/ Chez Nous

Chez Nous | 09 gennaio 2026, 08:00

Arrêtons la quinzaine

Fermiamo la cinquina

Arrêtons la quinzaine

L’attacco illegittimo degli Stati Uniti al Venezuela ha rivelato una pericolosa deriva neo-imperialista. Di fronte alle minacce di Trump verso altri Paesi e alle continue mattanze di Putin e Netanyahu, la debolezza della nostra leadership — rappresentata da Meloni e Salvini — suona come un’offesa alla democrazia e alla pace nel mondo.

L’attacco militare ordinato da Donald Trump contro il Venezuela è stato un terremoto geopolitico di portata mondiale: l’operazione ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro e alla deportazione extragiudiziaria fuori dal Paese, in quello che molti analisti definiscono un abuso di potere e una violazione del diritto internazionale.

Quello che sta accadendo non è un incidente isolato, ma la manifestazione di una dottrina aggressiva e unilaterale. Dopo aver bombardato Caracas con raid e forze speciali, Trump non si è limitato a fare un colpo di teatro: ha ampliato la sua offensiva verbale e geopolitica, puntando il dito verso Colombia, Cuba e Messico, definendoli “minacce” e cogliendo ogni pretesto possibile per giustificare ulteriori interventi.

Il presidente statunitense ha persino rinnovato apertamente mire sulla Groenlandia, parlando di esigenze strategiche e di sicurezza nazionale, un messaggio inaccettabile che ha provocato dure condemne e proteste a livello internazionale.

Sembra un piano folle? Forse. Ma proprio ciò che sembrava impossibile — l’attacco armato al Venezuela — è accaduto. E questa escalation improvvisa non può essere liquidata come “esagerazione giornalistica” o “errore di calcolo”: è l’effetto di una leadership che, credendo di non incontrare resistenza, si sente autorizzata a spingere ogni confine etico e giuridico oltre ogni limite.

Nel frattempo, nel Vecchio Continente, la reazione ufficiale è arrivata tardi e troppo debole. Mentre il primo ministro spagnolo condanna l’azione americana e mette in guardia contro la minaccia alla sovranità di Stati come la Danimarca per la Groenlandia, le nostre principali forze politiche sembrano girare lo sguardo.

Ma la cinquina a cui vogliamo riferirci non è soltanto Trump. È la cerchia di leader internazionali — esplicita o implicita — che tollerano o addirittura applaudono queste derive. Putin continua a mantenere una posizione ambigua mentre la guerra in Ucraina prosegue, mietendo vittime e distruzione, con efferate violenze a danno della popolazione civile che nessuna sommossa diplomatica sembra davvero fermare.

E Netanyahu, sul fronte mediorientale, porta avanti operazioni militari devastanti a Gaza, con un bilancio umano tragico e una retorica inesorabile che trascina la regione in un ciclo di violenza.

In Italia, è impossibile ignorare l’approccio di Giorgia Meloni e Matteo Salvini, più inclini a sorrisi di circostanza con alleati controversi che a dichiarazioni nette di condanna. Più preoccupati di non inimicarsi poteri forti che di difendere il valore supremo della pace, i due leader sembrano operare da valletti in questa partita geopolitica globale, dove interessi e calcoli elettorali pesano di più del destino dei popoli.

La debolezza non è un’opinione: è un fatto politico. È il silenzio che segue una bomba, la frase di circostanza dopo un sequestro di Stato, la condanna a metà strada tra prudenza e diplomatico “non possiamo commentare”. Quando il mondo urla l’illegittimità di un intervento, non puoi rispondere con un tweet di solidarietà generica.

Se Trump ha dimostrato di essere disposto a fare l’impensabile — soprattutto se crede che nessuno gli opporrà resistenza — allora il nostro dovere morale, civico e politico è alzare la voce ora, ricordare da quale parte sta la legge internazionale, ricordare che la sovranità degli Stati non è un concetto negoziabile, e che nessun presidente, premier o segretario di partito ha il diritto di giocare con le vite di milioni di persone come se fosse un power play in borsa.

