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ATTUALITÀ | 15 settembre 2026, 12:00

I nostri ragazzi, la rete e la responsabilità di una comunità

Per troppo tempo abbiamo considerato internet come un mondo separato dalla realtà. Non lo è. La rete è diventata uno spazio sociale nel quale i nostri ragazzi vivono una parte importante della loro esistenza

I nostri ragazzi, la rete e la responsabilità di una comunità

La violenza giovanile sta cambiando volto. Non è più soltanto quella che incontriamo nei cortili, nelle piazze, davanti alle scuole o nelle periferie. Sempre più spesso entra nelle nostre case attraverso uno smartphone, si nasconde dietro uno schermo, passa da una chat all’altra e può raggiungere centinaia di persone in pochi minuti. È una violenza diversa, ma non meno reale. Anzi, in alcuni casi è ancora più insidiosa, perché non finisce quando termina un litigio. Un insulto rimane, un video rimane, un’immagine manipolata rimane, un’umiliazione può essere riproposta per anni. E allora dobbiamo avere il coraggio di dirlo con chiarezza: non possiamo affrontare la violenza giovanile del nostro tempo con gli strumenti culturali di vent’anni fa. La tecnologia è cambiata, i nostri ragazzi sono cambiati, è cambiato il modo di comunicare, di costruire relazioni, di cercare approvazione. Ma una cosa non è cambiata: il bisogno di essere ascoltati, educati, accompagnati e riconosciuti. Ed è proprio da qui che dobbiamo ripartire.

Per troppo tempo abbiamo considerato internet come un mondo separato dalla realtà. Non lo è. La rete è diventata uno spazio sociale nel quale i nostri ragazzi vivono una parte importante della loro esistenza. È scuola, amicizia, confronto, divertimento, informazione, ma può diventare anche luogo di esclusione, intimidazione, ricatto e violenza. Il problema è che spesso gli adulti arrivano dopo: arrivano quando il video è già diventato virale, quando la vittima è già stata umiliata, quando la chat è già esplosa, quando il conflitto virtuale è diventato una rissa reale. Dobbiamo invece imparare ad arrivare prima. La rete ha caratteristiche che amplificano la violenza: la permanenza dei contenuti, la loro rapidissima diffusione, la possibilità di nascondersi dietro identità digitali e soprattutto la presenza di un pubblico praticamente illimitato. Una violenza compiuta davanti a dieci persone è già drammatica; una violenza filmata e condivisa può diventare una condanna davanti a migliaia di persone. E questo cambia tutto.

C’è poi una questione che non possiamo più eludere: chi educa i nostri ragazzi quando noi non ci siamo? Se non lo facciamo noi, lo fanno gli algoritmi. Le piattaforme sono costruite per catturare attenzione e più restiamo connessi, più il loro modello economico funziona. Sappiamo che rabbia, paura, indignazione e provocazione attirano attenzione più facilmente della riflessione. Un ragazzo guarda un video violento e l’algoritmo può proporgliene un altro, poi un altro ancora. Non significa che ogni ragazzo esposto alla violenza digitale diventerà violento: sarebbe una semplificazione sbagliata. Significa però che l’ambiente digitale non è neutrale. E se accettiamo che siano esclusivamente logiche commerciali a determinare ciò che i nostri figli vedono, allora stiamo rinunciando a una parte della nostra responsabilità educativa.

L’intelligenza artificiale rende questa sfida ancora più grande. Gli algoritmi apprendono dai dati e i dati contengono anche stereotipi, pregiudizi e disuguaglianze. E poi arrivano i deepfake, le immagini costruite artificialmente, le voci contraffatte, i falsi video pornografici. Una ragazza può diventare vittima di una violenza sessuale digitale senza avere mai prodotto o condiviso un’immagine intima. Questo dovrebbe bastare per capire che non siamo davanti a un semplice problema tecnologico. Siamo davanti a un problema di civiltà.

Le leggi sono indispensabili, ma non possiamo pensare che una nuova norma, per quanto necessaria, possa risolvere da sola un problema che cambia alla velocità della tecnologia. La politica deve avere il coraggio di anticipare. Deve interrogarsi sui modelli economici delle piattaforme, sulla tutela dei minori, sulla responsabilità degli intermediari, sulla protezione delle vittime e sulla formazione digitale. Ma deve soprattutto investire sulle persone. Perché possiamo introdurre tutte le regole che vogliamo: se un ragazzo non ha imparato a riconoscere la violenza, a gestire la rabbia, a rispettare l’altro e ad affrontare un conflitto, nessuna legge potrà sostituire quell’educazione.

Ed è proprio su questo terreno che, a mio avviso, dobbiamo recuperare fino in fondo il significato dell’autonomia. L’autonomia non può essere soltanto una competenza amministrativa. Non può ridursi alla gestione di risorse, alla distribuzione di competenze o alla difesa di prerogative istituzionali. L’autonomia è prima di tutto responsabilità. È la capacità di una comunità di riconoscere i propri problemi e di costruire risposte adeguate al proprio territorio. La Valle d’Aosta, con le sue dimensioni, le sue relazioni di prossimità e il suo patrimonio educativo e sociale, ha una possibilità che non dobbiamo sprecare: sperimentare politiche nuove, costruire una rete territoriale vera, mettere insieme scuola, famiglie, sanità, servizi sociali, forze dell’ordine, associazioni, enti locali e mondo dell’informazione.

