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ATTUALITÀ POLITICA | 28 ottobre 2026, 23:15

La sentenza chiude il caso Testolin, ma apre la crisi politica. La maggioranza rivendica la continuità, le opposizioni chiedono una svolta

l Consiglio Valle prende atto della decadenza di Renzo Testolin dalla Presidenza della Regione dopo la sentenza d'appello del 27 ottobre. Ma il dibattito del 28 ottobre rivela una crisi che va oltre la successione: al centro ci sono il rispetto delle leggi, le responsabilità della maggioranza, il ruolo dell'Union Valdôtaine e il rischio che a pagare il prezzo dell'incertezza siano cittadini, imprese e Comuni. Intanto, il conto alla rovescia per la formazione del nuovo governo è già cominciato

La sentenza chiude il caso Testolin, ma apre la crisi politica. La maggioranza rivendica la continuità, le opposizioni chiedono una svolta

La Valle d'Aosta si ritrova davanti a un passaggio istituzionale che avrebbe potuto evitare, ma che la politica non è riuscita a scongiurare. La sentenza della Corte d'Appello di Torino, che ha confermato l'ineleggibilità di Renzo Testolin alla Presidenza della Regione per la XVII legislatura, mette fine a una controversia giudiziaria e apre una nuova partita politica. Il Consiglio Valle ne ha preso atto nella seduta del 28 ottobre 2026, dopo la notifica della decisione e la conseguente modifica dell'ordine del giorno.

La questione, tuttavia, non si esaurisce nella sostituzione di un Presidente con un altro. Il vero interrogativo è come si sia arrivati a questo punto, nonostante una legge regionale del 2007 sui limiti dei mandati in Giunta, i dubbi sollevati già nell'autunno del 2024 e una prima pronuncia giudiziaria che aveva reso evidente la portata del problema. È qui che il dibattito consiliare ha mostrato le sue contraddizioni: una maggioranza che rivendica il lavoro svolto e la necessità di garantire continuità, ma che deve fare i conti con una crisi istituzionale; opposizioni che denunciano l'aggiramento delle regole, ma che non presentano una posizione unitaria sulle riforme necessarie a evitare nuove instabilità.

In apertura, il presidente del Consiglio, Stefano Aggravi, ha ricondotto la vicenda alle conseguenze giuridiche della sentenza. Il provvedimento, ha spiegato, è «immediatamente esecutivo» dalla pubblicazione del 27 ottobre 2026. Aggravi ha inoltre chiarito che, in questa fase, anche l'attività ordinaria del Consiglio è sospesa, perché la priorità istituzionale è ricostituire l'organo di governo regionale.

Non è un dettaglio procedurale. La crisi investe direttamente la capacità dell'istituzione di esercitare pienamente le proprie funzioni proprio mentre si avvicinano scadenze politiche e finanziarie importanti. La Giunta, con la Presidenza assunta dal Vicepresidente, prosegue in regime di prorogatio, limitandosi all'ordinaria amministrazione, fatti salvi gli atti indifferibili e urgenti. Il termine massimo indicato è di 60 giorni a decorrere dal 27 ottobre: se entro quella scadenza non saranno eletti il nuovo Presidente e la nuova Giunta, si produrrà lo scioglimento funzionale del Consiglio regionale.

Il primo dato politico è quindi chiaro: la continuità amministrativa, tanto invocata negli ultimi mesi, non coincide con la piena operatività delle istituzioni. La macchina regionale può continuare a funzionare, ma entro limiti che rendono urgente una soluzione politica.

Chiara Minelli, capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra, ha rivendicato la battaglia condotta insieme a Eugenio Torrione, respingendo l'idea che il ricorso fosse motivato da ragioni personali nei confronti di Testolin e di Luigi Bertschy. «La giustizia ci ha dato ragione su tutta la linea», ha dichiarato, sostenendo che la vicenda avrebbe potuto essere evitata se i dubbi interpretativi fossero stati affrontati tempestivamente.

Minelli ha puntato il dito sulla nota interpretativa predisposta nel novembre 2024 dalle tre massime dirigenti del Consiglio regionale, che, secondo la sua ricostruzione, sarebbe rimasta indisponibile per circa un anno e mezzo. Se fosse stata resa pubblica, ha sostenuto, probabilmente non si sarebbe arrivati al contenzioso. L'accusa politica è precisa: non soltanto un'interpretazione della legge rivelatasi sbagliata, ma l'incapacità di affrontare una questione nota, rinviandola fino a trasformarla in una crisi istituzionale.

