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CRONACA | 15 ottobre 2021, 09:25

Processo Longarini, ultimo atto in Cassazione giovedì 28 ottobre

Tra le carte trasmesse dai pm milanesi ai giudici di terzo grado, anche alcune singolari deposizioni del 2017 di ufficiali e sottufficiali dei carabinieri, 'reati economici e contro la Pubblica amministrazione non perseguiti con determinazione dalla Procura di Aosta'

Il Palazzo di Giustizia di Milano

Il Palazzo di Giustizia di Milano

'Caso Longarini' atto terzo, l'ultimo e decisivo. Nella certezza di essere in possesso di "elementi di rilievo" la Procura generale di Milano lo scorso marzo aveva inoltrato ricorso in Corte di Cassazione contro la sentenza con la quale il 5 novembre 2020 i giudici meneghini Piero Gamacchio, Maurizio Boselli e Maria Rosaria Rinaldi avevano assolto l'ex pm aostano Pasquale Longarini (oggi giudice a Imperia), l'imprenditore alimentare Gerardo Cuomo (entrambi nella foto) e l'albergatore e commerciante di Aosta Sergio Barathier, accusati di induzione indebita a dare e promettere utilità e, solo Longarini, rivelazione di segreto d'ufficio e favoreggiamento. La Cassazione ha fissato l'udienza a Roma per giovedì 28 ottobre.

Dalla segreteria del pm Fabio Napoleone, che aveva retto l'accusa in Appello, sono giunti mesi fa i voluminosi fascicoli dell'inchiesta avviata nel 2016: contengono anche diverse 'Sit' ovvero Sommarie informazioni testimoniali rese agli inquirenti milanesi quello stesso anno e nei primi mesi del 2017 da ufficiali e sottufficiali. Testimonianze particolari e meritevoli di approfondimenti che però, sostengono i pm di Milano, non sarebbero state tenute in giusto conto dai giudici di primo e secondo grado. Come quella di un maresciallo che il 23 marzo 2017, al pm Roberto Pellicano che gli chiedeva se e quanto il pm Longarini fosse stata vigile e sollecito sul fronte dei reati economici e contro la Pubblica amministrazione rispose: "In generale posso dire, in oltre vent'anni di lavoro, di aver maturato la convinzione che i reati di cui Lei ha detto non fossero coltivati con determinazione, non solo da Longarini, ma dalla Procura di Aosta, con la sola eccezione della dottoressa Daniela Isaia".

La sentenza d'Appello ora nelle mani degli Alti Giudici

Assolti tutti e tre gli imputati in primo grado nel 2019, la procura generale era ricorsa in Appello chiedendo di ribaltare la sentenza e di confermare le condanne chieste ovvero tre anni di carcere per Longarini, due per Cuomo e due mesi per Barathier. Identica richiesta è contenuta nell'atto di terzo grado.

L'ex pm era stato accusato (l'inchiesta della Guardia di finanza milanese avviata nel 2016 su segnalazione dell'allora Procuratore capo di Aosta Marilinda Mineccia era stata coordinata dai pm Polizzi e Pellicano) di avere aiutato Cuomo, nell'aprile 2015, "ad eludere le investigazioni condotte dalla Dda di Torino" in un "procedimento penale" in "materia di criminalità organizzata, rivelandogli" di essere sottoposto a intercettazioni telefoniche. Per questo motivo, l'imprenditore avrebbe interrotto le conversazioni con il boss Giuseppe Nirta. Il procedimento in questione è l'inchiesta 'Geenna' coordinata dal pm della Dda di Torino Stefano Castellani.

Ma proprio Castellani - è riportato nelle motivazioni della sentenza di Appello - ai colleghi di Milano nel corso delle indagini su Longarini aveva precisato "che Cuomo era stato intercettato al solo fine di capire le ragioni degli incontri e dei contatti con Nirta, il che significava che per gli operanti il contenuto intrinseco delle sue conversazioni era irrilevante. Non solo: l'interruzione dei rapporti tra Cuomo e Nirta, lungi dall'essere ingiustificata, era assolutamente motivata sul piano commerciale. Castellani aveva anche confermato che Cuomo e Nirta si erano effettivamente incontrati nella pizzeria di Antonio Raso (condannato in primo grado in 'Geenna', e che le affermazioni del titolare del Caseificio Valdostano di essere stato consigliato da un amico a 'stare lontano' da Nirta erano assolutamente generiche e riferite a più persone mai identificate.

Sentito come persona al corrente dei fatti dalla Dda che indagava su Nirta, lo stesso Cuomo spiegò di essere stato truffato da Nirta: "Ci accordammo per una fornitura", la prima e unica,  "di 7.000 euro, che pagai con bonifico, con pagamento anticipato, ma ricevetti la metà del valore della merce concordata"; da lì iniziarono problemi che, secondo quanto da lui affermato e ritenuto attendibile dai giudici di Appello, indussero l'imprenditore valdostano a interrompere i rapporti.

Quanto al reato di induzione indebita a dare o promettere utilità, contestato a Longarini per aver indicato all'albergatore Barathier (che era da lui indagato per reati fiscali) di acquistare prodotti dell'azienda di Cuomo, per i giudici di appello "non era individuabile alcun abuso dei poteri da parte di Longarini in quanto questi si era limitato a segnalare la professionalità e la qualità dei prodotti del Caseificio Valdostano, non facendo affatto leva sui poteri che gli derivavano dalla propria posizione istituzionale". Longarini "infatti, agiva soltanto in ragione dei suoi rapporti di amicizia con Coriasco (direttore dell'Hotel Royal di proprietà di Barathier ndr)".

 

patrizio gabetti

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