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EVENTI E APPUNTAMENTI | 08 settembre 2026, 12:00

Cime Bianche, alla scoperta dell’oceano perduto tra rocce, memoria e storia

Il 12 settembre 2026 torna l’escursione nel Vallone delle Cime Bianche organizzata dall’Associazione Ripartire dalle Cime Bianche. Un percorso tra geologia, paesaggio e memoria che conduce sulle tracce dell’antico oceano all’origine di questa parte delle Alpi, con una testimonianza legata anche alla presenza in Val d’Ayas dello scrittore Giuseppe Antonio Borgese

Escursione del 13 agosto

Escursione del 13 agosto

C’è una montagna che non chiede soltanto di essere attraversata, ma di essere letta. È quella delle Cime Bianche, in alta Valle d’Ayas, dove rocce, minerali e paesaggio raccontano una storia cominciata milioni di anni fa, quando al posto delle Alpi esisteva un oceano. È proprio questa particolarità a essere al centro della nuova uscita del Percorso geologico dell’Oceano perduto, riproposto per sabato 12 settembre 2026 dopo le numerose richieste rimaste inevase in occasione dell’escursione dello scorso 13 agosto.

L’iniziativa, resa possibile dalla disponibilità di Dario e Chiara e promossa dall’Associazione Ripartire dalle Cime Bianche, propone un percorso ad anello con partenza da Saint-Jacques, pensato per accompagnare i partecipanti alla scoperta delle caratteristiche geologiche del Vallone delle Cime Bianche. La prenotazione è obbligatoria e i contatti sono indicati nella locandina dell’iniziativa.

Non si tratta, però, soltanto di un’escursione. Il percorso si inserisce in una visione più ampia del vallone, considerato da anni un luogo di straordinario interesse scientifico e ambientale. Già negli anni ’90, il geologo Giorgio Vittorio Dal Piaz aveva richiamato l'attenzione sul valore di questo territorio, auspicandone la costituzione a “Parco dell’Oceano Perduto”. Un'espressione suggestiva, ma soprattutto legata alla particolare concentrazione di testimonianze geologiche dell'antico oceano che precedette la formazione delle Alpi.

Nel Vallone delle Cime Bianche, infatti, sono riconoscibili in uno spazio relativamente raccolto diversi elementi che componevano l'antico fondo oceanico: le serpentiniti provenienti dal mantello terrestre, gli antichi gabbri e basalti della crosta oceanica e i sedimenti depositatisi sul fondale. A rendere ancora più significativa questa presenza è la loro distribuzione su tre livelli distinti, accompagnata dalla chiarezza delle associazioni mineralogiche osservabili nelle rocce.

È proprio la contemporanea presenza di queste tre caratteristiche a rendere il vallone, secondo la nota dell'associazione, un vero e proprio “unicum” nelle Alpi, perché non esisterebbe un altro luogo dell'arco alpino nel quale siano presenti contemporaneamente tutte e tre con la stessa evidenza.

La montagna, però, non conserva soltanto la memoria geologica. Conserva anche quella degli uomini e delle donne che l'hanno frequentata, raccontata e vissuta. Ed è così che l'uscita del 13 agosto ha permesso di aggiungere un altro tassello alla storia della Val d'Ayas grazie alla presenza di Nica Borgese, figlia dello scrittore e docente universitario Giuseppe Antonio Borgese, tra gli ospiti dell'Hotel Bellevue di Fiéry all'inizio del Novecento.

La testimonianza trasmessa da Nica ricostruisce la figura di un intellettuale dalla vita intensa e complessa. Nato a Polizzi Generosa nel 1882, Borgese si trasferì ancora giovane nel Nord Italia, affermandosi come critico letterario e germanista. Negli anni Dieci e Venti fu particolarmente noto per la sua collaborazione con il Corriere della Sera e per il romanzo Rubé, nel quale raccontò attraverso le vicende del protagonista Filippo Rubé lo smarrimento dell'Italia del primo dopoguerra.