La consigliera ha contestato anche la mancata modifica della norma prima della fine della legislatura. La sua conclusione è che non sia sufficiente cambiare qualche componente della Giunta per continuare come prima. La maggioranza, a suo giudizio, dovrebbe modificare il proprio metodo di lavoro.

Il ragionamento di Minelli trova un punto di contatto con quello di Fulvio Centoz, consigliere del PD-Federalisti Progressisti VdA, che ha spostato immediatamente l'attenzione sulla posizione di Bertschy. Se la regola applicata dai giudici misura i limiti in base al numero dei mandati e non alla durata temporale degli incarichi, ha sostenuto Centoz, la situazione del Vicepresidente richiede una valutazione coerente con quella appena compiuta per Testolin.

Da qui la richiesta di dimissioni, accompagnata dal richiamo all'articolo 7, comma 4, della legge regionale 21/2007, che disciplina la successione alla Presidenza qualora la causa di decadenza riguardi anche il Vicepresidente. Centoz ha insistito sulla necessità di evitare che la crisi si prolunghi, citando le conseguenze concrete per gli agricoltori, i ristori energetici e l'approvazione del bilancio regionale entro la fine di dicembre.

È un passaggio politicamente delicato: la questione della successione non riguarda soltanto il nome del prossimo Presidente, ma anche la corretta interpretazione delle norme che regolano il funzionamento dell'esecutivo. La richiesta di Centoz, tuttavia, resta una posizione politica espressa in Aula e non va confusa con una nuova pronuncia giudiziaria sulla posizione di Bertschy.

Sulla necessità di un'assunzione di responsabilità si sono ritrovati anche i rappresentanti del centrodestra. Massimo Lattanzi, di Fratelli d'Italia, ha definito grave che siano servite due sentenze per chiarire una legge approvata dallo stesso Consiglio regionale. Per Lattanzi, si tratta di «una sconfitta della politica e di quest'Aula». Il consigliere ha chiesto trasparenza nella gestione della fase transitoria e chiarezza sulle responsabilità amministrative relative ai pareri che hanno sostenuto interpretazioni poi smentite dai tribunali.

La sua richiesta è stata ripresa, con accenti differenti, dal capogruppo di FdI Alberto Zucchi, che ha riconosciuto la tenacia di AVS e ha denunciato la mancanza di una reale volontà di cambiamento nella maggioranza. Zucchi ha invitato Bertschy a fare un passo indietro e ha legato il futuro atteggiamento del suo gruppo alla capacità dell'Union Valdôtaine e degli alleati di cambiare marcia. Se non ci saranno le condizioni per proseguire, ha aggiunto, Fratelli d'Italia non esclude il ritorno alle urne.

Il vicecapogruppo Massimiliano Tuccari ha allargato lo sguardo alla fragilità del quadro politico valdostano, ricordando il dato da lui citato di otto Presidenti negli ultimi dieci anni. Una cifra che, nella sua lettura, dimostra come i cambiamenti al vertice e gli equilibri tra partiti rischino di assorbire energie che dovrebbero essere dedicate ai problemi della sanità, dei trasporti, del lavoro e delle famiglie.

Anche Aldo Domanico, consigliere di FdI, ha chiesto che la nuova Giunta nasca da un programma scritto, con priorità e risorse definite, e non da una semplice spartizione degli Assessorati. Il messaggio è netto: prima degli incarichi devono venire gli obiettivi. Se la maggioranza non è in grado di individuare una linea comune, ha sostenuto, tornare al voto non rappresenterebbe una sconfitta della democrazia, ma una sua normale possibilità.

Sul fronte della Lega, Corrado Bellora ha distinto la sconfitta della politica da quella della maggioranza. «Quando la giustizia dice alla politica cosa deve fare, la politica ha perso», ha affermato, criticando chi ha sostenuto un'interpretazione della legge poi respinta in sede giudiziaria. Bellora ha collegato la crisi anche alla mancata riforma della legge elettorale, sostenendo che il sistema attuale non garantirebbe sufficiente stabilità agli equilibri consiliari.

