L’autonomia differenziata in sanità torna al centro dello scontro istituzionale e tecnico. E lo fa con un avvertimento molto netto: così com’è impostata, rischia di accentuare le disuguaglianze invece di ridurle.
A dirlo è la Fondazione Fondazione GIMBE, intervenuta in audizione al Senato sugli schemi di pre-intesa che coinvolgono Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria. Il punto politico e tecnico è semplice solo in apparenza: quattro Regioni che chiedono le stesse nuove competenze, ma partono da situazioni sanitarie profondamente diverse.
Nel Nuovo Sistema di Garanzia dei LEA 2023 emergono differenze marcate:
- Veneto: 288 punti (miglior performance)
- Piemonte: 270
- Lombardia: 257
- Liguria: 219 (inadempiente in una macro-area)
Tradotto: non tutte le Regioni garantiscono allo stesso modo i livelli essenziali di assistenza, cioè le prestazioni che dovrebbero essere garantite in modo uniforme su tutto il territorio nazionale.
E qui GIMBE alza il sopracciglio: se già oggi l’uniformità non c’è, ha senso devolvere ulteriori competenze senza prima correggere il divario?
Altro indicatore chiave: la mobilità sanitaria.
- Lombardia: +645,8 milioni €
- Veneto: +212,1 milioni €
- Piemonte: -20,7 milioni €
- Liguria: -74,4 milioni €
In pratica, alcune Regioni attraggono pazienti (e risorse), altre li “perdono” verso fuori regione. È uno dei segnali più evidenti di un sistema sanitario che non viaggia alla stessa velocità ovunque.
Secondo dati ISTAT 2024:
- Lombardia: 10,3% rinuncia a cure
- Liguria: 10,1%
- Piemonte: 9,2%
- Veneto: 7,9%
Il dato è pesante: anche nelle Regioni considerate più “forti”, una quota significativa di cittadini rinuncia a visite o esami. Non per scelta, ma per difficoltà di accesso.
Altro fronte critico è il personale sanitario. Le differenze sono nette, soprattutto negli infermieri:
- Liguria: 6,86 ogni 1.000 abitanti
- Lombardia: 3,80 ogni 1.000 abitanti
Una forbice enorme, che incide direttamente su tempi di attesa e qualità dell’assistenza.
Secondo GIMBE, senza una definizione chiara dei LEP sanitari e senza un sistema di monitoraggio nazionale dell’equità, le nuove competenze potrebbero produrre tre effetti:
- più competizione tra Regioni per attrarre professionisti e strutture
- maggiore spazio al privato convenzionato
- aumento delle disuguaglianze territoriali nell’accesso alle cure
Non è un attacco all’autonomia in sé, ma al contesto in cui verrebbe applicata: un SSN già sotto pressione e con finanziamenti insufficienti.
E la Valle d’Aosta?
Qui il discorso cambia prospettiva perché la Valle d'Aosta è già in una condizione “speciale” dentro il sistema sanitario italiano.
Essendo Regione a statuto speciale e molto piccola, la Valle d’Aosta:
- gestisce in autonomia la sanità regionale
- ha un sistema fortemente integrato con il Piemonte per la alta complessità (soprattutto Torino)
- presenta storicamente una buona copertura dei LEA, ma con forte dipendenza dalla mobilità passiva per alcune specialità
In altre parole: formalmente autonoma, ma strutturalmente “interconnessa”.
Il punto critico, visto con la lente GIMBE, è proprio questo: regioni piccole e periferiche come la Valle d’Aosta rischiano di non avere abbastanza massa critica per reggere da sole l’ulteriore frammentazione del sistema, soprattutto su personale e tecnologie.
E qui c’è il paradosso politico interessante: mentre alcune Regioni grandi chiedono più autonomia per rafforzarsi, quelle piccole hanno già autonomia ma restano dipendenti fuori regione per garantire prestazioni complesse.
La richiesta della Fondazione GIMBE è netta: sospendere l’iter o introdurre una moratoria fino a quando non saranno definiti:
- i LEP sanitari
- i costi standard reali
- un sistema indipendente di monitoraggio dell’equità
Senza questi elementi, l’autonomia differenziata rischia di non essere una riforma del sistema sanitario, ma una sua ulteriore frammentazione.













