Salvatore Cernuzio – VN
Domande e risposte erano quattro, ma i temi affrontati molteplici: direttive spirituali – la vita di preghiera, l’incoraggiamento a vivere in amicizia, il monito a non isolarsi e a stare attenti alla “pandemia” dell’invidia – indicazioni concrete per il ministero e la pastorale (come stare accanto ai giovani, andare a trovare gli anziani) e qualche raccomandazione ben precisa: non abbandonare lo studio, non perdersi dietro uno schermo, non preparare le omelie con l’IA. Dialogo libero e aperto, ieri mattina, in Aula Paolo VI, tra Papa Leone XIV e il clero della Diocesi di Roma, ricevuto per la prima volta al completo. Dopo il suo discorso, il Papa si è voluto intrattenere in un botta e risposta con i sacerdoti, di cui oggi sono stati resi noti i contenuti.
Ad introdurre il dialogo a porte chiuse è stato il cardinale vicario Baldo Reina, che ha presentato i quattro sacerdoti scelti per fare le domande in rappresentanza di altrettante fasce di età. Tra loro anche un giovane prete ordinato proprio da Papa Leone nel maggio scorso. Da parte sua, una domanda su come i sacerdoti giovani possano porsi accanto ai coetanei nel mondo.
Il Papa, anzitutto, invita a tenere “gli occhi aperti” sulla realtà delle famiglie da cui provengono i ragazzi: famiglie con “crisi molto forti”, genitori assenti oppure “divorziati, risposati”. Molti giovani “hanno vissuto anche esperienze di abbandono”, perciò il sacerdote deve “conoscere la loro realtà”: “Essere vicini in questo senso, accompagnarli, ma non essere solo uno tra i giovani”, afferma il Pontefice. Importante, in questo senso, “la testimonianza del sacerdote”, che può offrire “un modello di vita”.
Il Papa chiede poi di non accontentarsi dei ragazzi che magari continuano a venire in parrocchia o a frequentare l’oratorio: “Bisogna organizzare, pensare, cercare iniziative che potranno essere una forma di uscita”, dice ai preti romani. “Dobbiamo andare noi, dobbiamo invitare altri giovani, andare con loro per la strada; offrire forse diversi modi, attività” tra sport, arte e cultura.
“Conoscere” è la parola chiave, secondo Leone, e la conoscenza avviene attraverso “un’esperienza umana di amicizia” con giovani che “vivono un isolamento, una solitudine incredibile”. Dopo la pandemia, in modo particolare, ma anche a causa dello smartphone: “Vivono soli anche se dicono: ‘No, il mio amico è qui’, ma non c’è un contatto umano. Vivono una specie di distanza dagli altri, una freddezza, senza conoscere la ricchezza, il valore dei rapporti veramente umani”. Bisogna quindi capire come offrire ai giovani “un altro tipo di esperienza di amicizia, di condivisione e, pian piano, di comunione” e, da quella esperienza, “invitarli anche a conoscere Gesù”.
Certo, servono “tempo” e “sacrificio”, sottolinea Leone XIV, considerando pure che tanti di questi ragazzi sono oggi imbrigliati in “una vita terribile” tra droghe, delinquenza e violenza. Necessario allora che i sacerdoti “più vicini per età, per cultura, per formazione” possano svolgere “un grande servizio” e annunciare il messaggio del Vangelo.
Vicinanza e conoscenza sono le due vie che il Papa indica anche per la pastorale, in risposta alla domanda di un parroco su come riuscire ad essere “incisivi” in questa cultura postmoderna senza tornare a schemi “anacronistici”. Secondo Leone XIV, il primo passo è “conoscere veramente la comunità dove sono chiamato a servire”.
Richiama qui la sua esperienza personale: “Io ho vissuto a Roma per quattro anni negli anni ’80, poi per dodici anni dal 2000 al 2012-13, poi adesso da tre anni, e ogni volta che torno a Roma, in un certo senso, trovo un’altra Roma. Sono tante cose… La ‘città eterna’, diciamo, le strade sono le stesse, le buche sono uguali, però la vita è tanto cambiata. Allora, per servire anche come Vescovo di Roma, avevo pensato molto: quando siamo andati a Ostia domenica scorsa, per parlare con questa gente, con queste persone, bisogna cominciare con il conoscere a fondo, per quanto possibile, la loro realtà”.
L’invito è, dunque, ad entrare nella realtà, quella vera, ben diversa dall’altra realtà che “arriva a noi anche se noi non vogliamo” e cioè “l’intelligenza artificiale, l’uso dell’internet”. E qui Leone XIV mette in guardia dalla “tentazione di preparare le omelie con l’Intelligenza Artificiale”: “Come tutti i muscoli nel corpo, se non li utilizziamo, se non li muoviamo, muoiono; il cervello ha bisogno di essere utilizzato. Allora anche la nostra intelligenza bisogna esercitarla un po’, per non perdere questa capacità”. Inoltre, “fare una vera omelia è condividere la fede” e l’IA “mai arriverà a poter condividere la fede”.
Questo è il punto: “Se possiamo offrire un servizio inculturato, nel posto, nella parrocchia dove stiamo lavorando, la gente vuole vedere la tua fede, la tua esperienza di aver conosciuto e amato Gesù Cristo”.
