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ATTUALITÀ | 08 settembre 2026, 10:51

Una vita più forte della malattia: il ricordo di una madre che non si è mai arresa

A pochi anni dalla sua scomparsa, il ricordo di una donna che ha attraversato quasi 91 anni di vita con energia, indipendenza e curiosità. Una madre capace di affrontare la malattia senza rinunciare al sorriso, all'amore per la famiglia e alla voglia di imparare

Mamma Ilda e la mucca

Mamma Ilda e la mucca

Ci sono persone che, anche quando se ne vanno, continuano ad abitare le nostre giornate. Restano nei gesti più semplici, nei profumi della cucina, negli oggetti conservati con cura, nei ricordi che riaffiorano all'improvviso. Restano soprattutto nelle parole che, con il passare del tempo, diventano sempre più difficili da pronunciare e sempre più necessarie da condividere. È così che Edi Morini sceglie di ricordare sua madre, scomparsa il 24 settembre 2022, pochi giorni prima di compiere 91 anni.

Una donna che ha combattuto a lungo contro una malattia crudele, cercando fino all'ultimo di rimanere accanto alle persone che amava. Non per paura della vita, ma, al contrario, proprio perché alla vita era profondamente legata. Alla famiglia, alle persone, agli animali, ai fiori, alle piccole e grandi cose che avevano accompagnato il suo cammino.

Il ritratto che emerge è quello di una donna energica, determinata ed elegante, capace di stare dietro al bancone della propria pasticceria con la sicurezza di chi conosce il valore del lavoro e dell'impegno. Una donna, come viene ricordata, «indomita cittadina del mondo», sempre desiderosa di viaggiare e di conoscere, gelosa della propria indipendenza e curiosa verso tutto ciò che poteva ancora imparare.

Era anche una buongustaia, una donna ospitale e generosa, innamorata dei suoi animali e dei suoi fiori. Aveva trasformato il cucito e la cucina in competenze quotidiane, quasi naturali, e attraverso quei gesti aveva probabilmente costruito una parte importante del proprio modo di voler bene. I manicaretti preparati per la famiglia, le attenzioni quotidiane, quella capacità di esserci senza bisogno di grandi dichiarazioni diventano oggi una sorta di eredità affettiva.

Particolarmente significativo è il ricordo della sua voglia di studiare. A 40 anni, invece di considerare concluso il proprio percorso formativo, aveva frequentato con entusiasmo i corsi serali della scuola popolare per conseguire la licenza media. E quasi una decina di anni più tardi, alle soglie dei 50 anni, aveva affrontato un'altra sfida: prendere la patente di guida. Non erano semplicemente traguardi pratici. Erano la dimostrazione concreta di una mentalità aperta, della convinzione che non fosse mai troppo tardi per imparare qualcosa di nuovo, conquistare una nuova autonomia, allargare i propri orizzonti.

In questa storia personale c'è anche un elemento più amaro, quello della burocrazia, che secondo il ricordo della figlia «ha distrutto buona parte delle nostre esistenze». Una frase dura, che apre inevitabilmente una riflessione più ampia sul peso che procedure, carte e ostacoli amministrativi possono assumere nella vita delle persone, soprattutto quando si trovano ad affrontare situazioni delicate e complesse. Ma anche davanti a questa fatica, la madre non aveva perso ciò che più la caratterizzava: il sorriso.

È forse questo uno degli aspetti più commoventi del ricordo. La malattia, le difficoltà, gli anni che passano e perfino le complicazioni della vita quotidiana non erano riusciti a cancellare la sua capacità di guardare avanti. «Non ti ha mai tolto il sorriso», scrive Edi Morini rivolgendosi alla madre. In poche parole è racchiusa una forma di resistenza che non ha bisogno di gesti eroici: quella di continuare a vivere, amare, accudire e sorridere nonostante tutto.

Il dolore della perdita rimane però intatto. «Ci manchi troppo», sono le parole con cui si chiude il ricordo, dopo un lungo elenco di grazie: per l'amore, per le attenzioni, per i pasti preparati con cura, per quell'esempio di coraggio che oggi assume un significato ancora più grande.

E proprio il coraggio sembra essere il filo conduttore di questa vita. Il coraggio di ricominciare a studiare a 40 anni, quello di prendere la patente quasi a 50, quello di viaggiare, di difendere la propria indipendenza, di continuare a coltivare passioni e curiosità. E, soprattutto, il coraggio più difficile: affrontare una malattia crudele senza smettere di desiderare la vita.

A distanza di anni, il ricordo non è dunque soltanto quello di una madre perduta. È quello di una donna che ha lasciato un insegnamento capace di andare oltre la propria storia personale: non arrendersi all'età, non rinunciare alla curiosità, custodire la propria autonomia, continuare a imparare e, quando possibile, mantenere un sorriso anche davanti alle prove più dure.

Nel messaggio finale, Edi Morini affida il ricordo della madre anche alle parole della Bibbia, citando il profeta Geremia: «Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per liberarti». È una citazione che, nel contesto di questo addio, acquista un valore particolarmente intenso. Perché racconta una battaglia, ma anche una presenza che non viene meno.

La morte interrompe una vita, ma non necessariamente il rapporto con chi quella vita ha condiviso. Ci sono eredità che non si misurano in beni o documenti: sono il modo in cui una persona ci ha insegnato ad affrontare le difficoltà, la curiosità con cui ci ha spinto a guardare il mondo, la cura con cui ha preparato una tavola, la forza con cui ha difeso la propria indipendenza. È in queste tracce quotidiane che una madre continua, in qualche modo, a vivere.

E forse è proprio questo il significato più profondo di un ricordo come quello di Edi Morini: dire grazie non significa soltanto guardare al passato, ma riconoscere ciò che quella persona ha lasciato nel presente. «Grazie per tutto l'amore che hai saputo darci», scrive la figlia. Un grazie che diventa memoria, e una memoria che diventa ancora amore. Perché alcune persone non smettono davvero di accompagnarci: cambiano soltanto il modo in cui sono accanto a noi.

red

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