C’è un’arte sottile, quasi zen, che i partiti locali e nazionali stanno affinando con sorprendente maestria: quella di dire tutto senza dire niente. O meglio, di dire “ni” senza nemmeno prendersi la briga di pronunciarlo.
Sul referendum, infatti, assistiamo al grande spettacolo dell’equidistanza strategica. Non una posizione chiara, non una scelta netta, ma una raffinata coreografia di distinguo, silenzi, mezze frasi e libertà di coscienza distribuite come coriandoli a Carnevale.
“Lasciamo libertà ai nostri iscritti”. Tradotto dal politichese: arrangiatevi.
Partiti senza anima – dicono i più cattivi – e forse nemmeno senza cuore, ma con un radar finissimo per intercettare ogni possibile malumore elettorale. Perché prendere posizione è rischioso, mentre non prenderla è un capolavoro di equilibrismo: non scontenti nessuno, non convinci nessuno, ma resti sempre a galla.
E così le truppe vengono lasciate libere. Libere di votare, libere di non votare, libere persino di non capire. Una libertà talmente ampia da coincidere perfettamente con il vuoto.
In fondo è la politica delle natiche, più che delle idee: sedersi dove conviene, spostarsi quando serve, e soprattutto non restare mai troppo fermi su una posizione che potrebbe costare qualche consenso. Perché oggi più che rappresentare un pensiero, conta non urtare troppe sensibilità. O troppe poltrone.
Il risultato? Un gigantesco “ni” collettivo, elegante nella forma e imbarazzante nella sostanza.
Ma tranquilli: quando arriveranno i risultati, saranno tutti pronti a spiegare che, in fondo, avevano già capito tutto.
A posteriori, si sa, sono tutti campioni.