Il capogruppo leghista Andrea Manfrin ha condiviso la necessità di intervenire sulla legge elettorale, precisando però che la proposta del suo movimento non prevede l'elezione diretta del Presidente, bensì l'indicazione del candidato alla Presidenza sul modello nazionale. Manfrin ha inoltre invitato a non attribuire tutte le contraddizioni a un solo schieramento, rivendicando l'identità federalista e autonomista della Lega.

Il consigliere Simone Perron ha replicato all'argomento dell'Union Valdôtaine contrario all'elezione diretta, ricordando come la politica valdostana abbia conosciuto in passato leadership molto forti anche senza un'investitura diretta del Presidente. Un intervento che ha riportato il confronto sul terreno della storia politica regionale: la forza di una leadership, in altre parole, non dipende necessariamente dal sistema elettorale, ma anche dagli equilibri interni ai partiti e dalla capacità di costruire consenso.

La critica alla maggioranza non è rimasta confinata al centrodestra. Il capogruppo del PD-Federalisti Progressisti VdA, Jean-Pierre Guichardaz, ha riconosciuto ad AVS il merito di aver condotto una battaglia per il rispetto della legge, pur spiegando che il suo gruppo aveva scelto di affrontare la questione innanzitutto sul piano politico. Per Guichardaz, il problema fondamentale è aver trattato una norma approvata dal Consiglio come un ostacolo aggirabile quando diventava scomoda.

«L'Autonomia si fonda anche sulla capacità di produrre norme e rispettarle», ha osservato, indicando nella vicenda un problema che va oltre il contenzioso: la credibilità delle istituzioni autonomistiche. Il richiamo è particolarmente significativo in una Regione che rivendica la propria specialità legislativa e amministrativa. L'autonomia, infatti, non consiste soltanto nella disponibilità di competenze e risorse, ma anche nella capacità di esercitarle nel rispetto delle regole che la comunità si è data.

Sulla stessa linea, pur con una sensibilità diversa, si è collocata Clotilde Forcellati, consigliera del PD-FP. Ha parlato di una storia «personale e politica» e di responsabilità mancate, ricordando che già nel novembre 2024 una nota degli uffici del Consiglio avrebbe evidenziato l'impossibilità di una quarta legislatura consecutiva in Giunta. Secondo Forcellati, sarebbe spettato soprattutto alle forze di maggioranza, e in particolare all'Union Valdôtaine, affrontare il problema prima che diventasse materia giudiziaria.

Il suo intervento ha messo in evidenza una distinzione importante: rispettare le sentenze è un obbligo istituzionale, ma non esaurisce la responsabilità politica. La politica deve anche saper prevenire i conflitti, assumere decisioni e impedire che i tribunali diventino il luogo in cui si risolvono questioni che le istituzioni avrebbero potuto affrontare autonomamente.

Una critica altrettanto esplicita è arrivata da Andrea Campotaro, consigliere di AVS, che ha definito retorica e autoassolutoria la narrazione della maggioranza fondata su responsabilità e determinazione. Secondo Campotaro, la responsabilità avrebbe richiesto il rispetto della legge, mentre la determinazione si sarebbe tradotta nel tentativo di aggirarla, confidando nell'assenza di una reazione.

Campotaro ha difeso l'azione di Minelli e Torrione, attribuendo loro il merito di aver tutelato la legge regionale e la dignità dell'Assemblea. Le sue parole hanno portato il confronto sul terreno più sensibile: quello del rapporto tra potere politico e legalità. Il punto, nella sua lettura, non è soltanto chi avesse ragione nell'interpretazione della norma, ma se le istituzioni abbiano accettato di mettere in discussione il proprio impianto legislativo pur di mantenere una determinata soluzione politica.

Ma il dibattito ha mostrato anche le differenze tra le opposizioni e le forze di maggioranza. Marco Viérin, capogruppo del Centro Autonomista, ha chiesto rapidità nella ricostruzione del governo, invitando però a evitare una distribuzione semplicistica delle colpe. La vicenda, ha sostenuto, nasce da un groviglio normativo e burocratico, da interpretazioni e pareri divergenti che hanno coinvolto l'intero Consiglio nelle legislature passate. Le responsabilità, quindi, devono essere ricostruite tenendo conto dei diversi ruoli e dei diversi momenti.

