C’è una frase che in queste ore rimbalza nei talk show e nei comunicati di governo: se aumentano i prezzi dei carburanti, aumenta il gettito dello Stato e quindi si possono ridurre le accise. Traduzione politica: tranquilli, il sistema si autoregola.
Sulla carta sembra quasi un gesto di generosità fiscale. Nella realtà è una di quelle mezze verità che funzionano benissimo in conferenza stampa e molto meno al distributore.
Partiamo dal principio. In Italia la benzina non costa cara solo per il petrolio o per le tensioni internazionali. Costa cara soprattutto per le tasse. Sul prezzo finale alla pompa oltre la metà del costo è composta da imposte: accise più Iva. In pratica quando si fa il pieno, più di un euro su due finisce direttamente nelle casse dello Stato.
E qui arriva la prima finezza fiscale. L’Iva sui carburanti è al 22%, ma viene applicata anche sulle accise. Sì, avete letto bene: in Italia paghiamo una tassa sopra un’altra tassa. Un meccanismo che gli economisti chiamano “imposta sull’imposta”, ma che per l’automobilista medio si traduce semplicemente in uno scontrino più pesante.
Seconda verità a metà: quando il prezzo del carburante sale, lo Stato incassa automaticamente più Iva. Questo è vero. Se la benzina passa da 1,70 a due euro al litro, il gettito fiscale cresce senza che il governo debba fare nulla. È il famoso extra-gettito.
Ed è qui che entra in scena il famoso meccanismo delle accise mobili, previsto da una norma del 2023: quando l’Iva aumenta grazie ai rincari, il governo potrebbe ridurre le accise per alleggerire il prezzo alla pompa.
Potrebbe.
Perché non è automatico. Non scatta da solo. Serve una decisione politica. Un decreto. Una scelta.
E qui sta la piccola, grande fregatura semantica: il meccanismo esiste, ma non obbliga nessuno a usarlo. È un po’ come avere un estintore in casa: rassicurante, ma se non lo si prende in mano quando scoppia l’incendio serve a poco.
Nel frattempo il prezzo dei carburanti continua a salire e lo Stato continua a incassare. Non poco. Tra accise e Iva, il pieno degli italiani vale oltre 35 miliardi di euro l’anno per le casse pubbliche. Una cifra che spiega meglio di qualsiasi conferenza stampa perché ogni governo, da decenni, promette di tagliare le accise e poi improvvisamente scopre che non è così semplice.
Per capire quanto la benzina italiana sia fiscalmente “carica”, basta ricordare che molte accise nascono da emergenze del secolo scorso. Alcune risalgono addirittura agli anni Sessanta. La lista è quasi folkloristica: dal disastro del Vajont alla crisi di Suez, dal terremoto del Belice fino alle missioni militari all’estero. Tasse nate come temporanee che nel tempo sono diventate strutturalmente permanenti.
Il risultato è che l’Italia resta stabilmente tra i Paesi europei con i carburanti più tassati. Non necessariamente i più cari per il petrolio, ma sicuramente tra i più gravati dal fisco.
Così il cittadino continua a fare rifornimento, lo Stato continua a fare cassa e la politica continua a ripetere che esistono strumenti per abbassare i prezzi.
Verissimo.
Peccato che, per ora, restino nel cassetto insieme alle promesse elettorali.













