Ottant’anni fa, sedici persone, rappresentanti di una società civile variegata, con storie differenti alle spalle, stipularono un’alleanza “marchiata a fuoco sulle rocce più dure della nostra terra”. Nuti ricorda che quei fondatori non si accordarono “per dividersi delle poltrone o delle ricchezze, né per attribuirsi dei poteri, ma per dichiarare fedeltà a un sistema di idee, a un’idea di mondo e per assicurare la loro coraggiosa determinazione nel voler realizzare un’utopia possibile”.
Ieri, sabato 13 settembre, Nuti ha tracciato un confronto netto con il presente: “Chi oggi interpreta l’autonomia come un trampolino di lancio per obiettivi non sempre nobili – scrive – dimentica il senso originario del movimento: la difesa della specificità di un luogo e della comunità che lo abita”. La critica è dura, perché indica come certi interpreti contemporanei dell’autonomismo abbiano trasformato un ideale collettivo in opportunità individuale, spesso lontana dai valori originari di libertà, confronto e responsabilità civica.
“È più che mai attuale – prosegue Nuti – che questi padri fondatori abbiano sottoscritto un patto sul senso di unità e sul valore della differenza, che non significa primazia, non equivale a sentirsi i migliori: è la libertà di non perdersi, di non riconoscersi più, di non dimenticare l’odore dell’aria in cui siamo immersi e la luce da cui siamo invasi”. La lezione è chiara: l’autonomia autentica richiede consapevolezza, apertura e rispetto per la complessità del territorio e della comunità.
Il sindaco non risparmia parole per chi strumentalizza il concetto di identità: “Chi è nazionalista non difende l’identità e la cultura dei popoli, ma solo i confini tracciati sulla carta per individuare un nemico da annientare e, se mai, per estendere quei confini. Nessun nazionalista potrà mai pensare a un’Europa federale”. È un richiamo alla responsabilità politica: l’autonomia, se strumentalizzata, diventa arida, sterile, incapace di tutelare la cultura e la differenza.
Nuti insiste sulla dinamicità dell’identità: “Mai pensare che un’identità sia un’entità immobile e monolitica: essa è invece plurale e dinamica come una storia d’amore, non va conservata in una teca, ma plasmata come creta”. L’avvertimento è diretto: chi oggi usa l’autonomismo come trampolino personale dimentica che l’identità non è proprietà privata, ma progetto collettivo, plasmabile solo nel dialogo con l’altro e nel tempo che cambia.
Il sindaco chiude con un grido di appartenenza e di orgoglio: “Dunque, viva la Valle d’Aosta!” Un invito chiaro a tornare agli ideali fondativi, a difendere la bellezza della differenza e a recuperare l’autonomia come strumento di coesione e progresso, non come mezzo di interesse personale o politico.
I fondatori dell’Union Valdôtaine
Flavien Arbaney (1888-1963), geometra; Aimé Berthet (1913-1971), professore; Louis Berton (1912-1990), dottore in giurisprudenza; Robert Berton (1909-1998), professore; Amédée Berthod (1905-1976), pittore; Lino Binel (1904-1981), ingegnere; Joseph Bréan (1910-1953), canonico di S. Orso; Charles Bovard (1911-2010), canonico di S. Orso; Séverin Caveri (1908-1977), avvocato; Albert Déffeyes (1913-1953), professore; Paul-Alphonse Farinet (1893-1974), dottore in giurisprudenza; Joseph Lamastra, veterinario; Félix Ollietti, notaio; Ernest Page (1888-1969), avvocato; Jean-Joconde Stévenin (1865-1956), canonico di S. Orso; Maria Ida Viglino (1915-1985), professoressa.











