Salendo da Cavalese, in Val di Fiemme, verso il Passo Lavazè si supera l’abitato di Varena. Dopo questa località la strada percorre i versanti di montagne che procurano una stretta al cuore per il desolante spettacolo delle centinaia di alberi schiantati a terra e di altre centinaia di abeti ancora ritti ma disseccati. Salendo tra una curva e l’altra assistiamo a quel che la natura ha prodotto con due effetti combinati e micidiali: la tristemente nota tempesta Vaia e la successiva, non meno triste, aggressione del bostrico.
Dalle cronache del tempo sappiamo che tra il 26 e il 30 ottobre 2018, in particolare nel Triveneto, si è verificato un evento meteorologico estremo definito tempesta, nonostante per la velocità del vento sia più corretto considerarlo un uragano. Un fenomeno, quello della velocità del vento registrato in queste aree, classificato di grado 12 della scala Beaufort. Una velocità che si registra tipicamente nelle zone tropicali e subtropicali della Terra ma che, con l’incedere del cambiamento climatico, sta affacciandosi anche nel nostro areale.
Questo vento caldo di scirocco, che ha imperversato per diverse ore toccando punte fino ai 217 km/ora, ha provocato l’abbattimento di milioni di alberi, causando la distruzione di intere foreste di abeti. A subire questa strage, non proprio inaspettata, è stata in particolare una specie: l’abete rosso (Picea abies). Le peccete rappresentano il vertice, seconde solo alle faggete, del volume legnoso di tutti i boschi italiani. Anche in termini di superficie sono di grande rilevanza, essendo distribuite su quasi 590 mila ettari.
Prima di Vaia (il cui nome è attribuito alla signora tedesca Vaia Jacobs, manager di una multinazionale di materassi, omaggiata di tale “onore” dal fratello che ne ha acquistato il diritto dall’Istituto di meteorologia di Berlino) e della successiva infestazione da bostrico, vegetavano in Italia quasi 400 milioni di abeti rossi. Una distribuzione areale e una quantità così elevata si devono anche alla lunga coltivazione da parte dei valligiani, per il valore del suo legname, utile a molti scopi, nonché per la semplicità di coltivazione e la rapidità di crescita.
Si può quindi parlare di monocolture forestali che oggi, in pieno cambiamento climatico, mostrano il ventre molle di una tradizione che l’uomo ha promosso in modo comprensibile e giustificabile fin dai tempi dei Romani. Si potrebbe quasi attribuire a costoro l’inizio di una coltivazione sistematica di alberi adatti alla vita quotidiana. Furono proprio i Romani che nel nostro Paese avviarono il cambiamento paesaggistico trasformando immensi boschi planiziali in campi agricoli nella Pianura Padana o piantando massicciamente alberi utili ai propri bisogni.
Con un salto temporale, come non pensare a Venezia, la Serenissima costruita interamente su palificazioni di legno, le cui fondamenta sono definite “il bosco capovolto”, attingendo a foreste letteralmente coltivate a tale scopo?
Aree così fortemente vocate alla monocoltura boschiva hanno quindi mostrato la loro debolezza sistemica di fronte a un evento, sicuramente di eccezionale portata come Vaia, che ha prodotto quell’infinità di schianti ancora oggi, a distanza di otto anni, in parte visibili su queste montagne. E, di conseguenza, là dove gli alberi hanno retto all’abbattimento, si sono inevitabilmente indeboliti, trasformandosi in vittime sacrificali della micidiale disseccazione provocata dal bostrico (Ips typographus), un insetto che, infilandosi sotto la corteccia degli alberi malati o deboli, ne provoca la rapida morte per disseccamento.
Va detto che questo insetto, che ora sta sterminando il residuo delle foreste non abbattute da Vaia, in condizioni normali ha un valore positivo per l’ecosistema, per via della selezione che svolge tra piante sane e malate, oltre a fungere da cibo per altri animali. Tuttavia, se la presenza endemica si tramuta in epidemica, il bostrico cresce in modo incontrollato e Vaia, abbattendo milioni di alberi, ha di fatto apparecchiato un banchetto regale per questo insetto.
