Il programma di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci ripropone una visione della società fondata sull’ordine, sulla gerarchia dei ruoli e su un’idea tradizionale dei rapporti tra uomo e donna. Il “patriarcato mediterraneo”, la negazione della specificità del femminicidio e il richiamo all’uomo capace di dominare emozioni e passioni sono segnali politici e culturali che non possono essere archiviati come semplici provocazioni. Ma c’è anche una responsabilità della sinistra: continuando a parlare soltanto a una parte del Paese e a costruire battaglie sempre più divisive, lascia spazio proprio a chi trasforma paura, rabbia e insicurezza in consenso.
Ci sono parole che, quando tornano nel dibattito politico, meritano di essere ascoltate con particolare attenzione. Non per censurarle, non per impedire a qualcuno di pronunciarle, ma perché possono raccontare una trasformazione più profonda della società. E il programma elettorale di Futuro Nazionale, il movimento politico di Roberto Vannacci, contiene elementi che non possono essere liquidati con una scrollata di spalle.
Il passaggio sul cosiddetto “patriarcato mediterraneo” è probabilmente quello che più di ogni altro dovrebbe far riflettere. Il programma descrive un modello nel quale l’uomo sarebbe chiamato a essere capace di «dominare le emozioni e le passioni» e, soprattutto, a proteggere la donna. Non è soltanto una definizione sociologica. È una precisa idea dei rapporti tra i sessi, nella quale la differenza rischia di trasformarsi in gerarchia e la protezione in una forma paternalistica di subordinazione.
Ancora più preoccupante è il tentativo di cancellare la specificità del femminicidio, sostenendo che un omicidio debba essere considerato semplicemente un omicidio, senza distinguere la violenza contro le donne dagli altri delitti. Qui bisogna essere molto chiari. Riconoscere il femminicidio non significa stabilire che la vita di una donna valga più di quella di un uomo. Significa riconoscere che esiste una particolare fenomenologia della violenza contro le donne, legata spesso a possesso, controllo, discriminazione e rifiuto dell'autonomia femminile. Negare questa specificità non rende la società più uguale: rischia semplicemente di renderla più cieca davanti alle cause della violenza.
Ma ciò che inquieta ancora di più è il quadro complessivo nel quale queste posizioni vengono inserite. Perché il programma di Vannacci non sembra limitarsi a proporre una diversa politica su un singolo tema. Costruisce una visione del mondo nella quale l'ordine viene contrapposto al disordine, la tradizione alla modernità, l'identità al pluralismo, l'autorità alla contestazione. E dentro questa costruzione l'uomo forte, disciplinato, capace di controllare le proprie passioni e di assumere il ruolo di protettore torna ad avere un'importanza politica e simbolica che dovrebbe preoccuparci.
È qui che il titolo di questo editoriale acquista il suo significato: riprende corpo l’anima nazi-fascista. Non significa sostenere che l'Italia stia tornando al 1922, né che ogni elettore di Vannacci sia fascista. Sarebbe una semplificazione tanto sbagliata quanto quella che vogliamo denunciare. Significa invece riconoscere che alcuni archetipi culturali propri della tradizione autoritaria europea — l'uomo forte, la gerarchia, la disciplina, la comunità contrapposta all'individuo, la diffidenza verso il pluralismo e la nostalgia per un ordine sociale considerato naturale — possono tornare a occupare spazio nel linguaggio politico contemporaneo.
E quando accade, bisogna preoccuparsi.
Non basta però indignarsi. Non basta gridare al fascismo ogni volta che emerge una posizione conservatrice. Non basta costruire l'ennesima manifestazione contro il nemico di turno. Perché qui arriva la seconda parte, forse ancora più amara, di questa storia.
La sinistra sta facendo un regalo enorme a Vannacci.
Lo fa ogni volta che trasforma la politica in una continua contrapposizione morale tra buoni e cattivi. Lo fa quando considera retrogrado chiunque non condivida integralmente il proprio vocabolario. Lo fa quando parla soprattutto alle proprie cerchie, alle proprie categorie, ai propri militanti, dimenticandosi di milioni di persone che hanno problemi molto più concreti.
Una parte della sinistra sembra non avere ancora capito una cosa elementare: la paura non si combatte insultando chi ha paura. La sicurezza non può essere lasciata alla destra radicale. L'immigrazione non può essere affrontata soltanto attraverso slogan contrapposti. Il disagio economico non può essere ignorato. La crisi della rappresentanza non si risolve spiegando agli elettori che hanno votato male.
