Fotografie che hanno suscitato indignazione, compassione e discussioni accese. Il tema è noto: povertà estrema, marginalità, disagio abitativo. Ma la domanda che attraversa la comunità è più profonda: come si affronta un fenomeno che cresce, si trasforma e diventa sempre più visibile?
Per provare a rispondere, può essere utile guardare oltre i confini europei, dove le politiche sociali seguono modelli diversi. Tra questi, la Cina rappresenta un caso di studio significativo: non perché sia replicabile, ma perché mostra come una diversa cultura amministrativa e sociale produca esiti radicalmente differenti.
Chi visita Shanghai, Shenzhen o Guangzhou nota subito un elemento sorprendente: non si vedono persone che dormono per strada. Le piazze illuminate, i viali dello shopping, le stazioni ferroviarie sono puliti, ordinati e sorvegliati. Un contrasto evidente rispetto alle capitali occidentali, dove la presenza di senzatetto è parte del paesaggio urbano.
Questa assenza non è il risultato dell'eliminazione della povertà, bensì di un sistema articolato che combina controllo dello spazio pubblico, strumenti burocratici rigidi e reti sociali tradizionali.
La gestione del fenomeno in Cina parte da un attore chiave: la Chengguan, la polizia municipale incaricata di vigilare sul decoro urbano.
Il principio è chiaro: tolleranza zero per il vagabondaggio.
Chi viene trovato a dormire su una panchina o nei pressi di una stazione viene immediatamente intercettato. La persona viene condotta nei Jiuzhu zhan, centri di assistenza statali.
Se non trova un impiego o una sistemazione autonoma in tempi brevi, lo Stato fornisce un biglietto ferroviario di sola andata per il villaggio d'origine.
La città non è considerata luogo di permanenza per chi non ha mezzi di sostentamento, ma lo Stato assegna questo compito al paese d'origine.
Insomma, in poche parole: Aosta non deve farsi carico del cittadino di Sarre.
Questo meccanismo si regge su un pilastro amministrativo ereditato dall'era maoista: l'hukou, il passaporto interno che lega ogni cittadino al proprio luogo di nascita.
Chi si trasferisce dalle campagne alle metropoli:
- non ha diritto al welfare locale;
- non accede agli alloggi popolari;
- non può usufruire dei servizi sociali della città d'arrivo.
Quando il lavoro manca, la metropoli “respinge” il migrante, rimandando la responsabilità del sostentamento alle amministrazioni rurali o alla famiglia.
La povertà urbana non scompare: si sposta al chiuso.
Nei villaggi urbani, quartieri popolari inglobati dai grattacieli, si affittano micro-stanze o posti letto a prezzi minimi.
Molti lavoratori precari trascorrono le notti nei fast-food aperti 24 ore o negli internet café, pagando pochi yuan per una poltrona.
Altri vivono in dormitori aziendali, spesso collegati a lavori a bassissima qualifica.
Il disagio sociale esiste, ma è contenuto entro confini invisibili allo spazio pubblico.
La cultura confuciana attribuisce alla famiglia una responsabilità morale fortissima: permettere che un parente finisca a mendicare è un disonore pubblico. Le reti familiari intervengono molto prima che la marginalità diventi visibile.
Questo elemento culturale, non replicabile in Europa, riduce drasticamente la presenza di senzatetto “senza rete”.
La pulizia delle strade cinesi è il risultato di un compromesso:
- controllo capillare dello spazio pubblico;
- rigidità burocratica;
- soluzioni abitative di fortuna;
- forte responsabilità familiare;
- mercato del lavoro ad alta domanda di manodopera.
Le immagini circolate in questi giorni non sono un incidente isolato: sono il segnale di un fenomeno che cresce e che richiede una risposta coordinata.
La domanda non è come “imitare” la Cina, ma come costruire un sistema che affronti la marginalità senza nasconderla, garantendo dignità alle persone e sicurezza alle città.
Servono politiche abitative efficaci, servizi sociali capillari, interventi di prossimità, prevenzione del disagio e collaborazione tra enti locali, sanitari e terzo settore.
La povertà non è solo un problema sociale: è un indicatore della salute complessiva di una comunità. E la Valle d’Aosta, come ogni territorio europeo, è chiamata a guardarlo in faccia, senza paura e senza scorciatoie.