Viérin ha ricordato che il suo gruppo aveva già chiarito a maggio che, in caso di conferma della sentenza in appello, il percorso giudiziario si sarebbe concluso, mentre sarebbe rimasto aperto quello politico della maggioranza. Sulla riforma elettorale, ha difeso il lavoro di approfondimento della Commissione, sostenendo che una soluzione affrettata potrebbe creare problemi ulteriori rispetto a quelli che si intendono risolvere.

È una posizione che introduce un elemento di prudenza nel confronto: la necessità di intervenire appare condivisa da molti, ma la strada per farlo resta controversa. E soprattutto non è scontato che la riforma elettorale possa risolvere da sola una crisi nata anche da interpretazioni della legge, decisioni politiche e ritardi nell'affrontare una questione conosciuta.

A chiedere una riflessione sulle basi della stabilità è stata anche Eleonora Baccini, capogruppo de La Renaissance Valdôtaine. La sua domanda è stata diretta: perché la maggioranza ha ritenuto opportuno legare la stabilità delle istituzioni alla permanenza di una singola persona alla guida della Regione? Per mesi, ha ricordato, la continuità è stata presentata come la ragione principale per sostenere il governo. Oggi, invece, bisogna verificare quali basi siano state costruite per garantirla davvero.

Baccini ha richiamato l'attenzione sugli interventi destinati al comparto agricolo, sui provvedimenti ancora da esaminare e sul bilancio. Ha chiesto un confronto trasparente, con tempi e impegni definiti, sostenendo che il cambio del Presidente non basta se non è accompagnato da una seria assunzione di responsabilità politica.

Ancora più esplicito è stato Marco Carrel, capogruppo degli Autonomisti di Centro, che ha espresso «rammarico» e «delusione» per una gestione nella quale, a suo giudizio, si è abusato delle parole responsabilità e continuità. Se vi fosse stata davvero la volontà di affrontare il problema, ha osservato, si sarebbe intervenuti già nei mesi precedenti, evitando di arrivare a una nuova decadenza dopo quella dichiarata a maggio e successivamente sospesa in seguito al ricorso.

Carrel ha riconosciuto che la macchina amministrativa ha continuato a lavorare, ma ha contestato la lentezza dell'azione politica e il crescente smarrimento dei cittadini. La sua richiesta è quella di un governo più autorevole, incisivo e capace di condividere le decisioni con il Consiglio. Anche da una componente autonomista arriva quindi una critica alla gestione della maggioranza, pur senza mettere automaticamente in discussione la possibilità di trovare una nuova sintesi politica.

La replica dell'Union Valdôtaine è passata soprattutto attraverso il capogruppo Aurelio Marguerettaz (nella foto), che ha respinto la rappresentazione di una Regione paralizzata. La macchina amministrativa, ha affermato, ha continuato a funzionare e gli atti prodotti lo dimostrerebbero. Sui dossier più complessi, ha aggiunto, non esistono soluzioni immediate.

Marguerettaz ha inoltre contestato che la nota interpretativa degli uffici possa essere imputata esclusivamente alla maggioranza, ricordando che il documento era patrimonio dell'Ufficio di Presidenza del Consiglio, composto anche da esponenti di altri gruppi, e che quell'organismo aveva deciso di non procedere oltre. È una replica che allarga il perimetro delle responsabilità e mette in discussione la ricostruzione proposta da AVS: se il problema era conosciuto, sostiene in sostanza il capogruppo unionista, non tutte le occasioni per affrontarlo dipendevano da una sola parte politica.

Sul sistema elettorale, Marguerettaz ha ribadito la contrarietà dell'UV all'elezione diretta del Presidente, associandola al rischio di una leadership individuale troppo forte. Per l'Union Valdôtaine, il valore centrale resta quello della squadra e della capacità di trovare una sintesi tra forze politiche diverse.

È qui che emerge una delle contraddizioni più interessanti del dibattito. L'Union Valdôtaine difende un modello fondato sulla collegialità, ma proprio la difficoltà di trovare per tempo una soluzione condivisa alla questione dei mandati ha contribuito a condurre la Regione alla crisi attuale. Il richiamo alla squadra è politicamente comprensibile; non risponde, da solo, alla domanda su perché quella squadra non sia riuscita a prevenire una situazione che oggi richiede di ricostruire il vertice dell'esecutivo.

