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CRONACA | 18 marzo 2026, 15:31

La stele nera, la fiamma, il silenzio: Aosta non dimentica i suoi morti del Covid

Il Sindaco di aosta il presidente dell'Aps e autorità cittadine e sanitarie mercoledì 18 marzo hanno ricordato le vittime del Covid 19, nel sesto anniversario della pandemia. Al cimitero di Aosta la commemorazione delle oltre 500 vittime della pandemia. Le parole intense di Matteo Fratini scavano nella memoria collettiva: “Abbiamo lasciato morire la nostra gente nella solitudine”. Il ricordo di giorni che hanno segnato per sempre la Valle d’Aosta.

Matteo Fratini ed il sindaco Raffaele Rocco alla stele che ricorda le vittime del covid

Matteo Fratini ed il sindaco Raffaele Rocco alla stele che ricorda le vittime del covid

Ci sono luoghi in cui il tempo sembra fermarsi. E poi ci sono giorni in cui il tempo ritorna indietro, con tutta la sua forza.

Al cimitero di Aosta, davanti alla stele nera che custodisce la memoria delle oltre 500 vittime valdostane del Covid, il silenzio di oggi ha riportato indietro a quei mesi sospesi tra paura e incredulità. Accanto al sindaco Raffaele Rocco, il presidente dell’Aps Matteo Fratini ha dato voce a un ricordo che non è solo istituzionale, ma profondamente umano.

“Ci sono momenti in cui le parole pesano. Pesano davvero, come pietre. Come questa pietra nera”. E già da qui si capisce che non sarà un discorso come gli altri.

Perché Aosta, come tutta la Valle, ha conosciuto davvero cosa significa essere travolti da qualcosa di più grande. Le sirene delle ambulanze che rompevano il silenzio delle strade vuote. Le finestre illuminate nelle notti di lockdown. I bollettini quotidiani che scandivano numeri sempre più difficili da accettare. E soprattutto quella distanza forzata che ha trasformato la morte in qualcosa di ancora più crudele.

Fratini lo dice senza girarci attorno: “Abbiamo lasciato morire la nostra gente nella solitudine. Abbiamo lasciato morire la nostra gente senza l’ultimo abbraccio”. È forse questa la ferita più profonda, quella che ancora oggi non si rimargina.

Non fu solo un’emergenza sanitaria. Fu, come ha ricordato, “una ferita morale. Una lacerazione profonda nel tessuto stesso della nostra comunità”. Parole che pesano, perché raccontano una verità che spesso si tende a rimuovere: non si trattò solo di virus, ma di relazioni spezzate, di addii negati, di famiglie sospese davanti a un telefono.

Chi c’era se lo ricorda bene. Le chiamate che non arrivavano. Quelle che arrivavano troppo tardi. Le voci stanche di medici e infermieri, soli nel momento più difficile, a pronunciare parole che nessuno dovrebbe mai dire senza una mano da stringere.

E allora quella stele, apparentemente semplice, diventa qualcosa di più. Non un monumento, ma un punto fermo. “C’era bisogno di un luogo, di un posto fisico, concreto, tangibile”, ha spiegato Fratini. Un luogo dove tornare quando il dolore riaffiora, perché “torna sempre”.

La pietra nera, con quella frattura che la attraversa, non è lì per caso. È una ferita visibile. Un segno che resta. “Attraverso quella ferita nella pietra si vede il cielo”, ha detto. Come a suggerire che tra ciò che abbiamo perso e ciò che resta esiste ancora un legame, una soglia aperta.

E poi c’è quel dettaglio che colpisce più di tutti: la superficie che riflette. “Restituisce il volto di chi si avvicina”. Non è solo memoria dei morti, ma responsabilità dei vivi. È uno specchio che obbliga a guardarsi dentro.

E infine la fiamma. Piccola, ostinata. “Una fiamma è vita… è la risposta più semplice e più vera che potevamo dare all’oscurità di quegli anni”. Non cancella il dolore, ma lo accompagna. Non chiude la ferita, ma la illumina.

Nel suo intervento, Fratini ha avuto anche il coraggio di dire ciò che molti pensano ma pochi ammettono: “Abbiamo rischiato di dimenticare molto in fretta”. Quelle promesse fatte nei mesi più duri – uscire migliori, riscoprire l’essenziale – si sono in parte dissolte. “Per un momento… abbiamo sfiorato la possibilità di essere davvero una comunità. E poi quella possibilità è scivolata via”.

È forse questo il passaggio più amaro. Non solo il dolore vissuto, ma il rischio che quel dolore sia stato inutile. “Rischiamo di aver sofferto invano”.

E allora il senso di questa commemorazione sta tutto qui: non lasciare che accada. Non permettere che quei giorni diventino solo una parentesi archiviata. Non ridurre quelle vite a numeri.

“Il vostro dolore non è solamente privato. È nostro. Appartiene a questa città. Appartiene a questa Valle”. È una dichiarazione forte, quasi un impegno pubblico.

Oggi, davanti a quella pietra, Aosta non ha celebrato una ricorrenza. Ha fatto qualcosa di più difficile: ha guardato dentro una ferita ancora aperta.

E forse, proprio per questo, più vera.

pi.mi.

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