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CULTURA | 23 settembre 2021, 10:30

L’AUTONOMIA VALDOSTANA E’ UN DIRITTO O UNA CONCESSIONE AI SUDDITI “INTRA MONTES ?”

Appuntamento settimanale del giovedì con Gianfranco Fisanotti sui temi dell'autonomia valdostana, sulla sua evoluzione, sulla sua involuzione, sui personaggi che hanno creato le premesse e su chi non ha saputo valorizzarla

L’AUTONOMIA VALDOSTANA E’ UN DIRITTO O UNA CONCESSIONE AI SUDDITI “INTRA MONTES ?”

La fine dei progetti di libertà scaturiti dal Convegno di Chivasso, dalle motivate proposte di Émile Chanoux, dalla bozza di Statuto redatta da Mons. J. Stevenin viene confermata dal Decreto Luogotenenziale del 7 sett. 1945 n. 545 considerato dalla popolazione Valdostana come “decentramento” di pochi poteri amministrativi,  malgrado le promesse di Autonomia del Governo Parri e del C.L.N. Alta Italia: è evidente che alla Valle d’Aosta – a differenza del Trentino Alto Adige – manca il benché minimo sostegno internazionale e che, sulle decisioni romane, pesano non poco il “memorandum” di F. Chabod e gli orientamenti politici del Sottosegretario di Stato Chatrian. Vedremo, poi, le posizioni di Chanoux e di Aldo Moro impegnati nella FUCI nel confronto con la retorica del Regime e nell’evidente distonia tra cattolicesimo e fascismo, un contrasto  “sublimato” dal Concordato del ’29: Moro e Chanoux, due cattolici che guardano a Don Sturzo ed all’ideale di una “nuova cristianità” ancorata al pensiero di Jacques Maritain, ispirandosi alle Encicliche “Rerum novarum” di Leone XIII° (1891), “Il fermo proposito” di Pio X° (1905) e “Quadragesimo anno” di Pio XI° (1931) mentre la Chiesa ufficiale pare “ostaggio” dei Patti Lateranensi,  malgrado il baratro esistente tra la mistica fascista e l’insegnamento cristiano. Il raffronto tra Émile Chanoux ed Aldo Moro rileva la loro identità di  giudizio nel confine quotidiano con il fascismo,  inteso proprio come “una apostasia del cristianesimo” e come “emblema planetario di debolezza morale”. Secondo Aldo Moro, il modello di democrazia scaturito dai bassi fondi di una libertà appena acquisita “non è una vera democrazia”.

 

I PROGETTI EXTRA CONSILIARI

La fine dei progetti di Autonomia extra consiliari indicati dal Convegno di Chivasso, seguiti dal puntuale articolato di Mons. Stevenin, dal memoriale di Federico Chabod, dalla proposta di autonomia del C.L.N. Piemontese, dai decreti del  C.L.N. Alta Italia ed accompagnati dalle petizioni per il plebiscito, nonché dagli appelli dell’Union Valdôtaine vengono, come dire, messi in disparte e superati dal Decreto Luogotenenziale del 7 settembre 1945, n. 545 . Si tratta di 23 articoli divisi in Disposizioni generali, Organi ed Attribuzioni e Disposizioni transitorie. In effetti, si tratta di norme che lasciano al Governo Centrale sia una grande discrezionalità per garantire che la Valle d’Aosta abbia si una personalità giuridica ed un ordinamento particolare, ma “entro l’unità politica dello Stato Italiano” sia ancora di poter procedere alla nomina di un Commissario per procedere allo scioglimento del Consiglio in caso di eventuali inadempienze e nel caso che il Consiglio della Valle non provveda immediatamente a normalizzare l’esercizio dei poteri laddove risultassero violazioni per gravi motivi di ordine pubblico o di persistenti violazioni degli obblighi di legge.