Dove c’era il bosco (ph. Emi Barone)
Sarebbe però ingeneroso attribuire questa immane devastazione al solo concetto di “monocoltura”, negativizzandolo in termini semplicistici e ignorando la complessità che, come si diceva poc’anzi, ha legato gli uomini al bosco nel corso della storia delle civiltà.
Va anche sottolineato come, seppur lentamente, gli operatori forestali stiano perseguendo un cambio di paradigma che prevede l’introduzione di aree boscate ricche di biodiversità. I cambiamenti del clima, che non è più quello dei tempi dei Romani, impongono di aprirsi a nuove logiche e tecniche colturali. Ci vorrà ancora tempo, ma l’idea di un “bosco naturale” oggi non appare più troppo anarchica o idealista.
In proposito, il mio amico Kutluhan è un contadino curdo che, sulle tracce di Fukuoka (autore de La rivoluzione del filo di paglia), promuove con seminari gratuiti la pratica agricola “del non fare”. Una pratica che presuppone di riconoscere alla natura il governo degli ambiti di crescita vegetale, lasciando all’uomo il solo compito di osservare, capire e imparare.
Lasciar fare alla natura è “la scelta indubbiamente migliore per l’incremento della biodiversità” (da Sottocorteccia di Lacasella/Torregiani). E tutti ormai sappiamo quanto la biodiversità sia garanzia di prosperità ambientale. Tuttavia, per l’uomo non fare, non intervenire, sembra travalicare le millenarie conoscenze e abitudini acquisite in campo agroforestale e il “non fare” può apparire un estremismo ideologico, un paradosso.
In una società opulenta e vorticosa come la nostra, “lasciar fare alla natura” rimane ancora, per lo più, un gesto anarchico, ribelle, che incide fortemente sul sistema economico. L’amico Kutluhan, nelle sue pratiche, oltre a non lavorare mai il terreno utilizza le seedballs, palline d’argilla contenenti semi di piante di diversa natura. Lanciando le palline sul terreno si dà vita a una semina che lascia alla Natura la decisione di cosa far germogliare e far crescere. Questa pratica è particolarmente adatta per ripopolare luoghi divenuti sterili o devastati da uragani, incendi, frane e smottamenti.
Tronchi ammassati dopo Vaia (ph. Emi Barone)
Kutluhan, che da anni mette in atto con successo questa ripopolazione vegetale in molte parti del mondo, dall’Europa all’Africa, all’America Latina, mi ha raccontato di aver preso a suo tempo contatti con l’Ente per la riforestazione dei luoghi devastati da Vaia. La sua proposta, benché apprezzata, è stata scartata perché “non garantiva l’esatto numero di essenze e la loro qualità”, nonostante avesse un costo estremamente esiguo: soltanto 200 euro ad ettaro.
In alternativa alle seedballs di Kutluhan, per riforestare circa 70 mila ettari distrutti è stato scelto un progetto che garantiva la precisione nel numero di piante, dal costo di 20.000 euro per ettaro. La considerazione riferitami dall’amico, che pianta alberi come il pastore Elzéard di Jean Giono, è che la scienza impone spesso scelte e priorità che non sempre si sposano con i ritmi, le scelte e le priorità della Natura.
Sebbene, come detto, negli ultimi tempi gli approcci stiano abbandonando la visione prettamente utilitaristica orientandola verso una maggiore naturalità dei boschi, potrebbe essere utile imparare sempre di più a “lasciar andare”, senza troppe intromissioni antropiche, con la consapevolezza che nulla è solo nostro.
Senza voler semplificare un argomento complesso e lungi dal decontestualizzare i fatti accaduti nel corso dei secoli, possiamo però auspicarci che l’umanità rallenti quella “grande accelerazione” (J. McNeill/P. Engelke) attualmente in corso, ripensi alle brutture compiute e agli errori commessi con rinnovato spirito evolutivo e comprenda finalmente, in modo universale, quella nuvola citata dal celebre aforista libanese Kahlil Gibran. Perché quella nuvola non è altro che la nostra casa comune.













