Giusy Bal conferma ancora una volta di voler interpretare il ruolo di capogruppo dell’Union Valdôtaine nel Consiglio comunale di Aosta con una cifra politica precisa: quella di chi cerca di tenere insieme appartenenza e apertura, identità e libertà individuale, tradizione e pluralismo. Nel dibattito sulle due mozioni dedicate all’Aosta Pride e ai Carnavals de Montagne, la sua posizione non si limita infatti alla scelta di voto, ma prova a ricondurre questioni apparentemente lontane a una precisa cultura politica.
«Avant d’entrer dans le fond des deux motions, je crois qu’il est important de rappeler brièvement ce qui caractérise la culture politique de l’Union Valdôtaine», esordisce Bal, riportando il confronto dentro quella tradizione autonomista che costituisce uno dei tratti distintivi della storia politica valdostana.
È un passaggio significativo, perché per Bal l’autonomismo non può essere considerato soltanto come una questione istituzionale o amministrativa. È prima di tutto una cultura della comunità, nata dalla consapevolezza che una minoranza possa difendere la propria lingua, la propria storia e la propria capacità di autodeterminazione senza per questo negare spazio e dignità alle altre identità.
«Nous sommes un mouvement de rassemblement, né de la volonté de réunir des sensibilités différentes autour d’une idée commune de la Vallée d’Aoste. Nous sommes profondément autonomistes», sottolinea la capogruppo dell’Uv, richiamando le radici storiche di un movimento che ha fatto della tutela della specificità valdostana uno dei propri elementi fondativi.
E qui arriva il riferimento alla Déclaration de Chivasso, evocata come uno dei momenti fondativi della cultura autonomista contemporanea. «Notre culture politique trouve ses racines dans l’histoire de notre communauté et dans cette tradition dont la Déclaration de Chivasso constitue un moment fondateur : la défense des autonomies, des communautés, de notre culture, de nos langues et de la capacité de notre peuple à décider de son propre avenir».
Il ragionamento di Bal compie quindi un passaggio ulteriore. Se il principio dell’autodeterminazione viene riconosciuto alla comunità, sostiene la capogruppo, lo stesso principio deve essere riconosciuto alla persona. È una connessione tra dimensione collettiva e dimensione individuale che rappresenta il cuore politico del suo intervento.
«Nous sommes une force politique qui croit à l’autodétermination d’un peuple et, précisément pour cette raison, nous croyons encore davantage à l’autodétermination de chaque individu», afferma. E aggiunge: «C’est là que notre culture autonomiste rencontre naturellement notre culture libérale».
Una concezione che porta direttamente al tema dei diritti civili. Per Bal, infatti, la tutela dell’identità valdostana non può trasformarsi in una chiusura nei confronti delle identità altrui. Anzi, proprio l’esperienza storica di una comunità linguistica minoritaria dovrebbe rendere più naturale la comprensione delle battaglie contro le discriminazioni.
«Si nous reconnaissons à une communauté le droit de défendre son identité, sa culture et sa liberté de choisir son avenir, nous devons reconnaître avec la même conviction à chaque personne le droit d’être libre, de choisir et de vivre pleinement son identité».
È forse questo il punto culturalmente più forte dell’intervento: l’identità non come recinto, ma come esperienza attraverso la quale comprendere il valore delle differenze. Una posizione che Bal traduce in termini espliciti quando parla dei diritti civili.
«C’est pourquoi, sur les droits civils, nous sommes profondément libéraux. Nous croyons que chacun doit pouvoir vivre librement son identité, ses choix et son orientation, sans discrimination».
Il ragionamento torna poi alla dimensione valdostana, quasi in un gioco di specchi tra la condizione della comunità locale e quella delle persone che rivendicano il diritto a vedere riconosciuta la propria identità.
«Nous savons ce que signifie être une minorité linguistique et culturelle. Nous savons ce que signifie demander le respect d’une communauté, d’une langue et d’une culture. C’est précisément pour cela que la défense de notre spécificité ne peut jamais devenir la négation de celle des autres».
Da questa premessa prende forma anche il metodo con cui Bal affronta le due mozioni. Non una contrapposizione ideologica, ma una valutazione distinta dei contenuti e delle conseguenze concrete delle scelte amministrative.
«È da questa cultura politica che nasce anche il nostro modo di affrontare le questioni che ci vengono sottoposte: con pragmatismo, guardando al merito e al contenuto concreto delle proposte», afferma rivolgendosi al presidente e ai colleghi del Consiglio comunale.
La mozione 55, dedicata al sostegno dell'Amministrazione all'Aosta Pride, diventa così il primo terreno sul quale misurare questa impostazione. Bal riconosce innanzitutto un principio che considera non negoziabile: la libertà di manifestazione, di associazione e di partecipazione alla vita pubblica.
«Partiamo da un punto fermo: la libertà di manifestazione, di associazione e di partecipazione alla vita pubblica deve essere pienamente garantita», afferma. Ma, nello stesso tempo, introduce una distinzione tra la garanzia di una libertà e le modalità attraverso cui un'amministrazione pubblica decide di sostenere economicamente, materialmente o istituzionalmente una manifestazione promossa da soggetti esterni.
È su questo punto che l’Union Valdôtaine sceglie di non aderire integralmente alla mozione. Bal non mette in discussione il diritto alla manifestazione, ma considera legittimo discutere delle modalità con cui le risorse e il sostegno pubblico vengono assegnati.
La sua posizione, però, contiene anche un elemento politico rivolto direttamente agli altri schieramenti presenti in Consiglio, in particolare a Forza Italia.
