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Chez Nous | 02 febbraio 2026, 08:00

Askatasuna = délinquance

Askatasuna = delinquenza

Askatasuna = délinquance

Quello che è successo a Torino davanti ad Askatasuna non è una “tensione sociale”, non è una “zona grigia”, non è nemmeno un eccesso figlio della rabbia. È delinquenza pura, punto. Chi aggredisce le forze dell’ordine, chi lancia oggetti, chi usa la violenza come linguaggio politico non sta difendendo la democrazia: la sta prendendo a calci.

Non esistono giustificazioni storiche, culturali o ideologiche che tengano. La democrazia non si conquista a manganellate rovesciate, né si tutela trasformando lo spazio pubblico in un ring. E soprattutto non si può continuare a raccontare la favola romantica del “centro sociale perseguitato” quando i fatti parlano chiaro: violenza organizzata, rivendicata, ripetuta.

Askatasuna non è un laboratorio politico: è diventato un simbolo di impunità, un luogo dove la legge viene sfidata apertamente e dove lo Stato arretra per paura di pagare un prezzo politico. Ed è proprio questo arretramento che rende tutto più grave.

Ma allora una domanda va fatta, e va fatta senza ipocrisia: quando verranno sgomberati gli stabili occupati da CasaPound e compagnia?
Perché se la linea è “tolleranza zero”, deve valere per tutti. Altrimenti non è legalità: è convenienza. Non esistono occupazioni “buone” e occupazioni “cattive” a seconda del colore politico. Occupare è occupare. Punto.

Detto questo, sarebbe fin troppo facile fermarsi alla repressione. Creare nuovi reati, alzare pene, inasprire codici. Serve anche, ma non basta. Perché la violenza non nasce nel vuoto e l’illegalità prospera dove lo Stato abdica al suo ruolo sociale.

La nostra proposta è semplice, forse persino banale, ma tremendamente seria: nessuno ha il diritto di occupare impunemente una proprietà, tanto meno se è pubblica. Però è altrettanto vero che il pubblico non può permettersi di lasciare gli stabili abbandonati a marcire, trasformandoli in terreno di conquista per estremismi, degrado e conflitto.

Gli edifici pubblici inutilizzati devono tornare a vivere, ma alla luce del sole. Devono essere destinati ad attività sociali vere, regolamentate, trasparenti. Progetti di integrazione, spazi culturali, laboratori civici, luoghi di incontro tra generazioni e culture diverse. Non roccaforti ideologiche, non enclavi sottratte alla legge, non feudi politici.

La differenza è tutta lì: tra uno spazio condiviso e uno spazio occupato, tra partecipazione e prepotenza, tra conflitto permanente e convivenza civile.

Perché la verità, scomoda ma necessaria, è che non basta reprimere e non basta nemmeno tollerare. Serve governo del territorio, presenza dello Stato, capacità di ascolto ma anche fermezza. Servono momenti di incontro, non solo caschi e scudi. Ma servono anche regole chiare e applicate, senza paura e senza doppi standard.

Askatasuna oggi è una vergogna non solo per Torino, ma per un Paese che continua a confondere il disagio con l’alibi e la violenza con il dissenso.
E finché non avremo il coraggio di dirlo apertamente, continueremo a inseguire i problemi invece di risolverli.

HA SCRITTO IL GRUPPO ABELE

Askatasuna è uno storico centro sociale torinese, che da più di 25 anni ha “trovato casa” dentro un palazzo abbandonato nei pressi del centro cittadino, facilmente riconoscibile per il colore rosso vivo della facciata. Oggi questo spazio e le persone che lo animano sono al centro di un dibattito molto polarizzato, il cui esito potrebbe “fare scuola”, in un senso o nell’altro, nell’orientare le future politiche urbane di gestione dei conflitti e dell’ordine pubblico.