In tal senso è fondamentale “una vita di preghiera”, che non è solo “la routine di recitare il breviario il più veloce possibile, che porto anche nel cellulare”, ma “il tempo di stare con il Signore”. Con questa “vita autenticamente radicata nel Signore” allora si può offrire qualcosa di diverso: “Non è perché io sono offro quello che sono io. Questo è un inganno, tante volte, in internet, TikTok, e vogliamo essere noi: ‘Io ho tanti follower, tanti like, perché vedono che io sto dicendo…’. Non sei tu: se non stiamo trasmettendo il messaggio di Gesù Cristo, forse ci stiamo sbagliando, e bisogna anche lì riflettere molto bene, con molta umiltà, a vedere chi siamo e quello che stiamo facendo”, evidenzia Papa Leone XIV.
Altro consiglio che offre ai sacerdoti è quello di vivere in fraternità, in amicizia, sviluppando rapporti interpersonali tra di loro. Attenzione, perciò, ad “una delle pandemie del clero a livello universale”, che è l’“invidia clericalis”: “Un sacerdote che vede che un altro è stato chiamato ad essere parroco di una parrocchia più grande, più bella, chiamato ad essere vicario”. È così che “si rompono proprio i rapporti”, nascono i “pettegolezzi” e “si distrugge” tutto, invece di costruire “ponti di amicizia”.
“Siamo tutti umani, ci sono sentimenti, emozioni, tante cose, però, come sacerdoti – e spero già dal seminario – possiamo dare modelli di vita, dove i sacerdoti possano essere davvero amici, fratelli, e non nemici o indifferenti gli uni verso gli altri”, afferma Papa Leone.
A tal proposito ricorda un esempio “bellissimo” di fraternità sacerdotale a Chicago, la sua città natale, con un gruppo di preti che, già dai tempi del seminario, aveva stabilito di vedersi una volta al mese. Alcuni lo hanno fatto fino a oltre 90 anni: si riunivano, pregavano, studiavano. Studiare è proprio un altro punto su cui si sofferma il Pontefice: “Lo studio nella nostra vita dev’essere permanente, continuo. Quando sento da qualcuno che mi dice – questo è storico, me lo ha detto un sacerdote –: ‘Io non ho più aperto un libro da quando sono uscito dal seminario’. Mamma mia – ho pensato – che tristezza!”.
Leone XIV invita poi a muoversi e a non restare seduti a pensare: “Nessuno viene a trovarmi”. “Non abbiamo paura di bussare alla porta dell’altro, di prendere l’iniziativa, di dire ai compagni o a un gruppo di amici: perché non facciamo un incontro ogni tanto, per studiare insieme, riflettere insieme, un momento di preghiera e poi un buon pranzo? Il parroco con la migliore cuoca può invitare gli altri, così si fa un buon pranzo insieme”.
Al contempo, vanno individuate persone con cui avere “un rapporto fraterno con un po’ più di profondità”. Bisogna, cioè, “creare situazioni per rompere questa tendenza che ci porta alla solitudine, all’isolamento gli uni dagli altri”.
Condividere gioie, difficoltà ed esperienze aiuta infatti a superare le crisi e pure a prepararsi ad accettare il momento in cui arrivano “l’anzianità, la malattia, la solitudine”. Ma “se uno vive tutta la vita come un cammino che ci porta avanti, anche con il peso degli anni, tante volte anche – o da giovane o da anziano – con malattie, con queste difficoltà, avrà la capacità, con la grazia di Dio, di accettare la croce, la sofferenza che viene”, assicura il Vescovo di Roma.
Su questa scia, Papa Leone affronta la questione dell’eutanasia, di cui si parla in tanti Paesi e che in altri, come il Canada, è già legale. “La questione del fine vita, persone che non hanno più un senso di vita e stanno lì con la croce di una malattia e dicono: ‘Questa non voglio portarla più, preferisco togliermi la vita’. Se noi siamo così negativi sulla nostra vita, e a volte con meno sofferenza di quella che portano tante persone, come possiamo dire loro: ‘No, tu non puoi toglierti la vita, devi accettare’”, dice il Pontefice ai sacerdoti.
“Noi dobbiamo essere i primi testimoni del fatto che la vita ha un grandissimo valore”, aggiunge. Importante, pertanto, avere gratitudine e umiltà, e mostrare vicinanza. “Sicuramente tutti conosciamo qualche anziano, qualche malato, sacerdote, laico, religiosa… che vivono momenti di grande difficoltà. Chiamiamo, andiamo a visitarli. Facciamo uno sforzo anche noi per aiutare queste persone che soffrono”.
Significa pure ripristinare la buona abitudine di portare la comunione e l’olio degli infermi ai malati della parrocchia. “Oggi, con meno sacerdoti, più anziani, è diventato: ‘Vabbè, mandiamoci i laici, lo fanno loro’. È un bel servizio che i laici fanno… Ma questo non significa che il sacerdote possa restare in casa a vedere internet, mentre gli altri stanno visitando”.
Una parola, infine, il Papa la rivolge anche agli stessi sacerdoti anziani: “Anche se sono malati a letto, se hanno vissuto una vita veramente di servizio e sacrificio, sanno molto bene che la loro preghiera può essere anche un grande servizio, un grande dono. La loro vita ancora ha un senso grande”.











