Il ruolo delle udienze penali monocratiche fissate al Tribunale di Aosta nella settimana tra il 26 e il 29 gennaio 2026 restituisce una fotografia piuttosto chiara della tipologia di reati che più frequentemente arrivano a giudizio in Valle d’Aosta. Non grandi processi né fatti eclatanti, ma una lunga sequenza di episodi riconducibili a violenza interpersonale, conflittualità quotidiana e microcriminalità diffusa.
A colpire, innanzitutto, è l’elevato numero di procedimenti per lesioni personali, spesso aggravate, talvolta accompagnate da minacce, percosse o concorso di persone. Una violenza che raramente assume dimensioni organizzate, ma che appare frammentata, istintiva, legata a rapporti deteriorati, litigi degenerati, contesti familiari o di prossimità. È una violenza “di vicinato”, che non fa rumore mediatico ma occupa stabilmente le aule giudiziarie.
Accanto alle lesioni, ricorrono con insistenza i reati di minaccia e atti persecutori, segnale di relazioni conflittuali protratte nel tempo, dove il confine tra disagio personale e rilevanza penale diventa sempre più sottile. Anche in questo caso, il dato giudiziario suggerisce una difficoltà crescente nella gestione dei conflitti, che finiscono per essere delegati all’autorità giudiziaria quando ogni altra mediazione è ormai fallita.
Non mancano i procedimenti per furto, spesso aggravato, e per ricettazione o appropriazione indebita. Si tratta di una criminalità economica di piccolo cabotaggio, che non racconta tanto l’esistenza di reti strutturate quanto piuttosto situazioni di marginalità, opportunismo o bisogno. Reati che raramente producono grandi allarmi sociali, ma che contribuiscono a un senso diffuso di insicurezza quotidiana.
Un altro filone significativo riguarda la resistenza e l’oltraggio a pubblico ufficiale, talvolta accompagnati da false attestazioni o rifiuto di fornire indicazioni sulla propria identità. Anche qui emerge una tensione evidente nel rapporto tra cittadino e istituzioni, in particolare nei momenti di controllo o intervento delle forze dell’ordine. Episodi che spesso nascono da situazioni banali e finiscono per aggravarsi proprio nel momento del contatto con l’autorità.
Complessivamente, il ruolo delle udienze monocratiche di fine gennaio restituisce l’immagine di una giustizia penale impegnata soprattutto nella gestione del conflitto sociale ordinario. Un lavoro silenzioso, fatto di fascicoli numerosi e fatti apparentemente minori, ma che rappresentano la parte più consistente del carico giudiziario. È qui che si misura, ogni giorno, la tenuta del tessuto sociale e la capacità delle istituzioni di intercettare il disagio prima che si trasformi in reato.
Una cronaca giudiziaria che, più che raccontare il crimine, finisce per raccontare una comunità alle prese con fragilità diffuse, relazioni tese e una conflittualità che troppo spesso trova nel tribunale l’unico luogo di approdo.