Anche Pierluigi Marquis, capogruppo di Forza Italia, ha difeso la scelta di sostenere l'appello dopo la sentenza di primo grado. L'obiettivo, ha spiegato, era garantire la continuità amministrativa e consentire di affrontare questioni importanti per la comunità. Marquis ha respinto l'idea che l'esito fosse scontato e ha invitato a valutare le responsabilità lungo tutto il percorso, ricordando che la norma, mai applicata prima in quel contesto, aveva dato luogo a interpretazioni differenti.

La sua posizione presenta una distinzione che merita di essere considerata: contestare l'inevitabilità dell'esito giudiziario non significa necessariamente negare la necessità di rispettarlo una volta pronunciato. Ma la difesa della scelta di proseguire il contenzioso deve misurarsi con la conseguenza concreta che ne è derivata: la Regione deve ora affrontare una nuova fase di transizione e trovare rapidamente un accordo per ricostituire il governo.

Marquis ha citato le scadenze che attendono la maggioranza, dal Documento di economia e finanza regionale al bilancio, fino agli interventi per l'agricoltura e ai ristori energetici. Non ci sono, secondo il capogruppo di Forza Italia, vincitori e vinti. È una posizione orientata alla ricomposizione, ma resta aperta la questione politica di chi debba rispondere delle scelte che hanno portato all'attuale situazione.

Il vicecapogruppo di FI Marco Sorbara ha invece voluto riportare il dibattito sul piano umano. La critica politica, ha ricordato, è parte della democrazia, ma non deve trasformarsi in un attacco alla persona o in un tentativo di umiliazione. Il rispetto, l'ascolto e la solidarietà, ha sostenuto, sono qualità essenziali soprattutto nei momenti difficili.

Il richiamo è legittimo, ma non può sostituire la discussione sulle responsabilità istituzionali. Rispettare le persone e chiedere conto delle decisioni sono due esigenze che possono e devono convivere. La delicatezza della vicenda non esonera chi governa dall'obbligo di spiegare le proprie scelte, così come la critica più dura non autorizza a trasformare il confronto in una resa dei conti personale.

A completare il quadro delle posizioni della maggioranza è stato lo stesso Renzo Testolin, che si è detto tranquillo e ha rivendicato il lavoro svolto nei dodici mesi di governo. Ha ricordato l'approvazione di 18 leggi, di cui 9 da maggio in poi, e di due norme di attuazione, sostenendo che questi risultati smentiscano le accuse di immobilismo.

Testolin ha citato le risorse destinate alla scuola, al turismo, agli enti locali, agli impianti di risalita, alla protezione civile, alla difesa del suolo e all'agricoltura. Ha inoltre difeso il modello elettorale valdostano, sostenendo che garantisca continuità e coerenza senza legare il governo alle scelte di una singola persona. Il programma condiviso dai 20 consiglieri di maggioranza, ha affermato, costituisce una base solida per proseguire il lavoro.

È la difesa più netta dell'esperienza di governo appena conclusa. E introduce una distinzione importante: la decadenza del Presidente non cancella automaticamente il lavoro amministrativo svolto, né dimostra da sola che ogni provvedimento adottato sia stato inefficace. Ma il numero delle leggi approvate, pur significativo, non risolve il problema al centro della crisi: la capacità della maggioranza di applicare correttamente le regole che disciplinano la propria composizione e di affrontare per tempo le questioni che possono compromettere la stabilità istituzionale.

Gli assessori hanno insistito soprattutto sulla continuità del lavoro e sulla dimensione collegiale dell'esecutivo. Leonardo Lotto, di Autonomisti di Centro, ha ringraziato Testolin per l'impegno e per il clima positivo costruito in Giunta, indicando nel lavoro svolto una base da cui ripartire. Mauro Baccega, di Forza Italia, ha espresso rammarico per quanto accaduto. 

In francese, l'assessore Erik Lavevaz, dell'UV, ha ringraziato Testolin per il lavoro compiuto e ha riconosciuto la delicatezza della transizione, auspicando che la maggioranza individui rapidamente un percorso comune. Davide Sapinet, anch'egli dell'UV, ha ricordato che i risultati sono stati il frutto di una squadra e della collaborazione dell'intero Consiglio, invitando a guardare avanti per dare risposte ai valdostani.

Giulio Grosjacques, dell'UV, ha sottolineato il rispetto della sentenza e l'impegno della maggioranza, ringraziando Testolin, Bertschy e i colleghi per il percorso condiviso. Speranza Girod, dell'UV, ha insistito sul lavoro di squadra e sulla necessità di approvare quanto prima il provvedimento a sostegno degli agricoltori, già pronto ma rimasto in attesa della discussione consiliare.