E soprattutto non si può pretendere che un cittadino che sente di aver perso punti di riferimento venga conquistato con una lezione di superiorità morale.
Vannacci, al contrario, ha capito perfettamente il meccanismo. Prende paure reali, anche quando le interpreta in modo discutibile, e offre risposte semplici. Dice che qualcuno ha tolto qualcosa agli italiani. Dice che esiste un ordine che deve essere ristabilito. Dice che la tradizione è stata aggredita. Dice che l'uomo deve tornare a essere uomo, che la donna deve essere protetta, che l'identità deve essere difesa.
Sono risposte semplicistiche, ma politicamente potentissime.
E la sinistra, troppo spesso, risponde ripetendo le stesse parole di sempre: indignazione, allarme, condanna, etichette. Poi si meraviglia se una parte del Paese non ascolta più.
Il problema è che Vannacci non ha bisogno che tutti diventino fascisti. Gli basta che una parte degli italiani si convinca che lui sia l'unico disposto a dire ciò che gli altri non osano dire.
È così che le idee radicali diventano normalità. Prima vengono pronunciate come provocazioni. Poi entrano nei programmi. Poi diventano discussione televisiva. Poi diventano proposta politica. Infine, qualcuno si accorge che sono diventate parte del senso comune.
È questo passaggio che dovrebbe preoccuparci.
Perché una democrazia non muore necessariamente con un colpo di Stato. Può anche indebolirsi lentamente, quando la libertà viene considerata caos, il pluralismo debolezza, la solidarietà buonismo e l'autorità l'unica risposta possibile alle paure della società.
Il punto non è quindi impedire a Vannacci di dire ciò che pensa. Il punto è avere una politica democratica abbastanza forte da rispondere alle sue idee senza paura e senza isterismi. Una politica che sappia dire che si può difendere la sicurezza senza sacrificare la libertà; che si può difendere la famiglia senza stabilire quale famiglia sia moralmente superiore alle altre; che si possono affrontare i problemi dell'immigrazione senza trasformare lo straniero nel nemico; che si può parlare delle differenze tra uomini e donne senza trasformarle in gerarchie; che si può amare la propria identità nazionale senza disprezzare quella degli altri.
E soprattutto una politica che sappia restituire alle persone un'idea di futuro.
Perché la grande forza delle destre radicali non nasce soltanto dalla loro propaganda. Nasce dai vuoti lasciati dagli altri. Se un giovane non vede un futuro, se un lavoratore non vede sicurezza economica, se una famiglia non vede servizi, se un cittadino non si sente protetto, se una comunità non riconosce più se stessa nelle istituzioni, allora la promessa dell'ordine diventa seducente.
Ed è qui che la sinistra dovrebbe interrogarsi, invece di limitarsi a ripetere che Vannacci è pericoloso.
Sì, alcune delle idee contenute nel suo programma sono pericolose e meritano di essere contrastate. Ma per farlo non basta alzare il dito. Bisogna costruire un'alternativa. Altrimenti l'anima autoritaria continuerà a trovare terreno fertile.
Il fascismo storico nacque anche dentro una società attraversata dalla paura, dalla frustrazione e dalla crisi delle vecchie certezze. Oggi siamo in un'altra epoca, con istituzioni democratiche solide e una Costituzione che rappresenta un argine fondamentale. Ma proprio per questo non dobbiamo permetterci il lusso dell'indifferenza.
Le parole contano. Le idee contano. I programmi contano. E quando torna l'idea che l'uomo debba essere forte, dominante e protettivo, che la donna debba essere protetta invece che pienamente libera, che il pluralismo sia una debolezza e che la società abbia bisogno soprattutto di ordine e disciplina, sarebbe un errore non vedere il filo culturale che attraversa la storia europea.
Forse è ancora presto per dirlo in termini storici. Ma è certamente il momento di preoccuparsi, di discutere e soprattutto di non lasciare che il vuoto politico venga riempito da chi offre alla paura una risposta autoritaria.
Perché la democrazia non si difende soltanto ricordando ciò che è stato.
Si difende impedendo che le paure del presente diventino la nostalgia dell'autorità di ieri.
Riprende corpo l’anima nazi-fascista?
