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Chez Nous | 08 gennaio 2026, 08:00

Brutes et petits dictateurs

Bulli e dittatori

Brutes et petits dictateurs

Ci sono bulli di cortile e bulli di Stato. Cambiano le divise, le scenografie e i palazzi del potere, ma il meccanismo è sempre quello: chi urla più forte, chi mostra i muscoli, chi fabbrica paura per governare meglio. Oggi il mondo sembra pieno di questi campioni del sopruso in giacca e cravatta, alcuni con i carri armati dietro, altri con gli algoritmi, altri ancora con i like e i comizi da stadio.

Vladimir Putin è l’immagine più brutale di questo modo di stare al mondo: un uomo che scambia la vita delle persone per pedine su una scacchiera geopolitica, che calpesta confini e diritti con la stessa naturalezza con cui altri buttano giù un caffè al bar. Dietro di lui ci sono città distrutte, famiglie spezzate, ragazzi mandati a morire e un’idea di potere che si nutre di paura. Il messaggio è semplice: comando io, il resto adeguarsi.

Donald Trump rappresenta l’altra faccia dello stesso fenomeno: non i carri armati, ma le parole usate come manganelli. Disprezzo per le istituzioni, corrosione della verità, l’idea che la democrazia valga solo quando vince lui. Il bullo non accetta regole, le regole devono piegarsi a lui. E quando le regole resistono, si delegittimano, si insultano, si soffia sul fuoco delle divisioni. Il risultato lo abbiamo già visto: società spaccate a metà, odio che monta, la politica trasformata in rissa permanente.

E poi ci sono i “nostrani”, che magari non hanno missili né bunker, ma hanno trovato il modo di giocare lo stesso gioco. Giorgia Meloni, Matteo Salvini e una lunga schiera di leader che hanno scoperto che la paura paga, che i nemici inventati funzionano, che gridare “prima noi” è più semplice che costruire diritti per tutti. Si governa indicando un bersaglio: i migranti, i poveri, i “professoroni”, i giornalisti rompiscatole. Si governa dicendo che la complessità è una scocciatura e che basta un tweet per risolvere tutto.

Il punto è questo: bulli e dittatori non nascono nel vuoto. Crescono nel clima di stanchezza dei cittadini, nella disillusione, nel “tanto sono tutti uguali”. Crescono quando la democrazia si riduce a un rito stanco, quando le persone non si sentono ascoltate, quando la politica perde il volto umano e diventa solo burocrazia e proclami. Ed è lì che arrivano loro: “ci penso io”, “seguitemi”, “fidatevi”. E intanto i diritti si assottigliano, la libertà diventa una parola di facciata, il dissenso un fastidio.

Questi leader hanno un tratto comune: non parlano alle persone, parlano alle pance. Non cercano di elevare il dibattito, lo abbassano. Trasformano problemi reali in armi di propaganda. Chi fatica, chi è povero, chi ha paura diventa materiale elettorale, non cittadino da rispettare. Giocano sulla pelle della gente, perché dietro ogni slogan ci sono vite vere: chi scappa da una guerra, chi perde il lavoro, chi non arriva a fine mese, chi viene insultato perché diverso.

Da cronista locale vedo ogni giorno l’altra faccia di questa storia: la democrazia non vive nei grandi summit, vive nella sala consiliare del comune, della Regione – dove peraltro sono argomenti che vengono dimenticati - nelle discussioni infinite su un marciapiede, nelle riunioni di quartiere con quattro gatti. Vive quando un sindaco risponde, quando un cittadino protesta, quando si discute e ci si scanna, ma nel rispetto. Qui capisci cosa significa davvero libertà: poter dire che non sei d’accordo senza temere di essere schiacciato.

Il problema è che il modello dei bulli e dei dittatori avvelena anche questo livello. Entra nel linguaggio, nelle relazioni, negli atteggiamenti quotidiani. Ci abitua all’idea che chi comanda può permettersi tutto, che chi critica è un nemico, che il diverso è una minaccia. E poco alla volta si smette di indignarsi. Si passa dal “non è possibile” al “in fondo va così”. È lì che la democrazia inizia a morire: non con un colpo di Stato, ma con un colpo di spugna sulla coscienza.

Essere duri con i bulli del mondo non è una posa morale, è una necessità civile. Non si tratta di destra o sinistra: si tratta di rispetto delle persone, delle libertà, della verità dei fatti. Chi governa non può permettersi il lusso dell’arroganza. Non può trattare i cittadini come sudditi o tifosi. Non può trasformare il dissenso in tradimento. La forza vera di uno Stato non è mostrare i muscoli, è proteggere i fragili.

Bulli e dittatori passano, le loro statue prima o poi crollano. Quello che resta è il segno che hanno lasciato nelle persone: paura, silenzio, rassegnazione. Sta a noi – qui, nelle nostre valli, nelle nostre città, nelle nostre comunità – non abituarci all’odore del manganello, fosse anche solo verbale. La democrazia è faticosa, rumorosa, imperfetta. Ma è l’unico antidoto alla violenza travestita da leadership.

piero.minuzzo@gmail.com

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