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ATTUALITÀ POLITICA | 26 giugno 2026, 12:02

Ricordi di un aeroporto che “volava”

Un aeroporto che un tempo viveva di cielo e correnti oggi resta fermo a terra, sospeso tra ricordi, progetti in corsa e conti che continuano a salire

ph. repertorio

ph. repertorio

C’è un’arte tutta valdostana che non compare nei manuali di economia, ma che qui pratichiamo con naturalezza disarmante: prendere un progetto da 7 milioni, farlo lievitare a 11 e continuare a parlare di “imprevisti”, “adeguamenti”, “criticità emerse”. Sempre che non ci siano altre sorprese, perché ormai l’unica cosa davvero prevedibile è che il conto finale sarà più alto di quello annunciato.
E mentre i numeri crescono, lo scalo resta lì, immobile, come un gigantesco punto interrogativo piantato nella piana di Saint-Christophe.

Eppure, prima di diventare un monumento all’incompiuto, l’aeroporto era un luogo vivo. Non un problema, non un cantiere, non una promessa mancata: vivo.

Chi ha qualche anno sulle spalle lo ricorda bene: in estate l’aeroporto pullulava di alianti. Arrivavano da mezza Europa, attratti da condizioni meteo che altrove si sognavano. Le correnti della Valle d’Aosta erano leggendarie: c’era chi veniva apposta per tentare record personali, chi per allenarsi, chi semplicemente per il piacere di veleggiare in silenzio sopra le montagne.

Non era raro vedere decolli all’alba e atterraggi al tramonto, con piloti che raccontavano di aver “tenuto quota” per ore sfruttando solo l’aria, senza un litro di carburante. Alcuni ricordano ancora quel tedesco che, negli anni ’90, fece un volo talmente lungo da sfiorare il confine svizzero e tornare indietro con un sorriso stampato in faccia e le braccia indolenzite. O quel gruppo di francesi che ogni estate arrivava in carovana, famiglie al seguito, pronti a trasformare Aosta nella loro seconda casa per due settimane.

E la città lo sentiva. Eccome. I ristoranti lavoravano, l’hotel dell’aeroporto pure, i negozi vedevano facce nuove, e la sera, passeggiando per il centro, si sentivano conversazioni in tedesco, francese, inglese. Non era turismo di massa, era turismo intelligente: persone che venivano per una passione e lasciavano ricchezza, relazioni, movimento. Era un ecosistema semplice, sostenibile, perfettamente in linea con la nostra dimensione.

A un certo punto, qualcuno ha deciso che tutto questo non bastava. Che un aeroporto di montagna, per essere “serio”, dovesse avere voli di linea, collegamenti internazionali, ambizioni da mini hub alpino. E così abbiamo iniziato a inseguire un’idea che non ci apparteneva, ignorando la realtà: nessuna compagnia aveva davvero interesse a operare qui, nessun mercato giustificava quelle rotte, nessun piano economico stava in piedi.

Il risultato? Un terminal nuovo di zecca, una pista perfetta e un silenzio assordante.

E ora, per completare il quadro, anche i lavori di adeguamento — nati per “rilanciare” lo scalo — finiscono nel solito copione: costi che lievitano, tempi che slittano, responsabilità che evaporano. Da 7 a 11 milioni. E siamo solo all’inizio.

Perché un aeroporto può costare, può richiedere investimenti, può avere problemi tecnici. Ma un aeroporto senza traffico, senza strategia, senza identità… quello sì che è uno scandalo.

La verità è semplice e scomoda: funzionava quando era piccolo, specializzato e coerente. Ha smesso di funzionare quando abbiamo smesso di capire chi siamo.

E mentre continuiamo a spendere, la città perde un pezzo della sua vitalità. Non ci sono più gli alianti che riempivano il cielo, non ci sono più le famiglie che animavano le serate, non c’è più quel movimento internazionale che dava ad Aosta un respiro diverso.

Abbiamo perso un’infrastruttura, ma soprattutto abbiamo perso un’identità.

E allora la domanda è una sola. Non “quanto spenderemo ancora”. Quella è facile: spenderemo ancora. La domanda vera è: per cosa stiamo pagando?

Per un aeroporto che non vola? Per un cantiere che non finisce? Per un’idea che non esiste più?

Perché un aeroporto fantasma da 11 milioni non è un investimento. È una barzelletta. E la parte tragica è che non fa nemmeno ridere.

Vittore Lume-Rezoli

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