Carlo Marzi, di Autonomisti di Centro, ha ricordato che gli incarichi di governo sono temporanei e che l'esperienza amministrativa richiede mediazione, confronto e capacità di sintesi anche tra persone con visioni diverse. Il suo intervento ha insistito sul valore delle competenze e del lavoro svolto, auspicando che chi raccoglierà il testimone possa proseguire nell'interesse della Valle d'Aosta.

A chiudere il dibattito è stato il Vicepresidente Luigi Bertschy, che ha invitato a considerare la sentenza non come un funerale politico, ma come «una pagina nuova da scrivere». Bertschy ha ricordato di essersi affidato, insieme a Testolin, a un parere pro veritate del professor Grosso, successivamente affiancato da quello del professor Lupo richiesto dal Consiglio regionale. Ha rivendicato il lavoro amministrativo compiuto negli anni e la coesione della maggioranza, assicurando di essere disponibile a gestire la fase transitoria nel rispetto delle procedure e senza attaccamento alla carica.

Bertschy ha anche ricordato che restano quattro anni di legislatura e molti obiettivi da raggiungere. Ma proprio il riferimento al futuro rende inevitabile la domanda politica: la maggioranza intende limitarsi a sostituire il Presidente, mantenendo sostanzialmente invariato l'assetto attuale, oppure è pronta a rivedere metodi, priorità e rapporti con l'opposizione?

Il dibattito non ha fornito una risposta definitiva. Ha mostrato, piuttosto, che il punto di equilibrio tra continuità e cambiamento resta da costruire. L'Union Valdôtaine vuole preservare la collegialità e difende il lavoro svolto; Forza Italia punta a una ricomposizione rapida; Autonomisti di Centro chiedono concretezza e maggiore incisività; il PD insiste sulla responsabilità politica e sul rispetto delle regole; AVS rivendica la correttezza della propria iniziativa; il centrodestra sollecita un cambio di passo e non esclude il voto anticipato.

Il nodo della successione di Bertschy rimane inoltre politicamente aperto, mentre il confronto sulla legge elettorale rivela che non esiste una soluzione condivisa neppure tra chi denuncia l'instabilità. C'è chi propone l'elezione diretta, chi preferisce l'indicazione del candidato Presidente e chi difende un sistema fondato sulla mediazione tra partiti. La riforma può essere parte della risposta, ma non cancella il problema più immediato: la necessità di rispettare le norme esistenti e di assumere decisioni prima che i conflitti arrivino nelle aule giudiziarie.

In questa vicenda, la contraddizione più evidente riguarda proprio il significato della responsabilità. Per la maggioranza è soprattutto garantire la continuità del lavoro e salvaguardare i risultati raggiunti; per le opposizioni è anche riconoscere gli errori e cambiare metodo; per alcune componenti autonomiste è necessario distinguere le responsabilità attuali da quelle accumulate nelle legislature precedenti. Sono interpretazioni differenti, ma nessuna può eludere il dato centrale: la continuità amministrativa non basta a garantire la stabilità politica, così come l'approvazione di numerose leggi non mette al riparo dal dovere di rispettare le regole istituzionali.

Ora la prova passa dalle parole alle decisioni. Il nuovo governo dovrà essere formato in tempi compatibili con le scadenze finanziarie e amministrative, dare risposte agli agricoltori e alle imprese, affrontare il bilancio e dimostrare di saper ricostruire un rapporto di fiducia con l'Assemblea e con la comunità valdostana. Non sarà sufficiente trovare una maggioranza numerica: servirà un accordo riconoscibile sulle priorità e sulle responsabilità.

Per una Regione che rivendica la propria Autonomia, la lezione è particolarmente importante. L'autonomia non è soltanto la possibilità di decidere in casa propria: è anche la capacità di rispettare le leggi approvate, risolvere politicamente i problemi prima che diventino emergenze giudiziarie e garantire istituzioni credibili. La sentenza ha chiuso il capitolo della Presidenza di Testolin. La qualità della risposta politica dirà se la Valle d'Aosta avrà saputo trasformare una crisi evitabile in un'occasione per correggere le proprie debolezze.

pi.mi.

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