La questione della diffusione delle televisioni francofone in Valle d’Aosta torna ciclicamente nel dibattito politico, ma continua a rimanere sospesa in una zona grigia fatta di annunci, interlocuzioni e, soprattutto, ritardi. L’interpellanza discussa l’8 aprile 2026 riporta al centro un tema che, più che tecnico, è profondamente culturale e identitario.
Per anni, grazie al segnale analogico terrestre, i valdostani hanno avuto accesso diretto a canali francesi come France 2, contribuendo a mantenere vivo quel legame linguistico e culturale che rappresenta uno dei pilastri dell’autonomia regionale. Dal 2022, però, con il passaggio alla gestione affidata a EI Towers, l’offerta si è ridotta alle sole TV5 Monde, France 24 e RTS, lasciando fuori proprio quella France 2 che godeva di maggiore popolarità tra residenti e turisti.
Il dato politico più rilevante non è tanto la situazione attuale — già di per sé penalizzante — quanto la lentezza con cui si sta cercando di porvi rimedio. Dalle parole del Presidente della Regione emerge che un primo incontro con France Télévisions risale a gennaio, seguito da una fase tecnica che si è protratta per mesi e che solo ora viene dichiarata conclusa. La promessa è quella di arrivare a una decisione “entro fine aprile”. Ma è proprio qui che si innesta la valutazione critica: possibile che per un dossier di tale importanza servano tempi così lunghi?
Se da un lato è comprensibile la necessità di valutazioni tecniche e commerciali — tra costi di trasmissione e negoziazioni con EI Towers — dall’altro appare meno giustificabile la mancanza di una chiara priorità politica. La disponibilità dichiarata da France Télévisions ad ampliare l’offerta, includendo anche France 3 Alpes, France 4 e France Info, rappresenta un’occasione concreta e immediata. Eppure, invece di accelerare, il processo sembra procedere con una cautela eccessiva, quasi burocratica.
A rendere il quadro ancora più critico è la questione della copertura territoriale. Sulla carta, EI Towers garantisce il 93% della popolazione, superando il requisito minimo del bando. Nella realtà, però, intere vallate laterali risultano escluse dal segnale: Valgrisenche, Rhêmes, Valsavarenche, Cogne, Champorcher, la valle del Lys, Saint-Barthélemy, Valpelline e il Grand-Saint-Bernard. Non si tratta di aree marginali qualsiasi, ma di territori che rappresentano l’anima stessa della montagna valdostana, spesso ad alta vocazione turistica.
Qui il ritardo si trasforma in diseguaglianza: mentre nei centri principali si discute di ampliare l’offerta, nelle vallate si fatica ancora a garantire un accesso minimo al servizio. Un paradosso evidente, soprattutto per una regione che rivendica il proprio statuto speciale anche sulla base della tutela linguistica.
Il rischio concreto è che la questione venga nuovamente rinviata, intrappolata tra valutazioni tecniche e logiche di costo. Ma il prezzo più alto, in questo caso, è quello culturale. Rinunciare — o ritardare — la piena diffusione delle emittenti francofone significa indebolire uno degli strumenti più immediati e quotidiani di esposizione alla lingua francese.
In definitiva, il problema non è la mancanza di soluzioni, ma la lentezza nel metterle in pratica. E in politica, soprattutto su temi identitari, anche il tempo diventa una responsabilità. In Valle d’Aosta, oggi, il ritardo nella diffusione delle televisioni francofone non è più solo tecnico: è diventato un segnale politico.












