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CULTURA | 10 febbraio 2026, 09:22

Il Giorno del Ricordo, tra silenzio e strumentalizzazione

La tragedia delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata merita rispetto, studio e memoria. Ma ogni 10 febbraio il ricordo rischia di essere sequestrato da chi lo usa per regolare conti politici. Un racconto umano e civile, contro la retorica urlata e la memoria usata come arma

Il Giorno del Ricordo, tra silenzio e strumentalizzazione

Il Giorno del Ricordo non dovrebbe fare rumore.
Dovrebbe fare silenzio.

Un silenzio carico di storia, di confini che cambiano, di Stati che crollano, di ideologie che divorano le persone. Le foibe non nascono dal nulla e non sono un incidente isolato: sono il prodotto violento di un confine conteso, quello dell’Alto Adriatico, dove nel Novecento si sono sovrapposti nazionalismi, dittature, occupazioni e vendette.

Tra il 1943 e il 1945, e poi ancora nell’immediato dopoguerra, centinaia — probabilmente migliaia — di italiani furono uccisi e gettati nelle cavità carsiche dai partigiani jugoslavi di Tito. Non solo fascisti o collaborazionisti, come una certa narrazione riduttiva ha cercato di sostenere per anni, ma anche civili, funzionari, insegnanti, sacerdoti, impiegati. Persone comuni, colpevoli spesso solo di essere italiane o di rappresentare, anche simbolicamente, lo Stato che stava scomparendo.

Fu una violenza politica e nazionale insieme.
Una resa dei conti feroce, alimentata dall’odio accumulato durante il ventennio fascista — con l’italianizzazione forzata, le repressioni, i campi di concentramento in Slovenia e Croazia — ma anche dalla volontà del nuovo potere jugoslavo di eliminare ogni possibile opposizione nei territori che intendeva annettere.

Le foibe furono strumento di terrore.
Un messaggio chiaro: chi resta, rischia.

E infatti, subito dopo, arrivò l’esodo. Tra il 1945 e i primi anni Cinquanta, circa 250-300 mila italiani lasciarono l’Istria, Fiume e la Dalmazia. Un esodo di massa, spesso improvvisato, fatto di valigie leggere e case abbandonate. Famiglie intere che scelsero di andarsene non per ideologia, ma per paura. Perché restare significava rinunciare alla propria identità, ai propri beni, alla propria sicurezza.

L’Italia, quella repubblicana appena nata, non seppe — o non volle — accoglierli davvero. Gli esuli furono parcheggiati in campi profughi, guardati con sospetto, a volte trattati come un problema politico più che come cittadini. Per decenni la loro storia rimase ai margini, schiacciata tra equilibri internazionali e convenienze diplomatiche.

Questo è il nodo centrale: le foibe sono state prima una tragedia, poi un silenzio.

Ed è proprio per questo che oggi fanno ancora più male le strumentalizzazioni.

Perché accanto al ricordo serio, documentato, finalmente riconosciuto anche dallo Stato con l’istituzione del Giorno del Ricordo nel 2004, si è fatta strada una memoria urlata, aggressiva, identitaria. Quella dei foibisti militanti, che non cercano la verità storica ma lo scontro politico.

Persone che ignorano il contesto, che cancellano le responsabilità del fascismo, che semplificano tutto in una narrazione tossica di “buoni contro cattivi”. Che usano le foibe non per ricordare i morti, ma per colpire i vivi. Per trasformare una tragedia complessa in uno slogan da social network.

Così facendo, tradiscono la storia.
E tradiscono le vittime.

Nei commenti che grondano rancore, nelle commemorazioni trasformate in comizi, nelle frasi buttate lì senza aver mai aperto un libro di storia. È una memoria che non unisce, ma divide. Che non spiega, ma radicalizza.

E invece ricordare le foibe significa accettare la complessità.
Significa dire che il fascismo ha seminato odio e che quell’odio è tornato indietro, moltiplicato. Significa riconoscere che nulla giustifica l’eliminazione sistematica di civili. Significa sottrarre il dolore alla propaganda.

Le foibe non hanno bisogno di urla.
Hanno bisogno di verità, studio, rispetto.

Il silenzio, oggi, sarebbe già un buon inizio.
Un silenzio che non cancella, ma finalmente comprende.

pi.mi.

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