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ATTUALITÀ ECONOMIA | 11 marzo 2026, 12:00

Medici cubani e Valle d’Aosta: quando la politica dimentica i malati

La Calabria difende i medici cubani nonostante le pressioni internazionali e riapre il dibattito sulla carenza di personale sanitario in Italia. Anche la Valle d’Aosta soffre di una crescente mancanza di medici e infermieri: da qui la proposta di avviare una cooperazione sanitaria con Cuba, basata su uno scambio pragmatico tra competenze professionali e risorse sanitarie

Medici cubani e Valle d’Aosta: quando la politica dimentica i malati

C’è una notizia che nelle ultime settimane ha fatto il giro d’Italia senza troppo clamore. Eppure meriterebbe di essere discussa in ogni consiglio regionale del Paese, inclusa la Valle d’Aosta.

La Calabria — quella stessa Calabria con la sanità commissariata da diciassette anni, con diciotto ospedali chiusi dal 2010 e un disavanzo sanitario da centinaia di milioni di euro — ha detto no al presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

No, con garbo istituzionale ma con fermezza.

L’oggetto del contendere sono i 400 medici cubani che tengono in piedi pronto soccorso e corsie della regione, contribuendo a evitare il collasso del sistema sanitario grazie a un accordo siglato nel 2022 dal governatore Roberto Occhiuto.

Secondo i dati dell’Associazione Medici Stranieri in Italia, al nostro Paese servono oltre 100.000 medici in più tra pubblico e privato. Alla Valle d’Aosta ne mancano circa 2.000. Non sono cifre inventate da qualche organizzazione visionaria: derivano dalle richieste concrete delle strutture sanitarie.

Il Piano regionale per la salute della Valle d’Aosta 2022-2025 riconosce apertamente «la carenza di medici in alcune specialità cliniche» e segnala anche un eccesso di ospedalizzazioni potenzialmente inappropriate. Nel 2023 il numero di medici dipendenti del Servizio sanitario nazionale in Valle d’Aosta risultava in calo, mentre regioni meglio attrezzate crescevano.

Intanto i dati nazionali indicano che circa 39.000 medici lasceranno il SSN tra il 2026 e il 2038 per pensionamento. La tempesta, insomma, è già iniziata. E noi stiamo ancora discutendo se sia opportuno guardare a Cuba.

Cuba forma più medici pro capite di qualsiasi altro Paese al mondo. Il suo sistema sanitario — nonostante sessantasei anni di embargo, scaffali dei farmaci spesso vuoti e attrezzature obsolete — resta un punto di riferimento globale per la medicina di base, la prevenzione e le cure primarie.

Medici cubani lavorano in decine di Paesi, dal Brasile all’Angola, dal Venezuela alle isole del Pacifico.

Eppure Cuba soffre. Soffre per la mancanza di farmaci essenziali, di strumentazione diagnostica e di attrezzature ospedaliere. Non per incapacità del personale medico — che è riconosciuto come eccellente — ma per gli effetti pesantissimi di un embargo economico che dura da decenni. Lo sa chiunque abbia parlato con chi proviene da quell’isola o con chi vi opera attraverso programmi di cooperazione internazionale.

A volte le idee migliori non nascono nei palazzi della politica, ma attorno a un tavolo, in una conversazione tra persone che il mondo lo osservano con gli occhi di chi ci lavora davvero.

È così che nasce la proposta che vogliamo portare all’attenzione dell’Assessorato alla Sanità della Valle d’Aosta: avviare una collaborazione strutturata tra la nostra regione e il Ministero della Sanità cubano.

Il principio è semplice, quasi banale nella sua logica.

Noi abbiamo bisogno di medici e infermieri qualificati e fatichiamo a trovarli.
Cuba dispone di medici e infermieri di grande esperienza, ma soffre la carenza di farmaci e attrezzature che, nei sistemi sanitari europei, spesso vengono sostituite prima del necessario o restano inutilizzate nei magazzini.

Perché non costruire un accordo di cooperazione vantaggioso per entrambe le parti?

Non si tratta di ideologia. Non si tratta di simpatie politiche. Si tratta di pragmatismo, di buon senso amministrativo, di una visione della sanità come bene comune che dovrebbe essere — almeno in teoria — trasversale a ogni colore politico.

La Calabria si è trovata a scegliere tra la salute dei propri cittadini e le pressioni della politica internazionale, e ha scelto i propri cittadini. Ma lo ha fatto da una posizione di emergenza: commissariata, indebitata, senza alternative.

La Valle d’Aosta ha un vantaggio enorme: può ragionare con più tempo e più strumenti.

Siamo una regione autonoma, piccola ma con una lunga tradizione di soluzioni creative ai problemi strutturali. Abbiamo una spesa sanitaria pro capite tra le più alte d’Italia. Potremmo diventare un modello di cooperazione sanitaria internazionale, o meglio di cooperazione solidale: non la carità di chi dà verso chi riceve, ma uno scambio tra pari in cui ciascuno mette a disposizione ciò che possiede.

Organizzazioni come Opera Omnia Onlus, impegnate quotidianamente nella cooperazione internazionale, sanno bene che il mondo reale non funziona come spesso lo descrivono i comunicati ufficiali.

Un medico valdostano e un medico cubano, di fronte a un paziente, fanno la stessa cosa: tutto il possibile per salvarlo.

E un farmaco che scade in un magazzino aostano senza raggiungere un ospedale dell’Avana non è soltanto uno spreco: è anche una responsabilità.

Esiste una visione del mondo — quella solidale — che non ha nulla di ingenuo. È semplicemente più efficiente di quella che divide il pianeta in alleati e nemici da embargo.

Quella visione dice che se hai ciò che manca a un altro, e lui ha ciò che manca a te, la cosa più intelligente — oltre che la più umana — è trovare il modo di scambiarlo.

Assessorato alla Sanità della Valle d’Aosta, la palla è nel vostro campo.

Non vi chiediamo di sfidare Trump.
Vi chiediamo di sfidare l’inerzia.

Vittore Lume-Rezoli

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