La Val d'Ayas entrò in questo percorso personale e intellettuale anche attraverso i soggiorni estivi dello scrittore, come testimonia la placca presente sul muro dell'albergo di Fiéry. Una presenza che oggi appare quasi come una piccola traccia nel paesaggio, capace però di aprire una finestra su un'epoca nella quale le località alpine cominciavano a diventare luoghi di villeggiatura e incontro per esponenti della cultura italiana.

La vicenda personale di Borgese si intrecciò poi profondamente con la storia politica del Novecento. Docente di estetica all'Università di Milano, nel 1931 decise di lasciare l'Italia dopo le pressioni e le vessazioni esercitate dagli ambienti universitari fascisti. Fu tra i pochi docenti universitari a non prestare il giuramento di fedeltà al regime. Negli Stati Uniti proseguì la sua attività accademica, insegnando letteratura italiana prima a Berkeley, quindi allo Smith College e infine all'Università di Chicago.

Durante gli anni americani affrontò anche il tema politico del fascismo con il volume Golia, la marcia del fascismo e avviò a Chicago un progetto di federalismo mondiale, arrivando a essere indicato tra i possibili candidati al Premio Nobel per la pace. Un percorso che rende ancora più interessante il legame, apparentemente casuale, tra questo intellettuale cosmopolita e una valle alpina che, più di un secolo dopo, continua a conservarne le tracce.

Dopo la reintegrazione nell'Università di Milano nel 1948, Borgese tornò in Italia con la famiglia nel 1952, ma morì pochi mesi dopo. La sua storia rimane così legata a una stagione europea segnata da profonde trasformazioni politiche e culturali, ma anche alla dimensione più privata dei soggiorni in montagna.

E proprio la montagna restituisce un'altra piccola storia, curiosa e quasi cinematografica, legata all'estate del 1911. È quella del “bagno” nel Lago Blu di Verra che ebbe come protagonista Guido Gozzano, in un episodio nel quale ebbe un ruolo proprio Giuseppe Antonio Borgese. Non fu, a quanto viene ricordato, un bagno programmato: una caduta provocata da Borgese trasformò il rapporto con il lago in un'esperienza decisamente più movimentata.

Sono storie apparentemente lontane tra loro — la geologia di milioni di anni fa, gli intellettuali del primo Novecento, il fascismo, il federalismo europeo e mondiale, la villeggiatura alpina e persino un tuffo involontario — che nelle Cime Bianche finiscono per incontrarsi. È questa forse la caratteristica più interessante del percorso proposto dall'Associazione Ripartire dalle Cime Bianche: invitare a guardare il territorio non come semplice scenario, ma come un luogo nel quale natura e memoria continuano a sovrapporsi.

La riproposizione dell'escursione per il 12 settembre 2026 arriva dunque in un momento nel quale cresce, come sottolineano i promotori, la domanda di una scoperta più lenta e consapevole della montagna. Non soltanto camminare, quindi, ma fermarsi davanti a una roccia, riconoscere un minerale, ricostruire l'origine di un paesaggio oppure riscoprire il passaggio di uno scrittore.

In questo senso, il richiamo al “Parco dell'Oceano Perduto” assume un significato che va oltre la geologia. Significa interrogarsi su quale futuro dare a un territorio proprio partendo dalla sua storia più profonda. Perché nelle Cime Bianche l'idea di tutela non riguarda soltanto ciò che si vede oggi, ma anche ciò che quelle montagne sono in grado di raccontare: l'antico oceano, la formazione delle Alpi, le vicende degli uomini e una memoria culturale che rischia altrimenti di rimanere nascosta.

E forse è proprio questa la sfida della “scoperta lenta” evocata dai promotori: restituire alla montagna il tempo necessario per essere capita. Perché, come suggerisce la storia delle Cime Bianche, “l'oceano perduto” non è soltanto qualcosa che appartiene al passato remoto della Terra. È una chiave per leggere il presente e decidere, oggi, quale futuro consegnare a questo angolo della Valle d'Aosta.

pi.mi.

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