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FEDE E RELIGIONI | 10 agosto 2026, 08:00

Leone XIV: «Non disperare, neanche nei momenti di buio». Gesù non abbandona mai

All’Angelus di domenica 9 agosto 2026, in Piazza San Pietro, Leone XIV riflette sulla tempesta sul lago di Galilea e sull’esperienza di paura e impotenza vissuta dagli apostoli. Il Papa invita a non confidare soltanto nelle proprie forze: proprio nei momenti di maggiore fragilità, sostiene, è possibile riconoscere la presenza di Dio e ritrovare pace, luce e forza

Leone XIV: «Non disperare, neanche nei momenti di buio». Gesù non abbandona mai

La fede, secondo Leone XIV, non si misura soltanto nei momenti di entusiasmo, quando tutto sembra procedere nel migliore dei modi. È soprattutto nella difficoltà, nella paura e nella sensazione di non avere più il controllo degli eventi che l’uomo è chiamato a riconoscere una presenza capace di accompagnarlo anche quando la strada appare più buia. È questo il filo conduttore della catechesi pronunciata dal Papa prima dell’Angelus di domenica 9 agosto 2026, XIX domenica del Tempo ordinario, davanti ai fedeli riuniti in Piazza San Pietro.

Al centro della riflessione c’è il brano del Vangelo di Matteo, nel quale Gesù raggiunge gli apostoli mentre si trovano in mezzo a una violenta tempesta sul lago di Galilea. Un episodio che, nella lettura proposta dal Pontefice, diventa una metafora della condizione umana e delle difficoltà che possono mettere alla prova anche chi ha già sperimentato momenti di grande entusiasmo e di successo.

I discepoli arrivano infatti alla tempesta dopo aver assistito alla moltiplicazione dei pani e dei pesci. Sono stati protagonisti di un evento straordinario, ma poco dopo si ritrovano soli sulla barca, alle prese con il vento contrario e con onde che impediscono loro di avanzare. Gesù, intanto, si è ritirato sul monte per pregare.

È proprio questo contrasto a essere sottolineato da Leone XIV: dopo un’esperienza positiva e gratificante, arriva improvvisamente il momento della paura. Gli apostoli, che poco prima avevano assistito a un miracolo, scoprono la propria fragilità. «Dopo un’esperienza di successo, in cui erano stati protagonisti di un segno prodigioso», osserva il Papa, «ora si ritrovano impotenti e spaventati di fronte alla minaccia delle onde e del vento contrario».

La scena raggiunge il suo momento decisivo sul finire della notte, quando Gesù compare camminando sulle acque. Gli apostoli non lo riconoscono immediatamente e, anzi, la paura aumenta. È allora che Cristo pronuncia parole destinate a diventare il centro della riflessione papale: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».

La presenza di Gesù, spiega Leone XIV, «cambia tutto». Anche Pietro decide di uscire dalla barca e di andare incontro al Maestro. Per qualche istante riesce a camminare sulle acque, ma poi la paura prende il sopravvento: Pietro si spaventa, comincia ad affondare e viene salvato da Gesù.

L’episodio diventa così una riflessione sulla fragilità umana. Non basta aver sperimentato il successo, non basta aver visto un miracolo o aver ricevuto conferme della propria fede. Per gli apostoli è necessario attraversare anche l’esperienza della propria impotenza. Ed è proprio lì, sostiene il Pontefice, che possono imparare a riconoscere veramente la presenza di Dio.

«Non disperare, neanche nei momenti di buio», è l’invito di Leone XIV, soprattutto quando «ci sentiamo impotenti davanti ai problemi». Una prospettiva che va oltre la dimensione strettamente religiosa e tocca una condizione profondamente umana: quella di chi, davanti alle difficoltà, scopre che le proprie capacità e le proprie sicurezze non sono sufficienti.

La tempesta del Vangelo può così essere letta come immagine delle tante tempeste della vita contemporanea. Le crisi personali e familiari, le difficoltà economiche, le guerre, le tensioni sociali e l'incertezza sul futuro possono alimentare una sensazione di impotenza che rischia di trasformarsi in paura o rassegnazione. Il messaggio del Papa invita invece a non considerare la fragilità come una sconfitta definitiva.

Per Leone XIV, proprio il riconoscimento dei propri limiti può diventare l’inizio di un rapporto più autentico con Dio. Gli apostoli, infatti, arrivano alla professione di fede «Davvero tu sei Figlio di Dio!» non semplicemente dopo aver assistito a un miracolo, ma dopo aver sperimentato la propria debolezza e aver riconosciuto, dentro quella stessa difficoltà, la vicinanza di Cristo.

È un passaggio significativo anche sul piano sociale: in un'epoca nella quale spesso viene esaltata l'autosufficienza individuale, la capacità di farcela da soli e il successo personale, il Papa propone una prospettiva diversa. La vulnerabilità non deve necessariamente essere nascosta o negata. Può diventare, al contrario, il punto dal quale ricominciare a costruire relazioni, fiducia e solidarietà.

Il riferimento alla preghiera, ai Sacramenti e all’ascolto della Parola costituisce per Leone XIV il percorso attraverso il quale il credente può ritrovare quella stabilità che non significa assenza di problemi, ma capacità di affrontarli senza sentirsi definitivamente abbandonato. Quando Gesù sale sulla barca, infatti, la tempesta si placa, ma il significato dell'episodio non è semplicemente quello di una promessa di una vita senza difficoltà. È la certezza, secondo il Papa, di non essere soli dentro le difficoltà.

Il messaggio assume un significato ancora più ampio se inserito nel contesto internazionale segnato da guerre e crisi umanitarie. Nello stesso Angelus del 9 agosto, Leone XIV ha rivolto un appello per la fine degli attacchi contro i civili in Russia e Ucraina, chiedendo il rispetto del diritto umanitario e invitando a interrompere la spirale della violenza. Anche in questo caso il Pontefice ha richiamato la necessità di non cedere alla logica della contrapposizione permanente e di lasciare spazio alla diplomazia.

La tempesta del lago di Galilea diventa dunque, nella riflessione di Leone XIV, qualcosa di più di un episodio evangelico. È un'immagine della condizione dell'uomo quando le certezze vengono meno e il vento contrario sembra impedire qualsiasi progresso. La risposta cristiana indicata dal Papa non è la negazione della paura, ma la capacità di attraversarla senza perdere la speranza.

«Gesù non ci abbandona», ribadisce Leone XIV, a condizione di accoglierlo «umilmente nella barca della nostra vita». È un messaggio rivolto ai credenti, ma anche una riflessione sul modo in cui una comunità può affrontare le proprie crisi: riconoscendo i propri limiti, evitando la disperazione e cercando nella solidarietà e nella fiducia la forza per attraversare le difficoltà.

In una stagione nella quale le società sono attraversate da guerre, incertezze economiche, paure e profonde trasformazioni, le parole pronunciate da Leone XIV il 9 agosto 2026 assumono quindi una dimensione che va oltre la catechesi domenicale. La tempesta raccontata dal Vangelo diventa la rappresentazione di un'umanità spesso impaurita e disorientata. E il messaggio del Papa è che la fragilità non deve necessariamente condurre alla disperazione: proprio quando le forze sembrano venir meno, può diventare possibile riconoscere una presenza capace di restituire «luce e forza» al cammino.

Leggi qui il testo integrale della catechesi di Papa Leone XIV all’Angelus.

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