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Informazioni pratiche | 17 gennaio 2026, 12:19

Tariffe telefoniche, il conto arriva nel 2026 e Meloni resta in silenzio

Nel nuovo anno milioni di italiani si troveranno a pagare di più per telefonate e connessione dati. Aumenti annunciati, prevedibili e tollerati da un governo centrale che non interviene, lasciando famiglie e imprese sole di fronte all’ennesima stangata

gr. IA

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Il 2026 si apre con una certezza poco rassicurante: il telefono, ormai bene essenziale per lavorare, studiare e vivere, costerà di più. Non per scelta degli utenti, non per un servizio migliore, ma perché le grandi compagnie telefoniche hanno deciso che il tempo degli sconti è finito. E mentre gli aumenti scattano, da Roma non arriva alcun segnale di tutela o di controllo.

Le tariffe telefoniche subiranno rincari su base annua che, secondo le stime del Codacons, vanno da un minimo di 12 euro fino a sfiorare i 60 euro l’anno. Tradotto: da uno a cinque euro in più al mese, a seconda dell’offerta sottoscritta. Una cifra che, presa singolarmente, può sembrare modesta, ma che sommata a bollette energetiche, mutui, carburanti e spesa quotidiana pesa come un macigno sui bilanci familiari.

La giustificazione ufficiale è sempre la stessa: inflazione, adeguamenti contrattuali, investimenti tecnologici. È il racconto rassicurante con cui si cerca di normalizzare l’ennesimo aumento. Ma la realtà è che la cosiddetta “guerra dei prezzi” è finita e le compagnie hanno deciso di fare cassa, approfittando di un mercato dove la telefonia non è più un servizio accessorio, ma una necessità assoluta.

A rendere il quadro ancora più amaro è l’assenza totale di un intervento politico. Il governo centrale osserva, prende atto, ma non agisce. Nessuna moral suasion, nessuna iniziativa regolatoria, nessun segnale di attenzione verso milioni di utenti che non possono semplicemente “rinunciare” al telefono o a Internet. In un Paese che parla continuamente di digitalizzazione, smart working e servizi online, il costo dell’accesso alla rete viene lasciato nelle mani esclusive del mercato.

Il Codacons ha almeno il merito di chiamare le cose con il loro nome, spiegando che “le principali compagnie telefoniche hanno comunicato aumenti tariffari che vanno da un minimo di 1 euro al mese a un massimo di 5 euro al mese, a seconda dell’offerta sottoscritta”. Un dato secco, che smentisce ogni tentativo di minimizzare l’impatto degli aumenti.

L’unica vera arma lasciata ai consumatori resta il diritto di recesso, esercitabile senza penali. È possibile cambiare operatore, inviare una raccomandata, una Pec, contattare il servizio clienti o compilare i moduli online. Una difesa individuale, però, che non può sostituire una politica pubblica. Non tutti hanno le competenze, il tempo o la lucidità per districarsi tra offerte, clausole e comunicazioni contrattuali.

Il punto politico resta irrisolto: fino a quando il governo continuerà a considerare le telecomunicazioni come un semplice mercato e non come un servizio strategico, gli aumenti saranno sempre legittimi e i cittadini sempre più esposti. Il 2026 non porta solo rincari, ma conferma una linea: quando si tratta di difendere i consumatori, Roma preferisce restare in modalità silenziosa. E il costo, ancora una volta, lo pagano gli utenti.

je.fe.

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