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Consiglio Valle Comuni | 04 febbraio 2026, 12:48

Progressisti divisi, sconfitta garantita: quando l’alternativa si ferma a 90 voti

ADU ripercorre la nascita e la fine di VdA Aperta dopo il mancato ingresso in Consiglio regionale. Tra delusione, accuse incrociate e porte lasciate socchiuse, resta una domanda politica: ha senso dividersi quando si è già minoranza?

Progressisti divisi, sconfitta garantita: quando l’alternativa si ferma a 90 voti

Novanta voti. Tanto è mancato a VdA Aperta per ottenere un seggio in Consiglio regionale e trasformare un progetto politico ambizioso in rappresentanza istituzionale. Un margine minimo, ma sufficiente a segnare uno spartiacque. ADU, che di quel progetto è stata tra le promotrici, non lo nasconde: “ne abbiamo preso atto”, spiegano, avviando una riflessione che va ben oltre il dato elettorale.

L’obiettivo di VdA Aperta era chiaro fin dall’inizio: “costruire uno spazio politico di alternativa alle destre e all’Union”. Un progetto pensato come contenitore plurale, progressista, capace di intercettare un elettorato che non si riconosceva né nei blocchi tradizionali né nelle loro repliche stanche. Il mancato ingresso in Consiglio, però, ha aperto una fase nuova e più complicata.

Dopo la sconfitta, racconta ADU, “abbiamo avviato una riflessione rispetto all’opportunità di riprendere il confronto non solo con chi faceva parte della nostra coalizione, ma anche, come richiesto da molti elettori, con le altre forze progressiste valdostane”. Un passaggio che viene definito necessario “soprattutto in questi tempi terribili”, nei quali frammentazione e irrilevanza rischiano di andare a braccetto.

Ma, come spesso accade, la sconfitta ha lasciato strascichi. “Il clima di fiducia e di rispetto reciproco tra le componenti di VdA Aperta si è guastato”, ammette ADU, elencando senza giri di parole i nodi emersi: “processi nei confronti dei candidati più votati”, “mancato riconoscimento dell’importante lavoro svolto da persone come Tripodi e Guichardaz” e persino “questioni sul riparto delle spese elettorali”. Segnali evidenti di un progetto che, invece di fare quadrato, ha iniziato a ripiegarsi su se stesso.

Il tentativo di rilancio non è mancato. ADU racconta di aver proposto di “ripartire secondo una logica del consenso e dell’unanimità”, cercando una base comune per superare attriti e recriminazioni. Ma la risposta è stata una chiusura netta. Raimondo Donzel, a nome di Movimento 5 Stelle, Rifondazione Comunista e Area Democratica, ha comunicato che “a partire dalla mancanza di fiducia reciproca e dal logorio della disponibilità a relazionarsi efficacemente tra le parti, sono venute meno le condizioni fondamentali per proseguire la collaborazione”.

Una presa di posizione che ADU definisce senza ambiguità “un passo indietro rispetto alla costruzione di una reale alternativa”. Non una polemica urlata, ma un giudizio politico chiaro, accompagnato però da una disponibilità che viene ribadita: “ADU VdA resta disponibile al confronto, a partire dai programmi, con tutte le forze progressiste valdostane e con le cittadine e i cittadini disponibili”.

E qui sta il punto politico che va oltre la cronaca di una rottura. In una Valle d’Aosta dove le forze progressiste sono numericamente minoritarie, la divisione non è una scelta neutra. Quando si è in pochi, dividersi non significa differenziarsi: significa moltiplicare la propria debolezza. Novanta voti mancanti dovrebbero insegnare che ogni frattura pesa più di una divergenza programmatica e che, a forza di misurare le distanze interne, si finisce per allargare quelle con i cittadini.

L’alternativa, se vuole esistere davvero, non può permettersi il lusso della frammentazione permanente. Perché in politica, soprattutto quando si è già in minoranza, meno si è e più dividersi diventa il modo più efficace per non contare nulla.

pi.mi.

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