Le programme de Futuro Nazionale de Roberto Vannacci remet au goût du jour une vision de la société fondée sur l’ordre, la hiérarchie des rôles et une conception traditionnelle des rapports entre hommes et femmes. Le « patriarcat méditerranéen », le refus de reconnaître la spécificité du féminicide et la référence à l’homme capable de maîtriser ses émotions et ses passions sont des signaux politiques et culturels qui ne peuvent être réduits à de simples provocations. Mais la gauche porte également une responsabilité : en ne s’adressant qu’à une partie du pays et en menant des combats toujours plus clivants, elle laisse précisément de l’espace à ceux qui transforment la peur, la colère et l’insécurité en capital politique.
Il est des mots qui, lorsqu’ils reviennent dans le débat politique, méritent d’être écoutés avec une attention particulière. Non pas pour les censurer, ni pour empêcher quiconque de les prononcer, mais parce qu’ils peuvent révéler une transformation plus profonde de la société. Et le programme électoral de Futuro Nazionale, le mouvement politique de Roberto Vannacci, contient des éléments qui ne peuvent être balayés d’un revers de main.
Le passage consacré au prétendu « patriarcat méditerranéen » est probablement celui qui devrait nous faire réfléchir le plus. Le programme décrit un modèle dans lequel l’homme serait appelé à être capable de « maîtriser ses émotions et ses passions » et, surtout, à protéger la femme. Il ne s’agit pas seulement d’une définition sociologique. C’est une conception précise des rapports entre les sexes, dans laquelle la différence risque de se transformer en hiérarchie et la protection en une forme de subordination paternaliste.
Plus préoccupante encore est la volonté d’effacer la spécificité du féminicide, en soutenant qu’un homicide devrait être considéré simplement comme un homicide, sans distinguer les violences faites aux femmes des autres crimes.
Il faut ici être très clair.
Reconnaître le féminicide ne signifie pas considérer que la vie d’une femme vaut davantage que celle d’un homme. Cela signifie reconnaître qu’il existe une forme particulière de violence envers les femmes, souvent liée à la possession, au contrôle, à la discrimination et au refus de leur autonomie. Nier cette spécificité ne rend pas la société plus égalitaire : cela risque simplement de la rendre plus aveugle face aux causes de la violence.
Mais ce qui inquiète davantage encore, c’est le cadre général dans lequel ces positions sont inscrites. Car le programme de Vannacci ne semble pas se limiter à proposer une politique différente sur une question particulière. Il construit une vision du monde dans laquelle l’ordre est opposé au désordre, la tradition à la modernité, l’identité au pluralisme, l’autorité à la contestation. Et, dans cette construction, l’homme fort, discipliné, capable de maîtriser ses passions et d’assumer le rôle de protecteur retrouve une importance politique et symbolique qui devrait nous inquiéter.
C’est ici que le titre de cet éditorial prend tout son sens : l’âme nazie-fasciste reprend corps.
Cela ne signifie pas que l’Italie serait en train de revenir à 1922, ni que chaque électeur de Vannacci serait fasciste. Ce serait une simplification aussi erronée que celle que nous voulons dénoncer. Cela signifie plutôt reconnaître que certains archétypes culturels propres à la tradition autoritaire européenne — l’homme fort, la hiérarchie, la discipline, la communauté opposée à l’individu, la méfiance envers le pluralisme et la nostalgie d’un ordre social considéré comme naturel — peuvent à nouveau occuper une place dans le langage politique contemporain.
Et lorsque cela arrive, il faut s’en inquiéter.
Mais l’indignation ne suffit pas. Il ne suffit pas non plus de crier au fascisme chaque fois qu’apparaît une position conservatrice. Il ne suffit pas d’organiser une nouvelle manifestation contre l’ennemi du moment.
Car voici la deuxième partie, peut-être encore plus amère, de cette histoire.
La gauche fait un cadeau immense à Vannacci.
Elle le fait chaque fois qu’elle transforme la politique en une opposition morale permanente entre les bons et les mauvais. Elle le fait lorsqu’elle considère comme rétrograde quiconque ne partage pas intégralement son vocabulaire. Elle le fait lorsqu’elle s’adresse surtout à ses propres cercles, à ses propres catégories, à ses propres militants, en oubliant des millions de personnes confrontées à des problèmes beaucoup plus concrets.
Une partie de la gauche ne semble toujours pas avoir compris une chose élémentaire : on ne combat pas la peur en insultant ceux qui ont peur.
La sécurité ne peut pas être abandonnée à la droite radicale. L’immigration ne peut pas être abordée uniquement à travers des slogans opposés. Le malaise économique ne peut pas être ignoré. La crise de la représentation ne se résout pas en expliquant aux électeurs qu’ils ont mal voté.
