Ci sono testi che non invecchiano. E ce ne sono altri che, paradossalmente, diventano più attuali col passare dei giorni. Le parole pronunciate da Corrado Jordan nell’adunanza del Consiglio regionale del 29 gennaio, in occasione della Giornata della Memoria del 27gennaio, rientrano senza dubbio in questa seconda categoria.
La loro ripubblicazione oggi non è un esercizio rituale né una commemorazione fuori tempo massimo. Al contrario, è una scelta motivata dai fatti recenti: il riemergere di episodi di antisemitismo in Europa, il clima di polarizzazione estrema legato ai conflitti in Medio Oriente, l’uso sempre più disinvolto dell’odio come strumento politico e comunicativo. Tutti elementi che rendono il richiamo alla Memoria non solo legittimo, ma necessario.
Nel suo intervento, Corrado Jordan, presidente della III Commissione permanente - Assetto del territorio, aveva ricordato come il 27 gennaio non fosse soltanto una data simbolica, ma un argine civile contro l’oblio e la rimozione.
«Le 27 janvier est consacré à la Journée de la Mémoire, une commémoration publique non seulement de la Shoah, mais également des lois raciales adoptées sous le fascisme», aveva affermato in aula, allargando subito lo sguardo oltre la sola dimensione storica.
Un passaggio centrale del suo intervento aveva riguardato l’universalità della commemorazione, lontana da ogni appropriazione identitaria o selettiva: «C’est une commémoration de tous, juifs et non juifs, qui ont été tués, déportés ou emprisonnés, ainsi que de tous ceux — les “Justes” — qui s’y sont opposés, souvent au péril de leur vie».
Parole che oggi risuonano con particolare forza, mentre il dibattito pubblico sembra sempre più incline a dividere le vittime, a classificare i dolori, a stabilire graduatorie morali inaccettabili. Jordan, già allora, aveva messo in guardia da questa deriva: «Commémorer les victimes de la Shoah ne signifie en aucun cas négliger d’autres génocides, ni établir d’inutiles “priorités” entre les exterminations et les souffrances d’un peuple plutôt que d’un autre».
Un concetto limpido, che parla direttamente all’oggi. Perché se la Memoria diventa strumento di contrapposizione, perde il suo senso più profondo. E se viene relativizzata o diluita, diventa complice dell’oblio.
Nel suo intervento del 29 gennaio, il presidente della III Commissione aveva poi legato la Memoria al presente, senza rifugiarsi in un passato “chiuso”: «En cette journée, alors comme aujourd’hui, l’intolérance, la haine et l’agressivité à l’égard de personnes et de communautés fondées sur des différences religieuses ou ethniques doivent être condamnées sans réserve».
È forse questo il passaggio che più giustifica la ripubblicazione oggi. Perché quell’“aujourd’hui”, pronunciato pochi giorni fa in Consiglio Valle, non ha perso nulla della sua urgenza, anzi. L’odio non è un residuo storico: è un rischio attuale, quotidiano, che assume forme nuove ma affonda le radici nelle stesse dinamiche di esclusione e disumanizzazione.
Jordan aveva infine richiamato il senso ultimo della Giornata della Memoria, sottraendola a ogni retorica: «L’objectif de cette commémoration est de ne jamais oublier ce moment dramatique de notre passé afin que de tels événements ne puissent jamais se reproduire, de veiller à ce que le temps n’en efface pas la mémoire et de ne permettre à personne, d’aucune manière, de nier ce qui s’est passé».
Un monito che oggi pesa forse più di ieri. Perché la negazione, la banalizzazione e il relativismo storico non sono più fenomeni marginali. Circolano, si diffondono, trovano spazio anche dove non dovrebbero.
Ripubblicare oggi queste parole significa allora fare una scelta di responsabilità, non di commemorazione tardiva. Significa ribadire che la Memoria non è una ricorrenza da calendario, ma un esercizio continuo di vigilanza democratica. E che, come ricordato in Consiglio Valle, dimenticare non è mai un atto neutro.