Mentre gli insegnanti delle scuole elementari e medie sono nominati dal Consiglio della Valle (composto da 25 membri) quelli delle scuole medie devono aver conseguito l’idoneità in un concorso generale per le scuole medie dello Stato. La designazione dei nominativi per il Consiglio della Valle avviene su indicazione delle direzioni centrali del Partiti, dei loro organi locali, sentito il C.L.N. della Valle d’Aosta. Come si vede, il lungo braccio di Roma si stringe affettuosamente sulla nascita e sulla vita della nuova Regione, alla quale si applicano in definitiva le disposizioni concernenti la Provincia.

Questo decreto suscita non poche perplessità e viene in genere indicato come un rimedio alla camomilla, per nulla riparatore dopo i disastri imposti dal Regime.

LA CHIESA ED IL PERCORSO DEI GIOVANI CATTOLICI COME ÉMILE CHANOUX ED ALDO MORO

Abbiamo già potuto constatare che il ruolo della Chiesa in Valle d’Aosta e nel resto d’Italia era di piena applicazione del Concordato, di assoluta adesione alla “Italianità”  non solo “chez nous”, ma in tutta la Penisola, malgrado le riottose rimostranze di alcune popolazioni del Meridione e del Nord-Est, per offrire al fascismo ed al nazionalismo una vasta platea di sicuro affidamento non solo sociale e politico, ma anche spirituale e di sicura “fede” monarchica.

LE POSIZIONI DI ÉMILE CHANOUX E DI ALDO MORO IMPEGNATI NEL CAMPO CATTOLICO E DIFFIDENTI VERSO LA RETORICA DEL REGIME ANTITETICA ALLA RELIGIONE E CONTRARI AL FASCISMO “IDEOLOGICO” DI ATTILIO TAMARO

Siamo nel dicembre del 1930 ed Émile Chanoux viene accusato dal Prof. Alphonse Commod (Dirigente della Azione Cattolica Valdostana) di fare del catto-regionalismo. La risposta di Chanoux è tempestiva ed inizia da due domande: “Il fascismo è cattolico?” ed ancora: “Può quindi il fascismo diventare cattolico ?”.

Sintetizzo solo un brevissimo brano della risposta: “i capi del Fascismo vedono nella Religione un mezzo per Governare più che una Fede sentita, alla cui legge debbono sottostare anche i capi; sperano, come Napoleone, come Giuseppe II, come Luigi XIV°  di servirsi della religione per raggiungere i loro fini. Sperano. Certamente si sbagliano. Ma intanto non sono cattolici. “Idealmente” il fascismo non procede dal cattolicesimo, e neppure va verso il cattolicesimo. Almeno così io credo. Figlio della scuola idealista, ha le idee di essa. Per gli idealisti la religione è una bella cosa, una bella leggenda poetica, buona per i popoli medioevali fanciulli”.

Emblematico il percorso di due giovani cattolici come Émile Chanoux ed Aldo Moro, nato a Maglie il 23 settembre 1916  (quindi più anziano di dieci anni) nella F.U.C.I nel complicato confine quotidiano con il fascismo nel rigido schema collaborativo promanante dal Concordato. Importante la loro lotta per stare uniti al di sopra dei conflitti dei partiti italiani: su “Studium” Moro, nel giugno del 1945 scriverà che la migliore politica si trova “al di là della politica” ed ancora: “il fascismo è un emblema planetario di “debolezza morale”, una apostasia del cristianesimo”.

Chanoux lo aveva in un certo senso anticipato: “Tutta la psicologia fascista non è cattolica”. Sia Chanoux che Moro muoiono assassinati in modo cruento e spietato: Essi sono vittime il primo della violenza fascista ed il secondo dell’estremismo comunista esaltato dalle B.R..

La riflessione che Aldo Moro fa in seguito alla caduta del fascismo e dopo l’armistizio, si esprime negativamente sul modello di democrazia scaturito dai bassi fondi di una libertà appena acquisita, ma ancora incerta ed instabile: Egli dice: “Non è una vera democrazia”, …“purtroppo,  il popolo appare irresponsabile e continua a starsene a casa, lasciando fare come nel ventennio”.

I cattolici, per oltre un ventennio, dovettero confrontarsi con i diversi volti del fascismo spesso connotato da tratti  di fanatismo come nel caso del diplomatico Attilio Tamaro che non solo pretendeva – Lui, nato a Trieste nel 1884 e quindi suddito dell’Impero Austro-Ungarico – di assegnare all’Italia, oltre a Trieste ed all’Istria, tutta la Dalmazia.

