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FEDE E RELIGIONI | 27 aprile 2026, 08:00

Il Papa ai nuovi preti: siete di tutti e per tutti, tenete aperta la porta della Chiesa

Nella Basilica di San Pietro, Papa Leone XIV ordina dieci nuovi sacerdoti e lancia un messaggio forte: la Chiesa non può chiudersi, deve restare aperta al mondo, senza paura della realtà e senza rifugiarsi nel ruolo

Il Papa ai nuovi preti: siete di tutti e per tutti, tenete aperta la porta della Chiesa

C’è qualcosa di profondamente umano e allo stesso tempo radicale nelle parole pronunciate da Papa Leone XIV durante la Messa di ordinazione presbiteriale celebrata il 26 aprile nella Basilica di San Pietro. Non è solo un’omelia, ma una chiamata alla responsabilità, un richiamo netto a una Chiesa che non si nasconde e a sacerdoti che non si limitano a “fare funzione”, ma scelgono di stare dentro la vita delle persone.

Davanti a cinquemila fedeli e nel giorno della Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, dieci nuovi preti hanno pronunciato il loro “eccomi”, un gesto semplice solo in apparenza, che racchiude invece un’intera esistenza consegnata agli altri. Ed è proprio su questo che il Papa insiste: non basta essere “buoni preti”, serve essere uomini veri, cittadini onesti, costruttori di pace, capaci di abitare la società senza distanze e senza alibi.

Il cuore del messaggio è chiaro e quasi disarmante: “Siete di tutti e per tutti”. Una frase che suona come una linea di confine tra una Chiesa che accoglie e una che rischia di escludere. Perché il rischio, oggi più che mai, è quello di chiudersi, di trasformare la fede in un recinto, di ridurre la comunità a un gruppo autoreferenziale. E invece no: la porta deve restare aperta.

Il riferimento al Vangelo di Giovanni, dove Gesù si presenta come “la porta delle pecore”, diventa così una chiave di lettura potente. La Chiesa, dice il Papa, non è un rifugio per pochi né una zona protetta dalla vita. È un luogo attraversato dalla vita stessa, con tutte le sue contraddizioni, le sue ferite, le sue domande irrisolte. E i sacerdoti sono chiamati a stare lì, esattamente lì, dove la vita accade.

Non c’è spazio per la paura della realtà. Anzi, è proprio la realtà – anche quella più dura – il terreno su cui si misura l’autenticità della fede. Il Papa lo dice senza giri di parole: il mondo può essere crudele, le persone smarrite, le comunità fragili. Ma è in questo scenario che il sacerdote deve muoversi, senza cercare scorciatoie, senza rifugiarsi dietro un ruolo.

Ed è qui che arriva uno dei passaggi più incisivi: la sicurezza non viene dal ruolo. Non è la veste, non è la funzione, non è l’autorità formale a garantire stabilità. La vera sicurezza sta nella storia di salvezza, nella relazione viva con Cristo e nel cammino condiviso con il popolo. Un rovesciamento netto rispetto a ogni tentazione di clericalismo, che sposta il baricentro dal potere al servizio.

C’è poi un altro elemento che colpisce: l’invito a uscire. Non restare, non aspettare, ma andare. Cercare la gente, incontrare la cultura, lasciarsi sorprendere da ciò che cresce anche fuori dai confini visibili della Chiesa. È una visione dinamica, quasi inquieta, che rifiuta l’idea di una fede statica e invita invece a mettersi in cammino.

In questo quadro, il sacerdote diventa un “canale, non un filtro”. Un’immagine semplice ma potentissima: non qualcuno che seleziona, che decide chi può entrare e chi no, ma qualcuno che lascia passare, che accompagna, che facilita l’incontro. È una responsabilità enorme, perché implica fiducia, apertura, capacità di stare anche nelle ambiguità senza irrigidirsi.

Il Papa non nasconde le difficoltà. Parla di persone che si sentono perse, di distanze crescenti tra la Chiesa e la società, di ferite ancora aperte che tengono lontani molti. Ma proprio per questo insiste: la porta non va chiusa. Mai. Perché chi arriva porta con sé una storia, spesso fragile, a volte contraddittoria, ma sempre degna di essere accolta.

L’ordinazione dei dieci nuovi sacerdoti si inserisce così in una visione più ampia, che riguarda non solo loro ma l’intera comunità ecclesiale. Non è un punto di arrivo, ma un inizio. Un passaggio che chiede coerenza, coraggio e una certa dose di inquietudine, quella che impedisce di adagiarsi e costringe a restare in ascolto.

Alla fine, il messaggio che resta è netto: la Chiesa o è aperta o smette di essere sé stessa. E i suoi sacerdoti, se vogliono essere credibili, devono avere il coraggio di stare sulla soglia, con una mano tesa verso chi entra e l’altra pronta a uscire. Senza paura. Perché è lì, in quello spazio di passaggio, che si gioca davvero la partita della fede.

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