Un episodio che riaccende il dibattito sulla tutela della fauna selvatica in Valle d’Aosta e sul rapporto tra attività venatoria, tradizioni alpine e rispetto degli ecosistemi. È quanto accaduto nella zona del Colle del Gran San Bernardo, dove il Corpo forestale ha denunciato tre persone per l’abbattimento di uno stambecco, animale protetto e non cacciabile. Le successive perquisizioni hanno inoltre portato al ritrovamento del corpo di una marmotta, anch’essa appartenente a una specie protetta. Sulla vicenda intervengono, con una presa di posizione dai toni decisi, Legambiente Valle d’Aosta e LIPU Aosta, che chiedono una condanna pubblica dell’accaduto da parte delle istituzioni politiche regionali e delle associazioni venatorie.
Nella nota diffusa dalle due organizzazioni ambientaliste, l’indignazione non riguarda soltanto la violazione delle norme, ma anche il modo in cui viene concepita la fauna selvatica. «Ciò che colpisce, e che sembra emergere da questi comportamenti, non è soltanto la violazione delle norme, ma soprattutto la concezione della fauna selvatica: animali considerati come oggetti a disposizione dell’uomo, da abbattere, sezionare e trasformare eventualmente in trofei», osservano le associazioni, richiamando il ruolo che ogni specie svolge negli equilibri naturali.
Un passaggio della denuncia pubblica riguarda il profilo delle persone coinvolte, indicate nella nota come cacciatori in possesso di regolare licenza e di giovane età. Un elemento che, secondo Legambiente e LIPU, rende necessario un confronto all’interno dello stesso mondo venatorio, senza però estendere le responsabilità dei singoli all’intera categoria. «Questo, diciamolo con chiarezza, non significa attribuire responsabilità all’intera categoria, ma rende indispensabile una riflessione seria all’interno del mondo della caccia», precisano le due organizzazioni.
La richiesta è rivolta in particolare alle associazioni venatorie e al Comitato regionale per la gestione venatoria, chiamati a esprimere una posizione inequivocabile. «Ci aspettiamo una condanna pubblica, chiara e senza ambiguità da parte delle associazioni venatorie, del Comitato regionale per la gestione venatoria e delle istituzioni politiche regionali», dichiarano Gianpaolo Fedi, presidente di Legambiente Valle d’Aosta, e Anna Rita Parlagreco, delegata LIPU Aosta. «Non sarebbero sufficienti generiche prese di distanza dal bracconaggio: occorre affermare con decisione che comportamenti di questo tipo sono incompatibili con qualsiasi forma di gestione responsabile della fauna selvatica».

Gianpaolo Fedi
La questione si intreccia anche con il Piano regionale faunistico-venatorio 2025-2030, che richiama la tutela del patrimonio faunistico valdostano e il ruolo della caccia nella cultura e nelle tradizioni alpine. Per le associazioni ambientaliste, il richiamo alla tradizione non può tuttavia diventare una giustificazione per comportamenti contrari alla protezione degli animali. La cultura alpina, sottolineano, appartiene anche a chi studia, osserva, fotografa e protegge la fauna selvatica, riconoscendone il valore indipendentemente da qualsiasi utilizzo da parte dell’uomo.
Nella nota non manca infine un riconoscimento al lavoro degli organi di controllo. Legambiente e LIPU esprimono infatti «un sincero apprezzamento per la professionalità e l’efficacia dell’intervento del Corpo forestale della Valle d’Aosta», auspicando che le autorità competenti adottino tutti i provvedimenti previsti dalla legge, con particolare attenzione alle eventuali conseguenze sulle licenze venatorie.
La vicenda, al di là delle responsabilità individuali che spetterà alle autorità competenti accertare, riporta al centro una questione che riguarda l’intera comunità valdostana: come conciliare la valorizzazione delle tradizioni alpine con la conservazione di un patrimonio naturale fragile e prezioso. La gestione della fauna non si esaurisce nelle regole che disciplinano la caccia, ma richiede anche controlli efficaci, responsabilità individuali e una cultura condivisa del rispetto degli ecosistemi. È su questo terreno che, secondo le due associazioni, le dichiarazioni di principio sono chiamate a tradursi in comportamenti concreti.
L'articolo rielabora i contenuti di una nota stampa diffusa da Legambiente Valle d’Aosta e LIPU Aosta. Le valutazioni e le richieste riportate sono attribuite alle due associazioni.