Mentre sul fronte dell’irredentismo “nero” Egli si confrontava duramente con il nazionalismo Croato e Sloveno, su quello interno sosteneva un fascismo di tipo ideologico, pragmatico e ben diverso dalle posizioni estreme di tipo sovversivo ed antiborghese.

Per dare una idea del superamento ideale di un fascismo “diverso”, Attilio Tamaro si era fatto promotore di una lotta ideologica apertamente contraria alla “democrazia” giungendo a scrivere sin dal 1920 un pamphlet sulla “Necessità della dittatura”, denunciando il pericolo rappresentato da un processo decisionale basato solo sulla forza dei numeri.  Su questo piano, nasceva la necessità di una risposta globale da parte  del mondo cattolico alle prese con un culto della nazione che superava ogni istanza democratica.

IL MESSAGGIO NATALIZIO DI PAPA PIO XII/MO
MORO PRENDE LE DISTANZE DALLA “GENERAZIONE ARRUGINITA E DISPERATA”

Il messaggio natalizio di Papa Pio XII, secondo Aldo Moro, è la voce della “nostra civiltà” poiché difende la voce democratica del “popolo attivo” dalle “feroci oligarchie” (in “Orientamenti”). Di fronte all’assenza di istituzioni democratiche, nel mezzo della transizione verso la nuova Italia fuori dalle ceneri del fascismo e della cruenta lotta civile, Moro chiede di salvare “i diritti di una verità di cui non possiamo disporre” perché la Chiesa deve essere posta al riparo da beghe politiche distruttive.

Moro vede dunque la Chiesa come baluardo credibile di una dottrina sociale che va ben oltre le gabbie corporativiste imposte dal Regime  e disciplinate da ordinamenti spesso opachi sul piano della sussidiarietà e della “meritocrazia” gerarchica legata all’apparato del P.N.F..

Sul fascismo, Moro non solo non ne dimentica il peso e la distonìa rispetto all’insegnamento cristiano, sempre più aperto verso un umanesimo sociale, ma anzi fa autocritica dicendo che “siamo ancora tutti un po’ fascisti” (“Crisi spirituale ”- La Rassegna del 10 febbraio 1944). “Gli elementi della nostra decadenza ci sono ancora, gli errori di quel tempo li stiamo ripetendo” (“Roma capitale dell’egoismo”- La Rassegna del 15 marzo 1945 ).

Recensendo il libro “I frutti del fascismo” opera di H.L. Matthews (Bari, Laterza Ed. 1945) in “Studium” del maggio ’45, Moro – come già accennato -  afferma che il fascismo è un emblema planetario di “debolezza morale”, una “apostasia del cristianesimo” alla quale – Egli sostiene – “tutti noi abbiamo contribuito”.

In “Perché siamo all’opposizione” su “La Rassegna” del febbraio 1945, Moro prende le distanze dalla “generazione arrugginita e disperata” ed afferma: “Siamo all’opposizione, rispettiamo i soldati, più dei partigiani, la forza dell’esercito dello Stato, non la milizia irregolare” (“Soldati e partigiani” – La Rassegna del 22 marzo 1945). “Noi gli italiani medi del mezzogiorno e delle isole, né fascisti né antifascisti” (“Esame di coscienza” – La Rassegna del 22 settembre 1945) noi infine “sacerdoti e missionari” (“Le azioni e lo spirito della fede professata” – Studium, luglio-agosto ‘45).

Verso la fine degli anni ’30 si avvia una collaborazione tra Vaticano e Stati Uniti, basata sull’assicurazione che dopo la guerra fossero confermati i Concordati e rilanciate le posizioni anticomuniste: alla sconfitta dei nazisti, doveva seguire quella dei sovietici grazie ad una “egemonia congiunta” tesa a valorizzare quello che nel 1943 Jacques Maritain definì propriamente un concetto di “democrazia cristiana”.

 

 

Gian Franco Fisanotti/ascova

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