Stavo scorrendo i titoli dei giornali — ormai, da pensionato, è diventato uno dei miei compiti principali, una specie di rassegna stampa casalinga accompagnata dal caffè — e mi sono ritrovato a fissare lo schermo con una domanda che ronzava in testa: ma ci siamo o ci facciamo?
Perché, ve lo dico sinceramente, se William Shakespeare vivesse oggi, non scriverebbe Essere o non essere. Quella era roba per esistenzialisti con tempo libero e toga. Oggi scriverebbe qualcosa di più immediato, più pop, più adatto ai nostri tempi: “Ci siete o ci fate?”. Forse in un tweet. Con tre punti esclamativi.
Il fatto è questo: siamo diventati campioni mondiali di indignazione a scadenza. Quarantotto ore, al massimo settantadue, poi torniamo tutti al nostro posto come niente fosse.
Prendete la benzina. Qualche mese fa i titoli dei giornali sembravano bollettini di guerra. “La benzina schizza a 2,30! A 2,70! Qualcuno invoca la rivoluzione!”. Leggevi certi articoli e ti aspettavi di vedere la gente per strada con le forcelle e le torce. Qualcuno ricordava con nostalgia che in altri Paesi il gasolio non supera 1,20 euro. Articoli con dati rabbrividenti: aumenti del 20, del 30, del 40, persino del 100% su certi prodotti alimentari e agricoli. Roba da mal di stomaco.
E gli stipendi? Quelli no. Quelli sono rimasti fermi. Immobili. Scolpiti nel marmo come una statua di Augusto. Un articolo — che non cito per non fare pubblicità — calcolava che, se gli stipendi fossero cresciuti in proporzione all’inflazione, al costo dell’energia, al caro benzina, oggi una famiglia media dovrebbe portare a casa circa 3.000 euro al mese. Vero o no, il dato colpisce. Ma colpisce per quarantotto ore, poi finisce nel dimenticatoio, insieme alle promesse elettorali e ai buoni propositi di gennaio.
E così, col passare dei giorni, la rivolta si sgonfia. I gruppi Facebook si calmano. Qualcuno cambia argomento. E ci ritroviamo a discutere con la stessa identica intensità — la stessa euforia, la stessa incazzatura, la stessa indifferenza, fate voi — di bambini straziati a Gaza e della grazia presidenziale alla signora Minetti. Sullo stesso feed. A distanza di tre scroll (scusate l’inglesismo, ogni tanto mi lascio prendere).
Ecco il vero capolavoro della nostra epoca: l’equidistanza emotiva. Tutto ci tocca, niente ci cambia.
Ormai non si riesce più a distinguere se un titolo è ironico o drammatico, se vuole farti ridere o urlare. E forse non importa più nemmeno, perché la reazione è sempre la stessa: un pollice su, un commento, poi si va avanti.
Samuel Beckett diceva che aspettiamo Godot. Noi, più modestamente, aspettiamo che qualcun altro risolva i nostri problemi: il governo, l’Europa, Elon Musk, chiunque. L’importante è che non tocchi a noi scendere in piazza, perché fa freddo, c’è traffico e, in fondo, domani c’è da guardare la Serie A o il tennis.
La vera notizia, quella che non fa mai titolo, è questa: ci siamo assuefatti all’assuefazione. E non ce ne siamo nemmeno accorti. Del resto, la notizia è durata meno di quarantotto ore, poi è sparita.
Tu chiamala, se vuoi… normalità.













