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ATTUALITÀ | 21 marzo 2026, 12:00

Anche gli eroi muoiono, ma non tutti i morti sono eroi

Morti, social e umanità perduta. Lo specchio rotto di Facebook

Anche gli eroi muoiono, ma non tutti i morti sono eroi

In questi giorni se ne sono andati due uomini che, in modi radicalmente diversi, hanno attraversato la vita di tutti noi.

Chuck Norris, l'artista marziale diventato star del cinema d'azione e volto iconico della serie Walker, Texas Ranger, è morto a 86 anni alle Hawaii. Umberto Bossi, fondatore della Lega Nord e protagonista indiscusso della Seconda Repubblica italiana, si è spento a Varese a 84 anni.

Due esistenze lontanissime tra loro. Un americano che ci ha fatto sognare tra calci volanti e inseguimenti nel Texas. Un lombardo ruvido, carismatico e spigoloso, che ha trasformato per sempre il modo di fare politica in questo Paese.

Eppure entrambi, a modo loro, hanno lasciato un segno. Sono stati presenti. Hanno occupato spazio nella nostra vita collettiva.

Ma non è di loro che voglio parlare. È di noi.

Il circo dei social

Bastano poche ore dalla notizia di una morte — qualunque morte che abbia un minimo di risonanza pubblica — perché i social si trasformino in qualcosa di difficilmente classificabile. Una mistura di cordoglio sincero, ironia, odio, nostalgia, retorica e, soprattutto, una quantità industriale di commenti che non hanno nulla a che fare con la persona scomparsa e tutto a che fare con chi li scrive.

Nel caso di Norris, il meccanismo è rodato: i meme, le battute sulla sua “invincibilità”, i ricordi d'infanzia davanti alla televisione del sabato pomeriggio. C'è chi si commuove genuinamente, chi scrive “RIP leggenda” con la stessa disinvoltura con cui mette un like a una foto di un tramonto. Tutto sommato, un dolore condiviso e abbastanza innocuo.

Con Bossi, però, il meccanismo si inceppa. O meglio, si incendia.

Il caso Bossi, dove il lutto diventa arena

Con la morte di Bossi scompare uno dei protagonisti più controversi e riconoscibili della Seconda Repubblica, capace di trasformare un movimento territoriale in una forza politica nazionale. Era inevitabile che la sua morte accendesse gli animi. Ma quello che si vede sui social va ben oltre il normale confronto politico.

Da una parte, i fan. Adorazione senza riserve, senza virgole, senza spazio per nessuna sfumatura. Il Senatùr viene elevato a eroe assoluto, padre della patria padana, uomo che “ha detto quello che pensavamo tutti”. I difetti vengono cancellati con un tratto di penna. Lo scandalo dei rimborsi elettorali, le vicende giudiziarie che lo portarono a lasciare la guida del partito nel 2012, tutto sparisce, inghiottito da una narrazione agiografica che non ammette crepe. Chi osa ricordare qualcosa di meno edificante viene immediatamente aggredito, accusato di mancanza di rispetto per i morti, di sciacallaggio politico.

Dall'altra parte, i detrattori. Anche qui, nessuna misura. C'è chi ricorda le pagine più oscure della sua carriera politica con una soddisfazione che non ha nulla di analitico, ma tutto di vendicativo. Post che esultano, commenti che sembrano aspettare da anni questo momento. Una ferocia che, anche quando poggia su fatti reali, perde qualsiasi legittimità morale nel tono con cui viene espressa.

Nel mezzo: il vuoto. Pochissimi che provino a ragionare. Pochissimi disposti a tenere insieme, nello stesso pensiero, la complessità di un uomo che è stato insieme innovatore e provocatore, capace di intercettare un disagio reale del Nord produttivo e, allo stesso tempo, di alimentare rancori, semplificazioni, narrazioni tossiche.

Il problema non è Bossi. Il problema siamo noi.

La morte di una figura pubblica controversa è, da sempre, un momento in cui una società si guarda allo specchio. E quello che vediamo oggi, su Facebook come sugli altri social, è uno specchio rotto.

Non siamo più capaci di tenere la complessità. Non riusciamo a dire: “Quest'uomo ha fatto cose che condanno, ha anche intercettato qualcosa di reale nella società italiana e adesso è morto, e merita almeno il silenzio”. No. Dobbiamo schierarci. Dobbiamo vincere. Dobbiamo avere ragione anche davanti a un feretro.

I fan che idolatrano senza pensare e i detrattori che esultano senza ritegno commettono lo stesso errore: usano la morte di un altro essere umano come proiezione delle proprie certezze, delle proprie frustrazioni, della propria identità tribale. Non stanno parlando di Bossi. Stanno parlando di sé stessi.

E questo, alla fine, è il vero impoverimento. Non culturale. Umano.

Anche gli eroi muoiono. Ma non tutti quelli che muoiono sono eroi, e non tutti quelli che commentano la morte degli altri stanno dicendo qualcosa di vero su di loro. Spesso stanno solo urlando nel vuoto, cercando il like di qualcuno che la pensa uguale, in quel grande circo in cui il confine tra il lutto e lo spettacolo si è dissolto da un pezzo.

Vittore Lume-Rezoli

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