Sì, sì, avete capito bene: è stata definita essenziale e indispensabile. Si potrebbe ironicamente dire che è un caso di vita o di morte.
A me, personalmente, viene da piangere.
Ributtiamo soldi? Per un’opera di cui è davvero difficile capire l’utilità.
In Valle d’Aosta abbiamo costruito di tutto: castelli, funivie, rotonde che sembrano opere d’arte contemporanea. Ma il capolavoro assoluto resta il trenino turistico di Cogne: un’opera che non ha mai visto un turista, né un treno, né un motivo per esistere, se non quello di bruciare circa 60 milioni di euro come fossero legna da ardere.
Nel frattempo, la galleria del Drinc, sette chilometri di montagna bucata negli anni ’70, è rimasta lì. Un tunnel che avrebbe potuto collegare Cogne al resto del mondo, che poteva diventare un’attrazione turistica sia estiva che invernale e che, in caso di calamità con interruzione della famigerata strada, avrebbe consentito un collegamento d’emergenza.
Invece collega solo la nostra pazienza alla disperazione.
Incapacità? Impossibilità? Troppo granitica la roccia, troppo friabile? Sto cercando plausibili motivazioni in un’epoca in cui francesi e inglesi riescono a costruire un tunnel sotto la Manica, gli svizzeri scavano 57 chilometri di galleria ferroviaria – la più lunga del mondo – senza citare i cinesi, che in 90 giorni hanno realizzato un tunnel di 3 km largo 17 metri.
Poi, un giorno, arriva la rivelazione mistica: la galleria sarebbe “troppo stretta per l’incrocio dei veicoli”. Una frase che in Svizzera usano solo per far ridere i bambini.
Perché ovunque nel mondo esistono gallerie a binario unico. Funzionano benissimo: un treno alla volta, orari cadenzati, sicurezza totale.
Qui invece ci hanno spiegato che era impossibile. Che serviva allargarla. Che la fisica non era d’accordo.
Peccato che negli anni ’70 ci passassero già mezzi ferroviari industriali. Ma forse erano più magri.
E comunque, una galleria di 7 km solo da allargare? I cinesi la fanno in un mese. Il che denota, per l’ennesima volta, l’incapacità politica di chi ci governa.
E qui arriva il colpo di scena: con meno della metà dei soldi buttati nel trenino fantasma, oggi si potrebbe ultimare l’opera e avremmo un collegamento turistico funzionante, materiale moderno, stazioni vere e magari perfino un motivo per essere fieri.
Invece abbiamo una galleria che cade a pezzi, un trenino mai partito e un mucchio di milioni evaporati come neve a maggio.
MORALE DELLA FAVOLA: Non era impossibile. Non era troppo stretto. Non era troppo complicato.
Era solo troppo comodo dire che non si poteva fare, dopo aver già speso tutto per non farlo.
E così, mentre altrove costruiscono ferrovie in mezzo ai ghiacciai, sotto i fiumi e sotto il mare, noi siamo riusciti nell’impresa più difficile di tutte: pagare un’opera due volte senza averne nemmeno una.












