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CRONACA | 05 agosto 2025, 17:14

I giovani valdostani a Roma: fede, amicizia e speranza in un cammino globale

Nel caldo di Roma, l'anima fresca dei giovani valdostani. Una settimana vissuta in preghiera, amicizia e speranza al Giubileo dei Giovani con Papa Leone XIV

C’è un silenzio che fa rumore, ed è quello che si è posato nella notte del 2 agosto su Tor Vergata, mentre oltre un milione di giovani tenevano il fiato e l’anima sospesi durante la veglia con Papa Leone XIV. Un silenzio potente come un canto, capace di spegnere ogni rumore del mondo, anche quello interiore. Lì c’erano anche loro, i 115 giovani valdostani arrivati con due pullman da Aosta, con tappa ad Assisi e base logistica a Morlupo, poco fuori Roma. “Un’esperienza di profonda unità fra i ragazzi e con noi adulti”, raccontano don Daniele Borbey, Ivana Debernardi e Sophie Perret, responsabili della Pastorale Giovanile della diocesi. E lo dicono con voce ancora emozionata, quella voce che resta roca dopo aver cantato, gridato, pianto, ascoltato e... camminato tanto.

Il Giubileo dei Giovani 2025 ha avuto i toni, la forza e la folla di una vera Giornata Mondiale della Gioventù, e forse anche un’intensità più raccolta, quasi da pellegrinaggio condiviso. Perché in fondo è questo che hanno fatto: si sono messi in cammino, fisicamente e spiritualmente. “Siamo stati tutti bene”, sottolineano gli accompagnatori. Ma è chiaro che non si riferiscono solo alla salute fisica: “La bellezza e la forza sono arrivate dalla disponibilità dei ragazzi e dalla cura degli organizzatori: tutto era predisposto nei minimi dettagli, dalla viabilità ai servizi, dall’acqua potenziata alla sicurezza. Si respirava un clima di fiducia e partecipazione”.

Jacopo ha appena compiuto diciott’anni, ma nelle sue parole c’è già il passo del pellegrino: “Ho provato molte emozioni forti. Porterò nel cuore la forza della fede che si è manifestata nei canti e in quel silenzio sacro durante la veglia... Il Giubileo mi ha dato l’occasione di fare nuove amicizie, e di sentirmi parte di qualcosa di più grande”.

La generazione che si dice sempre distratta, frammentata, incollata agli schermi, ha fatto la fila ore sotto il sole per confessarsi al Circo Massimo. Non per vedere un idolo pop, ma per rimettere ordine dentro. “E nessuno li obbligava – dice ancora Ivana – erano liberi di scegliere. Eppure hanno scelto”. Stupore e gioia, dicono. Due parole che sembrano semplici, ma che quando attraversano il cuore di un educatore diventano quasi preghiera.

Marco Maria, 19 anni, racconta il miracolo quotidiano della convivenza: “Le emozioni, i legami, le risate... perfino la stanchezza. Tutto è stato vissuto con il sorriso, perché non c’era spazio per la tristezza”. E aggiunge con disarmante maturità: “Mi impegno a essere più presente, più attento agli altri”. Forse è in frasi così che la Chiesa – e la società – dovrebbe trovare la propria rigenerazione.

In mezzo a un mondo che sembra spesso voler spaccare tutto in mille pezzi, questi giovani hanno imparato a ricucire: relazioni, speranze, anche sé stessi. “Con questo Giubileo – dice Marco, 18 anni – ho capito come tutto il mondo sia unito nella Chiesa... e che i giovani possono mettersi in campo contro ciò che perseguita questo mondo”. È una dichiarazione semplice, eppure gigantesca.

E poi ci sono i volti nuovi, le prime volte. Come quella di una ragazza, timida ma luminosa nella sua sincerità: “Non sono mai stata così vicina a Dio come questa settimana. Non è stato facile, ma ci sono riuscita grazie ai preti che ci hanno accompagnato. E mi porto a casa anche le amicizie, le confessioni, le lacrime belle”.

Lacrime belle, appunto. Perché il pianto non è solo dolore, può essere liberazione. A Tor Vergata è arrivata anche una pioggia leggera e inaspettata, quasi simbolica. I giovani non si sono scomposti. Hanno aperto le mani e l’anima. Qualcuno ha detto: “Sembrava la benedizione più bella, a cielo aperto”.

Il Vescovo di Aosta mons. Franco Lovignana

Questa generazione, spesso accusata di superficialità, ha dato una lezione di profondità. E i valdostani – piccoli di numero, ma grandi nel cuore – hanno portato con sé il profumo della loro terra: fatto di passi lenti, parole misurate, fede incastonata nella roccia.

E se qualcuno si chiede se questi giorni cambieranno qualcosa, la risposta è negli occhi di chi è tornato. Hanno visto Roma e il Papa, ma soprattutto hanno visto sé stessi. Non sono più solo “giovani”: sono testimoni. E una testimonianza, se è autentica, non ha bisogno di proclami. Cammina, e basta. Proprio come loro.

je.fe.

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