Ci sono momenti nella storia in cui un redazionale non può limitarsi a raccontare: deve denunciare, scuotere, chiamare alle responsabilità. Questo è uno di quelli.

Fermiamo la cinquina. Prima che sia troppo tardi.

Fermiamo la cinquina

L’attaque illégitime des États-Unis contre le Venezuela et les menaces continues de Trump envers d’autres pays, ainsi que les massacres perpétrés par Poutine et Netanyahou, mettent en lumière la faiblesse de notre leadership, incarnée par Meloni et Salvini, et le risque d’un nouvel ordre mondial basé sur la force brute.

L’attaque militaire ordonnée par Donald Trump contre le Venezuela a secoué le monde. L’opération a conduit à l’arrestation du président Nicolás Maduro et à sa déportation extrajudiciaire hors du pays, un acte que de nombreux analystes considèrent comme un abus de pouvoir et une violation du droit international.

Il ne s’agit pas d’un incident isolé, mais de la manifestation d’une doctrine agressive et unilatérale. Après avoir bombardé Caracas avec des raids et des forces spéciales, Trump a pointé du doigt la Colombie, Cuba et le Mexique, les qualifiant de “menaces” et trouvant tous les prétextes possibles pour justifier de nouvelles interventions. Il a même renouvelé ouvertement ses visées sur le Groenland, évoquant des “besoins stratégiques et de sécurité nationale”, provoquant de vives condamnations et des protestations internationales.

Cela semble être un plan fou ? Peut-être. Mais ce qui semblait impossible — l’attaque armée contre le Venezuela — s’est déjà produit. Cette escalade soudaine ne peut être réduite à une “exagération journalistique” : c’est le résultat d’une direction qui, croyant ne rencontrer aucune résistance, se sent autorisée à repousser toutes les limites éthiques et juridiques.

Pendant ce temps, en Europe, la réaction officielle est arrivée tardivement et de manière trop faible. Alors que le Premier ministre espagnol condamne l’action américaine et met en garde contre la menace à la souveraineté de pays comme le Danemark pour le Groenland, nos principales forces politiques semblent détourner le regard.

La “quinzaine” à laquelle nous faisons référence n’est pas seulement Trump. C’est l’ensemble des dirigeants qui tolèrent ou applaudissent ces dérives. Poutine continue de semer mort et destruction en Ukraine, et Netanyahou poursuit des opérations militaires dévastatrices à Gaza, entraînant la région dans un cycle de violence sans fin.

En Italie, Meloni et Salvini semblent plus enclins aux sourires de circonstance avec des alliés discutables qu’aux condamnations nettes. Plus soucieux de ne pas s’attirer les foudres des puissances que de défendre la paix, ils apparaissent comme des valets dans cette partie géopolitique mondiale, où les intérêts et les calculs électoraux pèsent plus que le destin des peuples.

La faiblesse n’est pas une opinion : c’est un fait politique. C’est le silence qui suit une bombe, la phrase de circonstance après un enlèvement d’État, la condamnation à mi-chemin entre prudence et diplomatie tiède. Quand le monde hurle l’illégitimité d’une intervention, un simple tweet de solidarité générique ne suffit pas.

Si Trump a montré qu’il est prêt à faire l’impensable — surtout s’il croit que personne ne lui résistera — notre devoir moral, civique et politique est de prendre la parole maintenant, de défendre le droit international, de rappeler que la souveraineté des États n’est pas négociable et qu’aucun président, premier ministre ou secrétaire de parti n’a le droit de jouer avec la vie de millions de personnes.

Il y a des moments dans l’histoire où un éditorial ne peut se contenter de raconter : il doit dénoncer, secouer, appeler à la responsabilité. C’est l’un de ces moments.

Arrêtons la quinzaine. Avant qu’il ne soit trop tard.

piero.minuzzo@gmail.com

Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore