Una scelta prudente e istituzionale che apre però una questione politica: quanto è davvero neutrale un’associazione che nelle scorse settimane aveva contestato con forza l’opportunità di un nuovo insediamento commerciale? E quanto pesa, nel dibattito, la replica della proprietà dei terreni, Augusta Investimenti, che ha rivendicato la natura privata dell’area e i diritti edificatori già esistenti?
A volte condividere significa anche scegliere di non aggiungere una voce al rumore. È un gesto apparentemente semplice, ma nel mezzo di una discussione diventata rapidamente politica, economica e persino identitaria può assumere un significato preciso: togliere il microfono, non necessariamente togliere il problema. È quello che ha deciso di fare Confcommercio Valle d’Aosta sul futuro del quartiere Dora di Aosta, cancellando l’incontro pubblico previsto per lunedì 14 settembre e scegliendo di affidare il confronto ai documenti, ai numeri e alle sedi istituzionali.
La motivazione ufficiale è chiara. Dopo un confronto interno, l’associazione ha ritenuto che l’appuntamento rischiasse di trasformarsi in un ulteriore terreno di scontro. «Non alimentiamo un clima di tensione», è in sostanza il messaggio che accompagna la decisione. Una scelta che, al di là delle formule, appare responsabile. Perché una categoria economica non ha necessariamente bisogno di stare dentro ogni polemica per esercitare il proprio ruolo e, soprattutto, non deve trasformare una questione urbanistica e commerciale in una contesa permanente tra tifoserie.
Il passo indietro, però, non significa affatto che Confcommercio abbia cambiato idea sulla variante. Anzi. L’associazione farà conoscere i risultati della consultazione che ha raccolto oltre mille risposte e presenterà le proprie osservazioni tecniche alla variante urbanistica. Il confronto, dunque, non viene cancellato: cambia semplicemente il luogo nel quale dovrà svolgersi. Non più una sala affollata dove ogni frase può diventare uno slogan, ma le carte, gli atti amministrativi, le osservazioni e le valutazioni sugli effetti che il nuovo insediamento potrebbe produrre sul commercio cittadino.
È una distinzione importante, perché Confcommercio sostiene di non essere «mai stata, non lo è ora e non intende diventare parte di una contrapposizione politica, né tantomeno di uno scontro tra singoli soggetti economici». Il presidente Graziano Dominidiato ribadisce che «il nostro mandato è tutelare il commercio valdostano a partire dal più “piccolo” esercente, non certo quello di schierarci a favore o contro singoli operatori economici».
Parole che segnano una linea di principio condivisibile: un’associazione di categoria deve difendere gli interessi dei propri rappresentati, non scegliere un'impresa contro un'altra. Ma proprio qui emerge il nodo politico della vicenda Dora. Perché nelle settimane precedenti la posizione di Confcommercio era stata tutt’altro che sfumata. L’associazione aveva espresso una netta contrarietà all’inserimento di un nuovo esercizio di media distribuzione in un’area nella quale, nel raggio di poche centinaia di metri, sono già presenti diverse strutture commerciali. E aveva parlato di possibili conseguenze sulla desertificazione commerciale del centro di Aosta.
Il punto, quindi, non è accusare Confcommercio di avere un interesse particolare. Sarebbe una scorciatoia polemica e non aiuterebbe a capire la questione. Il punto è verificare se la posizione dell’associazione sia effettivamente riconducibile a una valutazione generale di politica commerciale oppure se, agli occhi dell’opinione pubblica, possa essere percepita come una presa di posizione contro uno specifico progetto imprenditoriale.
La differenza non è sottile. Nel primo caso Confcommercio esercita pienamente il proprio ruolo: sostiene che Aosta abbia già un'offerta commerciale significativa, che occorra evitare ulteriore concentrazione della grande distribuzione e che la politica debba interrogarsi sulla progressiva chiusura dei negozi di vicinato. Nel secondo caso, invece, il rischio sarebbe quello di apparire come uno dei soggetti della contesa, proprio ciò che oggi l’associazione dichiara di voler evitare.
Ed è qui che la vicenda si fa interessante, perché dall’altra parte non c’è soltanto un progetto commerciale, ma una proprietà che ha deciso di intervenire direttamente nel dibattito. Augusta Investimenti, insieme a Ediltre srl, ha rivendicato la proprietà e la disponibilità privata dell’area, contestando quella rappresentazione del terreno come semplice prato verde da preservare. La società ha sostenuto che si tratta di «un’area edificabile di proprietà e disponibilità di privati» e che l’edificabilità sarebbe sancita da decenni dagli strumenti urbanistici.
È un elemento che non può essere ignorato nel contraddittorio. Perché mentre Confcommercio richiama la necessità di tutelare il commercio di prossimità e l’interesse generale, la proprietà richiama un altro principio altrettanto concreto: quello dei diritti edificatori e della libertà di utilizzare un'area privata secondo quanto consentito dagli strumenti urbanistici.
La proprietà ha inoltre sostenuto che sull’area esiste già un Piano urbanistico di dettaglio autorizzato, con una consistente componente residenziale e terziaria, e che la nuova soluzione commerciale avrebbe un impatto edilizio inferiore rispetto a quello già previsto. Nella propria ricostruzione, Augusta Investimenti sostiene che la variante permetterebbe di ridurre gli scavi, aumentare le superfici verdi in piena terra e cedere gratuitamente al Comune una parte significativa degli spazi, compresi parcheggi e aree verdi.
È proprio su questo terreno che il dibattito dovrebbe finalmente misurarsi: non sulla proprietà del terreno, che viene rivendicata come privata, e nemmeno sull'etichetta di chi sarebbe «a favore» o «contro» un determinato operatore, ma sugli effetti concreti della trasformazione urbanistica.
Confcommercio dice che il problema è il modello di sviluppo commerciale. La proprietà replica che il modello precedente prevedeva comunque una significativa edificazione e che la variante sarebbe, sotto diversi profili, meno impattante. Confcommercio parla di tutela del piccolo commercio. La proprietà risponde indicando nuovi posti di lavoro, nuovi servizi e possibilità di commercializzazione delle produzioni valdostane. Secondo Augusta Investimenti, il supermercato potrebbe occupare tra 80 e 100 persone e il centro medico altre 15-20, con un impatto occupazionale complessivo stimato in circa 100 unità.
Sono numeri che naturalmente dovranno essere verificati e che appartengono alle previsioni della proprietà, non a posti di lavoro già esistenti. Ma proprio per questo meritano di essere messi sul tavolo insieme alle obiezioni di Confcommercio. Perché se si parla di interesse generale, l'interesse generale comprende anche l'occupazione, i servizi, la concorrenza, i prezzi per le famiglie e la sostenibilità della rete commerciale esistente.
E comprende anche la casa. Confcommercio ha sostenuto che Aosta soffre di una carenza cronica di abitazioni e che trasformare una destinazione residenziale in commerciale vada nella direzione opposta rispetto ai bisogni della città. La proprietà, però, ha replicato che gli appartamenti previsti dal vecchio Piano non sarebbero stati edilizia popolare né alloggi a canone calmierato, ma immobili destinati al mercato. Ha inoltre richiamato gli 80 nuovi alloggi già appaltati dall’Arer nel quartiere e il conseguente aumento della popolazione.
Anche qui, dunque, non basta scegliere una frase e trasformarla in verità assoluta. Occorre capire quali siano le reali esigenze del quartiere, quali abitazioni servano, quale domanda esista sul mercato e quale equilibrio tra residenza, commercio, verde, servizi e mobilità sia sostenibile per Aosta.
La stessa questione della superficie commerciale richiede prudenza. Il progetto prevede una media struttura inferiore alla soglia dei 2.500 metri quadrati, mentre il Comitato Quartiere Dora Verde e altri oppositori contestano la lettura della proprietà e sottolineano l’impatto che una struttura di queste dimensioni potrebbe avere sulla rete commerciale. Il Comitato ha raccolto 823 firme contro la variante, chiedendo alla Regione e al Comune di fermare il progetto e di aprire un confronto sulla destinazione dell’area.
Il quadro, insomma, è molto più complesso di uno scontro tra «commercio tradizionale» e «grande distribuzione». C'è una proprietà privata che rivendica diritti edificatori; c'è un'amministrazione comunale che deve assumersi la responsabilità delle scelte urbanistiche; c'è Confcommercio che rappresenta una parte del sistema economico; ci sono i residenti; ci sono 823 cittadini che hanno firmato una petizione; ci sono le esigenze abitative; ci sono i problemi di viabilità e sicurezza; e c'è, soprattutto, una città che deve decidere quale idea di quartiere e quale idea di sviluppo vuole per i prossimi decenni.
Per questo la decisione di Confcommercio di annullare l'incontro pubblico può essere letta non come una ritirata, ma come un tentativo di sottrarre la questione alla logica della contrapposizione. L’associazione afferma che «annullare l’incontro di lunedì 14 settembre non significa rinunciare alle proprie valutazioni né sottrarsi al confronto», ma significa «riportarlo sui dati e sugli strumenti istituzionali previsti».
È probabilmente la strada più seria. E lo è anche perché la polemica pubblica, una volta partita, tende a divorare il merito. Ogni posizione viene letta come un'appartenenza, ogni osservazione tecnica diventa una dichiarazione politica e ogni interesse legittimo viene sospettato di nascondere un interesse particolare.
Confcommercio fa bene, dunque, a rinunciare responsabilmente al palcoscenico della polemica. Ma proprio perché ha scelto questa strada, sarà interessante leggere fino in fondo le osservazioni tecniche che presenterà e soprattutto verificare come esse si misureranno con le argomentazioni della proprietà e con gli atti del Comune.
Perché il vero confronto, alla fine, non può essere tra Confcommercio e Augusta Investimenti. Non può essere neppure tra chi vuole il supermercato e chi vuole salvare il prato. Il confronto deve essere tra due idee di città e deve avvenire sulla base di dati verificabili.
Da una parte c'è chi sostiene che Aosta abbia bisogno di difendere il commercio di vicinato, ridurre la desertificazione e impedire che nuovi poli commerciali aggravino una situazione già fragile. Dall'altra c'è chi sostiene che l'area sia privata, edificabile e già destinata a una trasformazione urbanistica, e che la soluzione commerciale possa portare occupazione, servizi, verde e nuove opportunità economiche. La proprietà ha definito la variante un «progetto di sviluppo economico e sociale»; Confcommercio la considera invece una scelta potenzialmente dannosa per l'equilibrio del sistema commerciale.
Sono due narrazioni opposte. E proprio per questo vanno messe una accanto all'altra.
La rinuncia all'incontro pubblico del 14 settembre potrebbe allora essere l'occasione per fare finalmente quello che troppo spesso la politica e il dibattito pubblico fanno fatica a fare: separare le persone dalle questioni, gli interessi dalle accuse, i dati dalle percezioni.
Confcommercio ha scelto di non alimentare la tensione. È una scelta che va rispettata. Ma ora dovrà parlare attraverso i documenti. E quei documenti dovranno confrontarsi con quelli della proprietà, con gli atti urbanistici del Comune e con le osservazioni di cittadini e comitati.
Sarà lì, molto più che in una sala affollata, che si capirà chi ha gli argomenti più solidi.













