilibrismo. E l’equilibrismo, prima o poi, fa cadere.

La protesta nazionale, guidata dalla Fnsi, porta la segretaria generale Alessandra Costante a Verona, in piazza Bra. Ma la vera misura di questa mobilitazione non è nelle piazze più grandi. È nei luoghi come Aosta, dove pochi giornalisti continuano a tenere acceso un faro che rischia di spegnersi.

Tre scioperi in pochi mesi non sono una strategia. Sono un segnale d’allarme. È come battere contro un vetro sempre più spesso, sperando che qualcuno dall’altra parte si accorga che non si tratta di rumore, ma di sopravvivenza.

E allora la domanda, quella vera, resta sospesa: quanto vale oggi l’informazione? Non a parole, non nei convegni, ma nei contratti, nei compensi, nelle condizioni di lavoro.

Perché se continuiamo a pagare poco chi racconta la realtà, finiremo per avere una realtà raccontata male. E a quel punto non serviranno più scioperi. Servirà ricominciare da zero.

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