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ATTUALITÀ POLITICA | 20 gennaio 2026, 12:00

Quanto vale la genuinità?

Produrre cibo genuino in Valle d’Aosta è sempre più difficile, mentre i consumatori sono costretti a scegliere tra qualità e prezzo. Tra controlli severissimi per i piccoli produttori locali e standard più deboli per le importazioni, il rischio è una società divisa: qualità per pochi, prodotti scadenti per molti

Quanto vale la genuinità?

In Valle d’Aosta, come in gran parte d’Italia, produrre genuinità è diventato quasi un atto di resistenza civile. Qui le aziende agricole non hanno i numeri delle grandi pianure, non possono contare su migliaia di ettari o su produzioni industriali. Hanno invece terreni difficili, pendenze che non perdonano, stagioni brevi e costi che lievitano a ogni passaggio.

Eppure continuano a coltivare e allevare con una cura che altrove si è persa: niente scorciatoie, niente sostanze dubbie, niente compromessi. Ogni forma, ogni colore, ogni sapore è frutto di lavoro vero, di mani che conoscono la terra e di controlli che non lasciano spazio all’improvvisazione.

Il paradosso è che proprio queste produzioni, piccole nei numeri ma enormi nel valore, vengono analizzate, verificate, controllate e ricontrollate come se fossero potenziali minacce alla salute pubblica. Ogni formaggio, ogni mela, ogni barattolo di miele deve dimostrare di essere impeccabile, mentre dall’altra parte del mondo arrivano container pieni di prodotti che hanno visto più pesticidi che montagne, più chimica che sole, più sfruttamento che dignità. E tutto questo finisce sulle tavole degli italiani con la stessa naturalezza con cui si versa un bicchiere d’acqua.

La verità è che a pagare il prezzo più alto non saranno solo gli agricoltori valdostani, già schiacciati da costi, burocrazia e concorrenza sleale. A pagare saranno anche i consumatori, convinti di risparmiare qualche euro mentre riempiono il carrello di prodotti che non hanno nulla della qualità che l’Italia ha sempre difeso. Perché quando si abbassa l’asticella dei controlli in entrata e si alza quella per chi produce in casa, il risultato è inevitabile: si penalizza chi lavora bene e si premia chi lavora al ribasso.

Il vero dramma dei consumatori, soprattutto di quei cittadini che non arrivano a fine mese, è che sempre più spesso si trovano costretti a scelte che nessuno dovrebbe affrontare: curarsi o mangiare, pagare le tasse o riempire il frigorifero. E da domani, con il portafoglio sempre più leggero, dovranno affrontare un’ulteriore decisione assurda: acquistare prodotti genuini, che costano il giusto perché frutto di lavoro onesto e controlli rigorosi, oppure riempirsi lo stomaco – e magari rovinarsi fegato e salute – con alimenti a basso costo, pieni di pesticidi e di provenienza tutt’altro che rassicurante.

È una scelta ingiusta, perché chi ha meno risorse economiche dovrebbe essere tutelato, non spinto verso prodotti scadenti solo perché costano meno. E invece il mercato rischia di trasformarsi in una trappola: qualità per chi può permettersela, rischi per chi non ha alternative. Una società che accetta questo meccanismo non sta solo penalizzando i produttori onesti, ma sta abbandonando i consumatori più fragili proprio nel momento in cui avrebbero più bisogno di protezione.

La Valle d’Aosta non potrà mai competere sui volumi, e non deve farlo. La sua forza è la genuinità, la trasparenza, la tracciabilità. Ma tutto questo rischia di diventare irrilevante se il mercato viene invaso da prodotti scadenti che costano meno perché rispettano meno. Possiamo continuare a controllare fino all’ultima molecola il latte di una piccola azienda di montagna, ma se poi permettiamo che sugli scaffali arrivino alimenti che non supererebbero neppure la metà dei nostri standard, il problema non è la produzione locale: è il sistema che la circonda.

Alla fine, la domanda è semplice: vogliamo davvero un futuro in cui chi produce qualità viene messo all’angolo e chi produce quantità senza garanzie viene accolto a braccia aperte? Perché se questa è la direzione, non saranno solo le aziende agricole a soffrire. Saranno le nostre tavole, la nostra salute e la nostra identità alimentare a pagare il conto.

E pensare che qualcuno, girando il coltello nella piaga come fosse una battuta sarcastica, ebbe perfino il coraggio di dire: «I poveri mangiano meglio».

Vittore Lemo-Rezoli

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