Erano da poco passate le sei del mattino quando il silenzio ancora sospeso sull’alba di Aosta è stato squarciato da urla improvvise nei corridoi del Pronto Soccorso dell’Ospedale regionale Umberto Parini. Lì dove la notte e il giorno si confondono, dove il dolore arriva senza preavviso e il personale sanitario lavora con gli occhi stanchi ma le mani ferme, un paziente in fase di triage ha perso il controllo. In pochi istanti la tensione si è trasformata in aggressione.
Coinvolti un medico, un’infermiera e un operatore socio-sanitario. Nessuno, fortunatamente, ha riportato lesioni. Ma sarebbe miope fermarsi al dato clinico. Perché ci sono ferite che non si vedono nei referti, che non richiedono punti di sutura ma sedimentano nella memoria di chi ogni giorno indossa un camice per curare, non per difendersi.
Le procedure di sicurezza sono scattate immediatamente. La chiamata alle forze dell’ordine, l’arrivo tempestivo della Polizia di Stato, l’allontanamento dell’aggressore. In pochi minuti l’ordine è stato ristabilito e l’attività del Pronto Soccorso è ripresa regolarmente, come se nulla fosse. Ma nulla, in realtà, è più come prima quando la soglia della violenza viene varcata.
L’Azienda USL della Valle d’Aosta ha espresso solidarietà agli operatori coinvolti e ha ribadito la condanna di ogni forma di violenza. Parole doverose, certo. Il direttore sanitario, Mauro Occhi, ha parlato di “continua pressione sugli operatori”, di “crisi del patto di fiducia tra cittadini e camici bianchi”, di un’aggressività verbale che troppo facilmente scivola nelle vie di fatto. È un passaggio che colpisce: la rottura del patto di fiducia. Perché la sanità pubblica si regge proprio su quel patto fragile e prezioso, su quell’alleanza silenziosa tra chi cura e chi si affida.
Il direttore del Pronto Soccorso, Stefano Podio, ha ringraziato il personale per la lucidità dimostrata. E viene da immaginare quella lucidità come una diga improvvisata contro l’onda della furia, mentre altri pazienti attendono, mentre qualcuno soffre, mentre il turno non è ancora finito.
Si dice che a livello nazionale le aggressioni nei Pronto Soccorso siano una piaga diffusa. Qui, in Valle d’Aosta, i numeri sono ancora contenuti. Ma è proprio questa apparente modestia del fenomeno che deve inquietare: perché ogni episodio è un segnale, ogni scatto d’ira è una crepa. E le crepe, se ignorate, si allargano.
Il Pronto Soccorso non è un ring, non è un tribunale sommario, non è il luogo dove scaricare frustrazioni accumulate contro un sistema percepito come lento o distante. È un luogo di cura. E chi vi lavora non è un bersaglio mobile, ma un presidio di umanità in momenti spesso drammatici.
C’è un clima che cambia, Piero. Lo si avverte nelle parole, nei toni, negli sguardi. La sanità pubblica è sotto pressione, e con essa chi la rappresenta in prima linea. Se la violenza diventa una scorciatoia emotiva, se l’insulto precede il dialogo e la mano alzata sostituisce la protesta civile, allora non è solo un problema di ordine pubblico. È una frattura sociale.
Oggi è andata bene. Nessun ferito, nessun ricovero tra chi stava lavorando per curare altri. Ma la domanda resta sospesa nei corridoi del Parini: quanto ancora possiamo permetterci di considerare questi episodi come eccezioni? Perché quando anche l’alba diventa un momento di paura, significa che qualcosa, nel nostro patto di comunità, si è incrinato davvero.













