Dopo decenni di abbandono e una legislazione assente, il castagno torna al centro dell’agenda della montagna italiana. Uncem propone un Masterplan ambizioso, dal frutto al legno, tra formazione, marchi di qualità e gestione forestale attiva.
A partire dal ventesimo secolo, il castagno ha attraversato alti e bassi: successi, abbandoni, fasi di declino e tentativi di rilancio. Tutto in stretta relazione con l’evoluzione culturale, sociale ed economica della montagna italiana. Negli ultimi dieci anni, però, il Centro nazionale di Castanicoltura di Chiusa di Pesio, insieme a università italiane come il DISAFA di Torino, ha mostrato che un recupero è possibile: lotta biologica ai parassiti, arboreti, vivai, formazione dei tecnici e divulgazione scientifica hanno ridato vita a centinaia di migliaia di ettari di castagneti. Ma troppi versanti restano ancora abbandonati.
«La filiera del castagno è determinante per le Alpi, per gli Appennini e per tutta la montagna italiana», dice Marco Bussone, presidente nazionale di Uncem. «Non esistono altre filiere così complete e ricche. Molte Regioni, come Toscana, Piemonte e Campania, hanno già fatto passi importanti dopo decenni di abbandono. Ma dobbiamo fare di più: aumentare gli sforzi, usare bene le risorse europee e collaborare con gli enti locali».
La legge di settore per il castagno, invece, resta ferma da anni al Ministero dell’Agricoltura. Senza un quadro nazionale chiaro, estese aree castanicole rischiano l’abbandono, con conseguenze imprevedibili sulla stabilità dei versanti e sull’assetto idrogeologico. «Non possiamo più permetterci di guardare altrove», aggiunge Bussone, «serve un intervento coordinato, dal frutto al legno, per difendere una biodiversità che è simbolo vivente della montagna italiana».
Il Masterplan Castagno di Uncem punta a trasformare questa consapevolezza in azioni concrete: sviluppo di nuovi prodotti dal legno, miglioramento della produzione e della commercializzazione del frutto, creazione di marchi di qualità legati al territorio, gestione forestale attiva e certificata. Non solo: formazione, comunicazione e coinvolgimento di tecnici, amministratori e cittadini diventano strumenti chiave per costruire una filiera sostenibile e durevole.
«Il castagno deve seguire il modello di vite e nocciolo», sottolinea Bussone, «due specie su cui si sono costruite filiere agroalimentari d’eccellenza. Così deve essere oggi per il castagno».
Un progetto ambizioso, globale, che coinvolge Unioni e Comunità montane, università e associazioni di categoria. L’obiettivo è chiaro: ridare centralità a un patrimonio storico, culturale ed economico, trasformandolo in un volano per le comunità montane.
Come ricordava Paolo Peirone sulla Stampa, «Castagno, simbolo vivente della biodiversità italiana. Ma spesso non siamo capaci di difenderla e valorizzarla». Oggi, con il Masterplan di Uncem, c’è finalmente una strategia per cambiare questa storia.