Da una parte, c’è un’amministrazione che fa una scelta coraggiosa, intelligente e lungimirante, seppure non priva di difficoltà. Dall’altra chi per calcolo politico o rigidità ideologica attacca la proposta, offrendone una lettura strumentale e senza vederne le potenzialità in termini di riqualificazione territoriale e sviluppo culturale e sociale.

Il Gruppo Abele la ritiene al contrario un modello di negoziazione e responsabilità condivisa dei beni pubblici che potrebbe essere replicato in altre situazioni simili.

Per capire meglio, ecco i fatti: una delibera della Giunta comunale del 30 gennaio scorso individua lo stabile di corso Regina 47 come “bene comune”, di cui un nuovo soggetto, che riunisce gli attuali occupanti e altre persone e realtà, si prenderà cura in collaborazione con i competenti uffici del Comune. Si darà il via a un percorso di co-progettazione, aperto a chi ne voglia far parte, nel rispetto dei valori costituzionali e antifascisti e nella messa al bando di qualsiasi forma di violenza. Il percorso sarà finalizzato in primo luogo a mettere in sicurezza l’edificio, per poi promuovere attività sociali, culturali e ricreative rivolte agli abitanti della Circoscrizione e non solo. Quelle stesse attività che Askatasuna ha del resto svolto negli ultimi 25 anni, diventando snodo di un fermento ideale spesso non riconosciuto nelle sedi più istituzionali, ma anche riferimento per i bisogni molto concreti delle fasce più deboli: dall’emergenza abitativa al diritto al cibo, all’istruzione e alla salute.

Chi critica il progetto lo fa in nome della sicurezza e della legalità, ricordando episodi del passato nei quali alcuni membri di Askatasuna hanno agito al di fuori di essa. Queste proeccupazioni, che si possono comprendere, non sono però del tutto fondate.

Primo, perché solo una piccola minoranza delle persone che in oltre 25 anni hanno abitato e animato il centro sociale si sono macchiate di reati o condotte violente, che vanno ovviamente sanzionate ma la cui responsbailità non può ricadere su tutto il collettivo.

Secondo, perché è definito in maniera chiara che quel tipo di deriva non troverà spazio nel percorso avviato dal Comune, e il coinvolgimento di realtà terze del quartiere serve proprio a garanzia di questo.

Terzo, perché chi critica non offre reali alternative: davvero sarebbe preferibile sgomberare con la forza l’edificio, amplificando il conflitto sociale per poi magari restituire quelle mura al destino di degrado e abbandono che avevano prima dell’arrivo degli attivisti?

Serve una riflessione sul perché troppo spesso le tensioni a livello urbano vengano esasperate anziché affrontate attraverso il dialogo e la cooperazione, come viceversa si vorrebbe fare in questo caso. La crescita di povertà e disuguaglianze, così come le minacce all’ambiente e al clima, vedono alcune persone, soprattutto fra i più giovani, reagire con rabbia, anche per provare a rompere la diffusa cappa di fatalismo e rassegnazione. Di fronte ad azioni eclatanti – pensiamo alle incursioni dimostrative degli attivisti climatici, o alle iniziative di tutela del diritto alla casa da parte di gruppi antagonisti – sentiamo spesso invocare punizioni severe. Si etichettano sbrigativamente le persone come “eco-terroristi”, “vandali”, “violenti” o “criminali”. E si stigmatizza l’attivismo in sé, non soltanto le sue eventuali forzature. Mentre poco o nulla di dice su ciò che lo ha innescato: ingiustizie sociali e ambientali, diritti violati, inerzia della politica.

La vicenda Askatasuna, da terreno di scontro, può diventare un prezioso banco di prova. Abbandoniamo i pregiudizi e le etichette. Scommettiamo sulla collaborazione, sul confronto, sul pragmatismo. Ascoltiamo le istanze che arrivano dalle fasce più marginali – in senso sia materiale che politico – della società, e fidiamoci di un ente pubblico che sceglie di mettere i suoi beni al servizio di bisogni e diritti, anziché difenderne in maniera sterile la semplice “proprietà”.