Non dobbiamo aspettare sempre che sia qualcun altro a dirci cosa fare. Questa, per me, è la sostanza dell’autonomia. Essere autonomi significa anche essere capaci di prenderci cura dei nostri giovani. E per farlo dobbiamo partire dalle famiglie. Da anni sostengo la necessità di costruire vere “Scuole per Genitori”: non luoghi nei quali qualcuno insegna ai genitori come fare il genitore, ma spazi nei quali genitori, insegnanti ed esperti possano confrontarsi sui problemi reali. Come si affronta il rapporto tra adolescenti e smartphone? Come si riconosce un ragazzo che sta subendo una forma di cyberbullismo? Come si interviene davanti a una chat nella quale circolano immagini intime? Come si parla di pornografia, consenso, rispetto e violenza? Come si stabiliscono regole senza trasformare la famiglia in una caserma? Sono domande concrete e pretendono risposte concrete. Non possiamo lasciare le famiglie sole davanti a problemi che spesso gli adulti stessi faticano a comprendere.

Anche la scuola deve fare la propria parte. Non può essere soltanto il luogo nel quale si trasmettono conoscenze. Deve essere il luogo nel quale si impara a vivere insieme. Dobbiamo insegnare ai ragazzi a discutere senza insultare, a perdere senza sentirsi umiliati, a gestire la rabbia, ad accettare un rifiuto, a riconoscere la fragilità. Dobbiamo restituire valore alla parola, allo sguardo, alla presenza fisica. Perché c’è una cosa che nessun algoritmo può sostituire: la relazione umana. Ecco perché credo che l’educazione digitale debba andare insieme all’educazione alla relazione. Non basta insegnare a usare la tecnologia. Bisogna insegnare a non farsi usare dalla tecnologia.

E qui arrivo al mio mestiere. Il giornalista non può limitarsi a raccontare l’ennesima rissa, l’ennesimo video violento, l’ennesima storia di cyberbullismo. La cronaca è necessaria, ma non è sufficiente. Dobbiamo raccontare ciò che accade, ma dobbiamo anche cercare di capire perché accade. Dobbiamo dare voce alle vittime senza trasformarle in spettacolo, raccontare le responsabilità senza costruire processi sommari e interrogare le istituzioni, ma anche raccontare ciò che funziona. Soprattutto, dobbiamo stare attenti a non commettere un errore gravissimo: trasformare chi compie violenza in un personaggio. Ogni volta che raccontiamo una violenza dobbiamo chiederci se stiamo informando oppure se, involontariamente, stiamo contribuendo a costruire il palcoscenico che quella violenza cercava. Il giornalismo deve fare una cosa diversa: togliere spettacolo e aggiungere comprensione.

C’è infine un punto sul quale vorrei essere molto chiaro. Non mi interessa alimentare l’ennesima guerra generazionale. Non credo che i nostri ragazzi siano peggiori di quelli di ieri. Sono ragazzi del loro tempo. Vivono però dentro un ambiente molto più veloce, pervasivo e aggressivo di quello nel quale siamo cresciuti noi. E quindi hanno bisogno di adulti più presenti, non di adulti più severi. Hanno bisogno di regole, certo, ma anche di ascolto. Hanno bisogno di responsabilità, ma anche della possibilità di sbagliare senza essere immediatamente trasformati in un contenuto da condividere. Hanno bisogno di qualcuno che dica loro che un like non è consenso, una visualizzazione non è valore, una provocazione non è coraggio e umiliare qualcuno non significa essere forti.

La sfida che abbiamo davanti non è soltanto quella di combattere il cyberbullismo. È molto più grande. Dobbiamo decidere quale società vogliamo costruire. Una società nella quale i ragazzi imparano a competere per attenzione, visibilità e consenso? Oppure una società nella quale imparano che la libertà comporta responsabilità e che la tecnologia deve essere uno strumento nelle nostre mani, non un ambiente che decide continuamente per noi? Io credo nella seconda strada. E credo che una piccola comunità come la Valle d’Aosta possa, proprio grazie alla sua autonomia, avere il coraggio di sperimentarla.

Possiamo costruire un modello valdostano di prevenzione della violenza giovanile e di cittadinanza digitale. Possiamo mettere attorno allo stesso tavolo istituzioni, scuola, famiglie, educatori, professionisti, forze dell’ordine, associazioni e informazione. Possiamo creare percorsi permanenti, non iniziative occasionali. Possiamo formare gli insegnanti, sostenere le famiglie, ascoltare i ragazzi prima che il disagio diventi emergenza. Possiamo utilizzare le nostre competenze e la nostra autonomia per sperimentare ciò che altrove richiede tempi molto più lunghi.

Questa, a mio avviso, è la vera sfida dell’autonomia nel XXI secolo: non soltanto amministrare meglio, ma prendersi cura meglio della propria comunità. E non c’è investimento più importante di quello sui nostri ragazzi. Perché dietro ogni statistica sulla violenza giovanile c’è una persona. Dietro ogni video c’è una storia. Dietro ogni ragazzo aggressivo può esserci una fragilità che nessuno ha saputo ascoltare. E dietro ogni ragazzo che subisce violenza c’è una dignità che abbiamo il dovere di difendere.

Non possiamo lasciare questo compito agli algoritmi. Non possiamo delegarlo soltanto alle forze dell’ordine. Non possiamo aspettare che siano sempre le leggi a intervenire quando il danno è già fatto. Una comunità autonoma è una comunità che si assume la responsabilità del proprio futuro.

E il nostro futuro, oggi, ha il volto dei nostri ragazzi.

Per questo la battaglia contro la violenza giovanile, dentro e fuori dalla rete, è una battaglia che dobbiamo combattere insieme.

E che possiamo vincere.

j-p. sa.

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