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CULTURA | 28 marzo 2022, 09:00

LA “PAIX DES DAMES” LOUISE ET MARGHERITE ED I CALCI DELLA GUERRA

Tutte le morti hanno un loro perché, ma ogni vita deve poter sopravvivere

LA “PAIX DES DAMES” LOUISE ET MARGHERITE ED I CALCI DELLA GUERRA

Le vere guerre non finiscono mai, rimbombano prima sui campi di battaglia e nelle sepolture di massa per finire, poi, sui libri di storia come avventure e film di richiamo. L’estremo sacrificio ha un tratto di eroismo e tinge di gloria i nomi ed i luoghi di origine. Tutte le morti hanno un loro perché, ma ogni vita deve poter sopravvivere. Nessuno deve soccombere dinnanzi alla follia delle bombe o dei fucili spianati.

Nella “Dodicesima Notte” Shakespeare dice: “La follia mio signore va in giro per il mondo”. Così, accade ciò che è già avvenuto: sembra di tornare a ieri, come se gli spari non fossero mai finiti,  mentre portiamo nel cuore fiori d’acciaio ed avvolgiamo la guerra nelle nostre carni come se fosse facile fuggire dalle paure di un nuovo giorno e poi pregare senza profferire neanche una parola, appoggiati alle pareti della casa distrutta.

Le bombe sono ripetenti, ma è impossibile respingerle senza pagare il prezzo del sangue. La diplomazia è ampiamente fallita: quando il cielo vomita sui palazzi e nelle strade l’infinito strazio che uccide l’aria e tutto ciò che incontra – innocenti e colpevoli – uomini e bestie sono in balia di un ultimo sguardo sfuggente

Luisa di Savoia  Margherita d’Asburgo verso il vuoto che verrà. La luce del giorno in declino prende in prestito il buio che ripara e sei fermo, rannicchiato nel nulla a spingere la speranza verso i ricordi del passato. Questa è la guerra degli altri: la tua deve ancora iniziare, bisogna solo aspettare il momento giusto, quello che mescola l’alba con i ritmi del giorno. Solo i pensieri sono più veloci delle pallottole e corrono a cercare libertà vere, quelle che non si comprano con le armi.

Noi, intanto, tremiamo per la sorte dei nostri fratelli: nessuno può prendere in prestito la speranza di una nuova esistenza perché siamo tutti discesi nell’inferno blasfemo delle parole di finti accordi, mentre rintronano forti le grida della battaglia. E sono parole di attesa: ogni decisione è sospesa mentre pochi corridoi portano alla fuga. Chi scappa, prende altro tempo, cattura una vita in più, giornate che raschiano i ricordi del passato, i legami delle famiglie disperse.

Il vuoto crea nuovi vuoti e persino gli scaffali sembrano scatole abbandonate mentre bruciano i mercati all’aperto e le fiamme scaldano la neve. Chissà se v’è un momento nel quale sparisce come per incanto ogni differenza tra la paura di vivere e quella di morire. Forse, bisogna chiedere alle donne di trattare per la pace: ricordiamo la “Paix  des Dames” quella di Cambrai del 1529 conclusa con la mediazione di Luisa di Savoia, madre di Francesco I° di Francia e di Margherita d’Austria figlia dell’Imperatore Massimiliano e di Maria di Borgogna ed anche vedova di Filiberto di Savoia.

Gli uomini sono per loro stessa natura portati allo scontro, alle apparenze di vittoria, vivono l’ambizione del risultato che ignora qualsiasi passo indietro; le donne, invece, sono ambasciatrici di vita e di speranza. Tutto può ancora essere, tutto può cambiare e, chissà!, forse potremo mettere la parole fine ai calci della guerra. Ricordiamoci della sfida di Heidegger al nichilismo, dove l’essere stesso è concepito in quanto “evento” (Ereignis): in sintesi, l’Uomo non possiede, non ha padronanza dell’essere. L’essere giunge al linguaggio solo nel pensiero; ed il linguaggio è la dimora dell’essere custodita dai poeti e dai pensatori.

Pensare la pace è già in qualche modo essere per la pace, lasciando fuori i detriti della guerra. Dice ancora Shakespeare: “La pazzia, signore, se ne va a passeggio per il mondo come il sole, e non v'è luogo in cui non risplenda. "Se la musica e' il nutrimento dell'amore, continuate a sonare; datemene l'eccesso così che, abusandone, il mio desiderio ne ammali e muoia”.

gianfrancofisanotti@gmail.com

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