Beni comuni significa beni di tutti. Tutti ne siamo proprietari e tutti quindi responsabili. Un percorso partecipato di gestione di un immobile comunale che concretamente realizza questo principio, a vantaggio dello sviluppo territoriale nel suo insieme, non può che essere guardato con favore e con speranza.

Fondazione Gruppo Abele

Askatasuna = delinquenza

Ce qui s’est passé à Turin devant Askatasuna n’est ni une « tension sociale », ni une « zone grise », encore moins un dérapage dicté par la colère. C’est de la délinquance pure et simple. Point final. Ceux qui agressent les forces de l’ordre, qui lancent des projectiles, qui font de la violence un langage politique ne défendent pas la démocratie : ils la piétinent.

Il n’existe aucune justification historique, culturelle ou idéologique valable. La démocratie ne se conquiert pas à coups de matraques retournées, et encore moins en s’en prenant à ceux qui sont chargés de garantir l’ordre public. Continuer à raconter la fable romantique du « centre social persécuté » relève désormais de la mauvaise foi : les faits parlent d’eux-mêmes — violence organisée, revendiquée, répétée.

Askatasuna n’est plus depuis longtemps un laboratoire politique. C’est devenu un symbole d’impunité, un lieu où la loi est défiée ouvertement et où l’État recule par crainte d’en payer le prix politique. Et c’est précisément ce recul qui rend la situation intolérable.

Dès lors, une question s’impose, sans hypocrisie : quand les immeubles occupés par CasaPound et consorts seront-ils évacués ?
Si la ligne est celle de la « tolérance zéro », elle doit s’appliquer à tous. Sinon, il ne s’agit pas de légalité, mais d’opportunisme. Il n’existe pas d’occupations « acceptables » et d’occupations « inacceptables » selon la couleur politique. Occuper reste occuper. Point.

Cela dit, il serait trop facile de s’arrêter à la seule répression. Créer de nouveaux délits, durcir les peines, modifier les codes : cela peut être nécessaire, mais ce n’est pas suffisant. Car la violence ne naît pas dans le vide et l’illégalité prospère là où l’État abdique sa responsabilité sociale.

Notre proposition est simple, presque évidente, mais profondément sérieuse : personne n’a le droit d’occuper impunément une propriété, a fortiori lorsqu’elle est publique. Mais il est tout aussi vrai que les pouvoirs publics n’ont pas le droit d’abandonner des bâtiments à l’abandon, les transformant en terrains de conquête pour les extrémismes, la dégradation et le conflit.

Les immeubles publics inutilisés doivent revivre, mais dans la transparence et la légalité. Ils doivent être destinés à de véritables activités sociales, encadrées, ouvertes : projets d’intégration, espaces culturels, lieux civiques, occasions de rencontre entre générations et cultures. Pas des forteresses idéologiques, pas des enclaves hors-la-loi, pas des fiefs politiques.

Toute la différence est là : entre un espace partagé et un espace occupé, entre participation et intimidation, entre conflit permanent et coexistence civile.

Car la vérité, dérangeante mais nécessaire, est la suivante : la répression seule ne suffit pas, tout comme la tolérance passive ne résout rien. Il faut une véritable gouvernance du territoire, une présence de l’État, une capacité d’écoute alliée à la fermeté. Il faut créer des moments de rencontre, pas seulement des cordons de police. Mais il faut aussi des règles claires, appliquées sans peur et sans double standard.

Askatasuna est aujourd’hui une honte non seulement pour Turin, mais pour un pays qui continue de confondre malaise social et excuse, violence et dissidence.
Et tant que nous n’aurons pas le courage de le dire clairement, nous continuerons à subir les problèmes au lieu de les résoudre.

piero.minuzzo@gmail.com

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