Et surtout, on ne peut pas espérer convaincre un citoyen qui a le sentiment d’avoir perdu ses repères en lui donnant une leçon de supériorité morale.
Vannacci, au contraire, a parfaitement compris le mécanisme. Il prend des peurs réelles, même lorsqu’il les interprète de manière discutable, et leur apporte des réponses simples. Il affirme que quelqu’un a retiré quelque chose aux Italiens. Il affirme qu’un ordre doit être rétabli. Il affirme que la tradition a été attaquée. Il affirme que l’homme doit redevenir un homme, que la femme doit être protégée, que l’identité doit être défendue.
Ce sont des réponses simplistes, mais politiquement extrêmement puissantes.
Et la gauche, trop souvent, répond en répétant toujours les mêmes mots : indignation, alerte, condamnation, étiquettes.
Puis elle s’étonne qu’une partie du pays ne l’écoute plus.
Le problème est que Vannacci n’a pas besoin que tout le monde devienne fasciste. Il lui suffit qu’une partie des Italiens se convainque qu’il est le seul à être prêt à dire ce que les autres n’osent pas dire.
C’est ainsi que les idées radicales deviennent normales. D’abord elles sont prononcées comme des provocations. Puis elles entrent dans les programmes. Ensuite elles deviennent un sujet de débat télévisé. Puis elles deviennent des propositions politiques. Et enfin, quelqu’un s’aperçoit qu’elles font désormais partie du sens commun.
C’est cette évolution qui devrait nous inquiéter.
Car une démocratie ne meurt pas nécessairement sous le coup d’un coup d’État. Elle peut aussi s’affaiblir lentement, lorsque la liberté est considérée comme du chaos, le pluralisme comme une faiblesse, la solidarité comme de la naïveté et l’autorité comme la seule réponse possible aux peurs de la société.
Le problème n’est donc pas d’empêcher Vannacci de dire ce qu’il pense. Le problème est d’avoir une politique démocratique suffisamment forte pour répondre à ses idées sans peur et sans hystérie. Une politique capable d’affirmer que l’on peut défendre la sécurité sans sacrifier la liberté ; que l’on peut défendre la famille sans établir quelle famille serait moralement supérieure aux autres ; que l’on peut traiter les problèmes liés à l’immigration sans transformer l’étranger en ennemi ; que l’on peut parler des différences entre hommes et femmes sans les transformer en hiérarchies ; que l’on peut aimer son identité nationale sans mépriser celle des autres.
Et surtout, une politique capable de redonner aux citoyens une idée de l’avenir.
Car la grande force des droites radicales ne vient pas seulement de leur propagande. Elle vient des espaces laissés vacants par les autres. Si un jeune ne voit pas d’avenir, si un travailleur ne voit pas de sécurité économique, si une famille ne voit pas de services publics à la hauteur, si un citoyen ne se sent pas protégé, si une communauté ne se reconnaît plus dans ses institutions, alors la promesse de l’ordre devient séduisante.
C’est là que la gauche devrait s’interroger, plutôt que de se contenter de répéter que Vannacci est dangereux.
Oui, certaines des idées contenues dans son programme sont dangereuses et méritent d’être combattues. Mais pour le faire, il ne suffit pas de lever le doigt. Il faut construire une alternative.
Sinon, l’âme autoritaire continuera de trouver un terrain fertile.
Le fascisme historique est également né dans une société traversée par la peur, la frustration et la crise des anciennes certitudes. Nous sommes aujourd’hui dans une autre époque, avec des institutions démocratiques solides et une Constitution qui constitue un rempart fondamental. Mais c’est précisément pour cette raison que nous ne devons pas nous permettre le luxe de l’indifférence.
Les mots comptent. Les idées comptent. Les programmes comptent.
Et lorsque revient l’idée que l’homme doit être fort, dominant et protecteur, que la femme doit être protégée plutôt que pleinement libre, que le pluralisme serait une faiblesse et que la société aurait surtout besoin d’ordre et de discipline, il serait une erreur de ne pas voir le fil culturel qui traverse l’histoire européenne.
L’âme nazie-fasciste reprend-elle corps ?
Il est peut-être encore trop tôt pour le dire en termes historiques. Mais c’est certainement le moment de s’inquiéter, de débattre et surtout de ne pas laisser le vide politique être rempli par ceux qui offrent à la peur une réponse autoritaire.
Car la démocratie ne se défend pas seulement en se souvenant de ce qui s’est passé.
Elle se défend en empêchant que les peurs du présent deviennent la nostalgie de l’autorité d’hier.




