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CRONACA | 17 giugno 2026, 13:13

Criminalità giovanile, la devianza come questione educativa: l’allarme del Coordinamento Docenti Diritti Umani

L’indagine Eurispes fotografa una ripresa dei reati commessi da giovani tra i 14 e i 24 anni dopo la pandemia, con un aumento delle segnalazioni e una crescita dell’uso di armi da taglio. Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama la necessità di superare approcci emergenziali e repressivi, puntando su un “patto educativo” diffuso tra scuola, famiglie e territorio. Pesavento: “Serve una comunità educante coesa, non deleghe isolate”

Romano Pesavento presidente CNDDU

Romano Pesavento presidente CNDDU

La devianza giovanile torna al centro del dibattito pubblico dopo la pubblicazione dei nuovi dati contenuti nell’indagine Eurispes “La criminalità giovanile. Fra rappresentazione e realtà”, realizzata con il contributo del Servizio Analisi Criminale della Direzione Centrale della Polizia Criminale.

Il quadro tracciato è tutt’altro che marginale: dopo la diminuzione registrata tra il 2015 e il 2020, le segnalazioni di giovani tra i 14 e i 24 anni denunciati o arrestati tornano a crescere nel periodo post-pandemico, con un incremento complessivo del 2,54% tra il 2024 e il 2025. Particolarmente significativa la crescita nella fascia 14-17 anni, che secondo gli analisti conferma l’impatto delle restrizioni sociali e scolastiche sullo sviluppo relazionale degli adolescenti.

Accanto ai dati giudiziari, colpisce la lettura culturale del fenomeno: l’85,5% degli italiani individua nell’assenza o distrazione familiare uno dei principali fattori di rischio. Seguono il contesto sociale degradato (77,4%), l’eccessiva permissività educativa (75,3%), la perdita di autorevolezza delle istituzioni (73,1%) e il fallimento educativo della scuola (69,2%). Più distaccate, ma comunque presenti, altre cause come il disagio economico e l’influenza del digitale.

Sul piano dei reati, il furto resta la condotta più diffusa tra i giovani, ma il dato che preoccupa maggiormente riguarda l’aumento dell’uso di armi da taglio: 9.762 segnalazioni nel 2025 contro le 6.640 del 2015. A questo si aggiunge un elemento nuovo, ma ormai strutturale: la spettacolarizzazione della violenza sui social network, dove atti illeciti vengono filmati e condivisi per ottenere visibilità e approvazione.

In questo contesto interviene il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, che invita a leggere il fenomeno oltre la logica dell’emergenza. Il presidente Romano Pesavento sottolinea: “La devianza non nasce nel momento in cui si commette un reato, ma molto prima, quando si indeboliscono le relazioni significative e il bisogno di riconoscimento non trova risposte autentiche”.

Ancora più netta la sua lettura del contesto sociale: “Il dato sulla famiglia non è un atto d’accusa, ma il segnale di un indebolimento della funzione educativa dell’intera comunità. Nessuna famiglia educa da sola”. Un passaggio che sposta il baricentro della responsabilità dall’individuo al sistema educativo complessivo.

Il post-pandemia viene indicato come un punto di frattura: isolamento, riduzione degli spazi di socialità e trasferimento massivo delle relazioni nel digitale avrebbero inciso sui processi di costruzione dell’identità. In particolare, osserva Pesavento, “la logica dei social trasforma il consenso digitale in una forma distorta di riconoscimento sociale, alimentando dinamiche emulative e desensibilizzazione”.

Nel dibattito entra anche il ruolo della scuola, definita come principale presidio costituzionale di inclusione. Tuttavia, avverte il Coordinamento, non può essere lasciata sola: “Attribuire alla scuola il compito esclusivo di contrastare la criminalità giovanile significa ignorare che l’educazione è un processo diffuso e condiviso”, afferma Pesavento.

Da qui la proposta politica: un Piano Nazionale per le Comunità Educanti e la Cultura dei Diritti Umani, rivolto al Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara. L’obiettivo sarebbe trasformare ogni scuola in un presidio educativo permanente, integrato con famiglie, enti locali, servizi sociali, sanità, università, associazioni e forze dell’ordine.

Nel progetto rientrano anche nuove figure e strumenti: educazione socio-emotiva, mediazione dei conflitti, giustizia riparativa, cittadinanza digitale critica, fino all’introduzione di un “Tutor per la Comunità Educante” e di un Osservatorio Nazionale sul benessere relazionale dei giovani.

Per Pesavento, la chiave resta una sola: “La sicurezza si costruisce investendo nella qualità delle relazioni educative. Solo una comunità educante coesa può trasformare la legalità in un valore interiorizzato e non in una imposizione esterna”.

Una lettura che sposta il tema della criminalità giovanile dal terreno esclusivamente repressivo a quello preventivo ed educativo, dove la prevenzione non è più risposta all’emergenza, ma progetto strutturale di crescita democratica.

je.fe.

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