«Vorrei rivolgere una considerazione anche ai colleghi di Forza Italia», dice Bal, sostenendo che il sostegno istituzionale ai Pride non possa essere considerato automaticamente come una posizione riconducibile soltanto a una determinata area politica.
«Il sostegno istituzionale ai Pride non è una posizione che appartiene esclusivamente a una parte politica. Ci sono amministrazioni di centrodestra che hanno scelto di patrocinare o sostenere manifestazioni Pride».
Il passaggio serve a separare il tema dei diritti civili da una lettura rigidamente bipolare del confronto politico. «È quindi possibile essere di centrodestra e ritenere che la tutela della libertà, della dignità della persona e della lotta alle discriminazioni possa trovare anche una forma di sostegno istituzionale», osserva.
La conclusione sulla prima mozione è quindi netta ma non conflittuale: «Non credo quindi che il tema possa essere ricondotto semplicemente alla contrapposizione tra chi difende i valori e chi non li difende».
Da qui la decisione dell’Union Valdôtaine di astenersi sulla mozione 55. Un’astensione motivata non da un disimpegno rispetto al tema dei diritti, ma dalla valutazione delle modalità attraverso cui l’Amministrazione comunale sceglie di intervenire.
Diverso è invece il giudizio sulla mozione 56, che affronta il rapporto tra il sostegno all’Aosta Pride e quello alle manifestazioni tradizionali legate ai Carnavals de Montagne. Ed è proprio qui che emerge con maggiore forza il tema della cultura valdostana.
Bal non accetta che la valorizzazione delle tradizioni locali venga costruita attraverso una contrapposizione con altre espressioni della società contemporanea. «Il Carnaval de montagne rappresenta una parte importante della nostra storia e della nostra identità culturale. Riteniamo corretto che trovi il proprio spazio nella programmazione culturale della città».
La frase contiene una rivendicazione precisa: la tradizione non deve essere marginalizzata e le manifestazioni legate alla cultura popolare valdostana meritano attenzione istituzionale. Ma la valorizzazione, secondo Bal, non può essere ottenuta mettendo una cultura contro un’altra.
«Ma proprio perché crediamo nel valore delle nostre tradizioni, non accettiamo che debbano essere difese mettendole in contrapposizione con altre espressioni culturali».
È una concezione della politica culturale che rifiuta la logica della somma zero. Se una manifestazione riceve attenzione, non significa automaticamente che un’altra debba perderla. «Una tradizione non diventa più importante perché un’altra viene sostenuta meno», afferma Bal.
E ancora più esplicitamente: «Non condividiamo l’idea che la politica culturale della città debba essere costruita attraverso una logica di compensazione: se sostieni una manifestazione, allora non puoi sostenere l’altra».
Il tema assume così una dimensione che va oltre le due singole iniziative. La questione riguarda il modo in cui un’amministrazione interpreta il proprio ruolo nella costruzione dell’identità collettiva. Per l’Union Valdôtaine, una città come Aosta dovrebbe poter custodire le proprie radici senza trasformare la tradizione in uno strumento di esclusione.
«La nostra idea è diversa. Una città deve saper custodire le proprie radici, valorizzare la propria identità e, nello stesso tempo, riconoscere la pluralità della comunità che amministra».
È un passaggio che restituisce alla cultura un significato profondamente politico e sociale: le tradizioni non vengono difese soltanto attraverso i finanziamenti, ma attraverso la capacità di inserirle in una comunità contemporanea nella quale convivono sensibilità, storie personali e identità differenti.
«Le nostre tradizioni meritano di essere valorizzate per quello che sono, non utilizzate come strumento di contrapposizione», ribadisce Bal.
Ed è proprio su questa base che arriva la seconda scelta di voto. «Per questo non condividiamo l’impostazione della mozione 56 così come per la 55. E per questo il gruppo dell’Union Valdôtaine voterà contro».
Due mozioni, dunque, due voti differenti, La maggioranza ha votato contro ad entrambe le mozioni. Ma nella lettura di Giusy Bal non c’è contraddizione. Al contrario, le due decisioni vengono ricondotte a una medesima impostazione politica, nella quale l’autonomismo non viene concepito come chiusura identitaria e il liberalismo non viene vissuto come cancellazione delle radici.
«Sono quindi due voti diversi, per ragioni diverse, ma coerenti con lo stesso modo di intendere la politica: autonomisti nella difesa della nostra identità, liberali nella difesa della libertà individuale e pragmatici nel momento della decisione».
È forse questa la chiave dell’intervento della capogruppo dell’Union Valdôtaine: rivendicare la possibilità di essere contemporaneamente profondamente legati alla Valle d’Aosta e aperti alla pluralità della società contemporanea. Un equilibrio che, nel dibattito politico, non è sempre semplice da mantenere, ma che rappresenta una delle sfide più interessanti per una forza autonomista chiamata a confrontarsi con una comunità in trasformazione.
In questa prospettiva, il richiamo alla Déclaration de Chivasso, alla minoranza linguistica, alla libertà individuale e alle tradizioni popolari non appare come una semplice successione di riferimenti. Diventa il tentativo di costruire un filo politico unico: la convinzione che il diritto di una comunità a custodire la propria identità possa convivere con il diritto delle persone a vivere liberamente la propria.
E proprio da questa sintesi Giusy Bal ricava la posizione dell’Union Valdôtaine nel Consiglio comunale di Aosta: difendere ciò che appartiene alla storia valdostana senza trasformarlo in una barriera, sostenere la libertà individuale senza rinunciare alla memoria collettiva e affrontare le scelte amministrative senza ridurle a contrapposizioni ideologiche.












