Essere profeti e testimoni, “con la professione dei consigli evangelici” e con opere di carità, significa mostrare che Dio è presente nella storia come salvezza per tutti i popoli. A questo sono chiamati oggi i consacrati, religiose e religiosi, in un mondo dove fede e vita sembrano sempre più distanti.
Leone XIV li incoraggia a essere, ciascuno nel proprio contesto, “fermento di pace e segno di speranza”. La Messa per la XXX Giornata della vita consacrata, celebrata il 2 febbraio nella basilica di San Pietro, è iniziata nell’atrio con l’accensione e la benedizione delle candele, simbolo di Cristo, “luce per illuminare le genti”. La processione, con religiose, religiosi e concelebranti, ha attraversato la navata centrale, costellata di piccole fiamme, fino all’altare centrale sotto il Baldacchino del Bernini, ornato di fiori bianchi e rosa.
Al fianco del Papa, durante la preghiera eucaristica, i cardinali Ángel Fernández Artime, pro-prefetto del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, e Gérald Cyprien Lacroix, arcivescovo di Québec.
Nell’omelia, Leone XIV invita i consacrati a essere “bracieri per il fuoco del Fonditore e vasi per la lisciva del Lavandaio”, affinché Cristo possa purificare i cuori con amore, grazia e misericordia. Ricorda l’esempio di chi, partendo dalla Mensa Eucaristica, ha operato nel silenzio dei chiostri, nelle scuole, nelle strade o nelle missioni, affrontando scenari di degrado, abbandono, guerra e odio. Donne e uomini che, con coraggio, si sono resi “presenza orante in ambienti ostili e indifferenti”, spesso fino al martirio.
Il Papa esorta a raccogliere il testimone di chi ha vissuto veramente la Parola di Dio, testimoniando che giovani, anziani, poveri e malati sono santuario inviolabile della presenza divina. I consacrati mantengono “presidi di Vangelo” anche in contesti difficili, dove fede, prepotenza e violenza convivono. Non scappano, ma rimangono per testimoniare la sacralità della vita e fare eco alle parole di Gesù.
Il Pontefice richiama la presentazione di Gesù al Tempio, dove Anna e Simeone riconoscono il Messia. Due movimenti d’amore si incontrano: quello di Dio che salva l’uomo e quello dell’uomo che attende con fede vigile. Gesù, accolto da una famiglia povera, mostra Dio che si offre agli uomini nel pieno rispetto della loro libertà e povertà, con la sola potenza della sua gratuità disarmante. Anna e Simeone rappresentano l’attesa del popolo d’Israele, segnando la comunione tra creatura e Creatore.
Prima di concludere, Leone XIV invita a meditare la preghiera di Simeone, per tenere lo sguardo sui beni futuri e proiettarsi all’eternità. La vita religiosa, con il suo distacco sereno, insegna l’inseparabilità tra la cura autentica delle realtà terrene e la speranza in quelle eterne. Come ribadito dal Concilio Vaticano II, il compimento della Chiesa è la “gloria celeste”, quando l’universo troverà in Cristo la sua perfezione.
Questa profezia è affidata ai consacrati, che, seguendo Cristo, possono “mostrare al mondo, nella libertà di chi ama e perdona senza misura, la via per superare i conflitti e seminare fraternità”.











