C’è stato un tempo remoto, quasi mitologico, in cui dire una bugia era considerato un peccato capitale. Bastava che un bambino arrossisse un po’ e subito veniva smascherato: “Ti si legge in faccia!”.
E per educarci alla sincerità ci avevano persino regalato un’icona culturale: un burattino di legno con il naso telescopico.
Pinocchio, il primo fact-checker della storia. Ricordo ancora quando, dopo aver detto una bugia, lentamente, con il terrore che mi aggrovigliava le budella, mi toccavo la punta del naso.
Poi, improvvisamente, l’umanità ha deciso che la sincerità era sopravvalutata.
La bugia è diventata un’arte, un mestiere, un’industria. E oggi, diciamolo, è il vero motore dell’economia comunicativa.
La bugia come stile di vita.
Guardiamoci intorno: la menzogna non è più un incidente, è un modo di vivere. È diventata la normalità. Politici e giornalisti la maneggiano con la stessa naturalezza con cui un artigiano plasma l’argilla. Solo che qui non si creano vasi, ma narrazioni elastiche, adattabili, reversibili.
Oggi bianco, domani nero, dopodomani: “Non ho mai detto né bianco né nero, siete voi che ricordate male”.
Il capolavoro? L’espressione impassibile.
Niente rossori, niente imbarazzi, niente nasi che si allungano.
Solo una calma zen che neanche un monaco tibetano sarebbe in grado di mantenere.
E che dire delle incredibili capacità acrobatiche e delle difese granitiche del mentitore professionista?
La bottega del mentitore moderno è ricca di strumenti raffinati.
Partiamo dalla Negazione retroattiva: “Io? Mai detto”. Anche se esiste un video in 4K.
Poi abbiamo la Verità alternativa: non è una bugia, è un’altra versione della realtà. Più comoda.
E come non rimanere sbalorditi davanti al Ribaltamento creativo: “Sì, è vero, quello è un ladro… ma però voi!”.
Una tecnica che meriterebbe un brevetto europeo.
Poi c’è un grande classico: l’Urlatore seriale, il paonazzo sbavante, schiuma rabbiosa, occhi fuori dalle orbite. Quello dell’Indignazione preventiva. Se ti arrabbi abbastanza, qualcuno penserà che hai ragione. Si sa: più urli, più hai ragione.
Sono strategie così artigianali, così fatte a mano, che quasi ci si commuove.
Il pubblico? Complice, non vittima.
Sì, perché ne prende parte, fa sue quelle bugie, le trasforma in convinzioni personali e poi le diffonde come verbo divino.
La parte più sorprendente non è chi mente, ma chi ascolta.
Perché spesso lo spettatore sa perfettamente che sta assistendo a un festival della fantasia, eppure resta lì: fedele, devoto, quasi affezionato alla bugia come a una vecchia coperta di Linus.
È un patto tacito: tu mi racconti una storia che mi fa comodo, io faccio finta di crederci.
E così la società scivola lentamente verso il baratro, ma con un certo stile narrativo.
E noi?
Noi passiamo ore sui social a insultarci, a darci dei bugiardi a vicenda, a difendere l’indifendibile con la stessa passione con cui un tifoso difende la sua squadra anche quando perde 7-0.
Siamo arrivati al punto di accettare l’assurdo come normale, l’evidenza come opinione, la menzogna come intrattenimento.
E allora la domanda resta sospesa: che cosa ci è successo?
Forse abbiamo smesso di arrossire.
E senza quel rossore, senza quel piccolo imbarazzo che ci ricordava chi eravamo, la bugia è diventata non solo un’arma, ma un’abitudine.
Una comoda, calda, rassicurante abitudine. Ovviamente per fregare il prossimo e gli elettori.












