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ECONOMIA | 01 novembre 2026, 18:45

Pensioni, arriva la stangata sulla rivalutazione: assegni più alti nel mirino, perdite fino a 1.000 euro l’anno

La Manovra 2027 ridisegna il meccanismo di rivalutazione delle pensioni per contenere la spesa pubblica. Adeguamento pieno all’inflazione soltanto per gli assegni fino a 2.447,40 euro lordi mensili, mentre per quelli medio-alti scattano percentuali ridotte. Chi percepisce una pensione da 6.000 euro lordi al mese potrebbe perdere fino a 1.000 euro all’anno. Prorogata l’Ape sociale, mentre spunta un fondo da 850 milioni di euro annui per favorire l’uscita dal lavoro

Pensioni, arriva la stangata sulla rivalutazione: assegni più alti nel mirino, perdite fino a 1.000 euro l’anno

La rivalutazione delle pensioni rischia di trasformarsi in una nuova stangata per migliaia di pensionati. Dal 1° gennaio 2027, secondo le misure previste dalla Manovra, il recupero dell’inflazione verrebbe ridotto per gli assegni medio-alti, con una conseguenza concreta: una parte dei pensionati potrebbe ritrovarsi con aumenti più contenuti proprio mentre il costo della vita continua a pesare sui bilanci familiari. Una scelta che punta a contenere la spesa pubblica, ma che rischia di alimentare nuove tensioni sociali e di riaprire lo scontro politico sul potere d’acquisto delle pensioni.

Il punto centrale è il cambiamento del meccanismo di rivalutazione, lo strumento che adegua annualmente gli assegni previdenziali all’aumento dei prezzi per evitare che l’inflazione eroda il valore reale delle entrate. Il sistema viene rivisto per limitare gli esborsi pubblici, ma il prezzo rischia di ricadere su chi ha costruito il proprio trattamento pensionistico attraverso una lunga carriera contributiva. In altre parole, il recupero dell’inflazione non sarebbe più garantito nella stessa misura a tutti: salendo l’importo della pensione, diminuirebbe progressivamente la percentuale di rivalutazione riconosciuta.

A essere maggiormente esposti sarebbero i pensionati con assegni medio-alti. Per una pensione compresa tra 2.500 e 3.000 euro lordi mensili, la perdita stimata sarebbe di circa 100 euro all’anno. Per gli assegni più elevati, a partire da 6.000 euro lordi al mese, il mancato adeguamento potrebbe arrivare fino a 1.000 euro annui. Il sacrificio crescerebbe quindi con l’importo della pensione, mentre per chi percepisce fino a 2.000 euro lordi mensili non sarebbero previste penalizzazioni rispetto al meccanismo descritto: l’adeguamento pieno all’inflazione potrebbe tradursi in aumenti mensili stimati tra 45 e 60 euro, a seconda del tasso effettivo riconosciuto.

La differenza rispetto al sistema attuale è significativa. Oggi la rivalutazione segue tre percentuali: 100% dell’inflazione per gli assegni fino a quattro volte il trattamento minimo, 90% per quelli compresi tra quattro e cinque volte il minimo e 75% per gli importi superiori. Con la nuova impostazione, invece, il sistema diventerebbe più articolato, introducendo una serie di fasce con percentuali progressivamente inferiori. Il risultato è un meccanismo che mira a concentrare le risorse sugli assegni più bassi, ma che riduce il recupero del potere d’acquisto per quelli di importo superiore.

Il riferimento è il trattamento minimo Inps indicato in 611,85 euro mensili. Sulla base di questo valore, la rivalutazione integrale sarebbe riconosciuta fino a 2.447,40 euro lordi al mese, corrispondenti a quattro volte il minimo. Per gli assegni fino a 3.059,25 euro, pari a cinque volte il minimo, la percentuale scenderebbe all’85%. Per le pensioni superiori a cinque e inferiori a sei volte il minimo, fino a 3.671,10 euro, si passerebbe al 53%. Tra sei e otto volte il minimo, fino a 4.894,80 euro, la rivalutazione sarebbe del 47%. Per gli assegni compresi tra otto e dieci volte il minimo, fino a 6.118,50 euro, si scenderebbe al 37%. Infine, per le pensioni superiori a dieci volte il trattamento minimo, l’adeguamento sarebbe limitato al 32%.

È proprio questa progressiva riduzione a rendere la misura politicamente delicata. Il Governo punta a contenere la spesa e a proteggere maggiormente i trattamenti più bassi, ma la scelta rischia di suscitare contestazioni da parte dei pensionati che vedrebbero ridursi il recupero dell’inflazione. La questione non riguarda soltanto la cifra che comparirà sul cedolino: in gioco c’è la capacità delle pensioni di mantenere nel tempo il proprio valore reale, soprattutto in presenza di rincari che incidono su alimentari, bollette, trasporti e spese sanitarie.

Accanto alla stretta sulla rivalutazione, la Manovra 2027 introduce anche un fondo per accompagnare l’uscita dal mercato del lavoro. La dotazione prevista è di 850 milioni di euro all’anno per il triennio 2027-2029. Le risorse serviranno a finanziare interventi che dovranno essere definiti con un successivo provvedimento legislativo, con particolare attenzione anche a specifiche categorie di persone in difficoltà e a eventuali misure sugli ammortizzatori sociali.

Tra le ipotesi c’è una nuova formula di flessibilità pensionistica, che potrebbe consentire l’uscita dal lavoro a 64 anni, a condizione di aver maturato almeno 36 anni di contributi. Si tratta, tuttavia, di una prospettiva che dovrà essere precisata attraverso le successive disposizioni: il fondo, da solo, non equivale all’introduzione immediata di una nuova Quota 100. Restano quindi da chiarire requisiti, platea dei beneficiari e modalità concrete di accesso.

Un altro tassello riguarda l’Ape sociale, che viene prorogata anche per il 2027. La misura permette ad alcune categorie di lavoratori di accedere a un accompagnamento verso la pensione a partire dai 63 anni e 6 mesi, purché siano rispettati gli ulteriori requisiti previsti. Tra i potenziali beneficiari figurano disoccupati che hanno esaurito gli ammortizzatori, caregiver, persone con invalidità e lavoratori impegnati in mansioni gravose.

Per finanziare la proroga sono previsti 180 milioni di euro aggiuntivi nel 2027 e 370 milioni nel 2028, con stanziamenti destinati a proseguire anche negli anni successivi, fino al 2032. Rimane però il divieto di cumulare l’Ape sociale con redditi da lavoro dipendente o autonomo, fatta eccezione per il lavoro autonomo occasionale entro il limite di 5.000 euro lordi annui.

Il quadro che emerge è quello di una Manovra che prova a tenere insieme due obiettivi: contenere la spesa previdenziale e offrire strumenti di uscita anticipata a determinate categorie di lavoratori. Ma il possibile ridimensionamento della rivalutazione riporta al centro una questione destinata a pesare nel confronto politico: fino a che punto è possibile ridurre la crescita degli assegni senza compromettere la tutela del potere d’acquisto dei pensionati?

La partita si giocherà anche sui dettagli attuativi e sugli effetti concreti delle nuove percentuali. Perché, mentre il Governo cerca di limitare gli aumenti della spesa pubblica, per chi vive di pensione anche una rivalutazione più bassa può tradursi in una perdita economica che si accumula anno dopo anno. E il rischio è che la stretta, presentata come uno strumento di contenimento dei costi, finisca per alimentare un nuovo fronte di malcontento sociale.

je.fe.

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