Caro Direttore,
ho letto e apprezzato il tuo scritto che racconta la disfatta del nostro calcio, una crisi che, radicalizzata da tempo, ha emesso l’ultimo, definitivo verdetto in Bosnia.
Ti dirò che, paradossalmente, questo è il terzo pollice verso — e finalmente. Sì, finalmente, perché oltre ad aver offeso la storia della maglia azzurra, si è presa coscienza dell’inettitudine degli attuali conduttori della FIGC.
Quando si permette di allestire squadre professionistiche con legioni di calciatori stranieri, quando si arriva a squadre Primavera — come il Lecce — che vincono il titolo di Campioni d’Italia senza un italiano in formazione, è come annunciare la disfatta.
La morte, in fondo, era già stata annunciata. Troppi presidenti avventurieri, troppi faccendieri interessati solo al mercimonio, troppe società gestite per scopi extrasportivi. A questo si aggiungono nuove generazioni di genitori, spesso ingenui, che “comprano” le carriere dei propri figli: tutto ciò compone la cornice di un quadro il cui dipinto è ormai fosco.
Eppure, il calcio resta uno sport popolare per eccellenza. E proprio per questo ricrescerà. È un linguaggio universale e, prima o poi, anche la nostra attuale Italietta tornerà a recitare la parte che le compete, per meriti acquisiti, con gli uomini giusti.
Perché gli uomini ci sono. Ma, in sala operatoria, serve il chirurgo — non l’amico di turno.
Buon lavoro.
Caro Lettore
C’è dentro una verità scomoda ma difficile da contestare: il problema non è solo tecnico, è strutturale e culturale. La sensazione è che il calcio italiano abbia perso identità prima ancora che risultati. E senza identità, anche le vittorie — quando arrivano — rischiano di essere solo episodi. pi.mi.










