Di Angela Ambrogetti - ACI Stampa
Dopo una lunga pausa riprende la tradizione della benedizione degli agnelli per la festa di Sant'Agnese, che si celebra nella basilica sulla via Nomentana, da parte del Papa. Questa mattina, nella Cappella di Urbano VIII, sono stati presentati al Pontefice i due agnelli la cui lana sarà utilizzata per confezionare i palli dei nuovi Arcivescovi metropoliti. Papa Francesco aveva interrotto questa tradizione romana, che affonda le radici nella storia della città e del Papato.
Il pallio destinato agli Arcivescovi metropoliti è costituito da una stretta fascia di stoffa, tessuta in lana bianca e decorata da sei croci in seta nera.
Da 500 anni le monache di Santa Cecilia in Trastevere si prendono cura delle pecorelle che forniscono la lana per le vesti liturgiche di pontefici e vescovi. Ogni 21 gennaio, nelle stanze del Palazzo Apostolico in Vaticano, si sente un insolito belare. In una grande cesta decorata con fiori bianchi e nastri rossi, due agnellini appena nati vengono presentati al Papa.
Solennemente trasportata, la cesta sale le grandi scalinate cinquecentesche fino alla cappellina a fianco della Biblioteca, dove il Pontefice riceve i suoi ospiti. Il Papa li benedice, li accarezza, recita una preghiera e saluta l’Abadessa del monastero di Santa Cecilia in Trastevere e l’Abate delle Tre Fontane. Un rito antichissimo, che si celebra da più di 500 anni.
Anche quest’anno, la cerimonia si è ripetuta nella Cappella di Urbano VIII, al secondo piano del Palazzo Apostolico, splendidamente affrescata da Pietro da Cortona e in genere parte del percorso dei Musei Vaticani. Il pallio viene indossato sopra la casula, la veste liturgica con cui si celebra la Messa, dal Papa e dai vescovi che guidano le diocesi più grandi e più antiche e che hanno un legame storico particolare con il Papato.
Le origini di questo indumento si perdono nella notte dei tempi. Qualcuno lo fa derivare dalle vesti dei sacerdoti israeliti, altri dalla sciarpa che indossava l’imperatore romano durante importanti atti pubblici. Sta di fatto che, fin dai primi secoli del cristianesimo, il pallio fa parte delle vesti dei vescovi e, in particolare, di quello di Roma, il Papa. La cosa certa è che il pallio deve essere di lana, e di lana particolarmente pura, bianca e trattata secondo regole antiche e precise.
A cominciare dalle pecore. Due agnellini rappresentavano la tassa che il Monastero di Sant’Agnese sulla Nomentana pagava alla Basilica di San Giovanni in Laterano, dove risiedeva il Papa fin dai tempi della figlia del grande imperatore Costantino. Quando il monastero femminile di Sant’Agnese fu chiuso, gli agnelli vennero donati da altri monasteri, ma sempre, nel tragitto in solenne processione verso il Laterano, si sostava sulla tomba della martire Agnese, prima di portarli alle monache di Santa Cecilia a Trastevere.
Lì vivevano monaci, monache e laici che si dedicavano al lavoro manuale e, nel monastero di Santa Cecilia, svilupparono l’arte della lana, imparando a curare gli agnelli, a cardare e a tessere la lana per il prezioso indumento papale. Dopo la presa di Porta Pia, i beni della Chiesa furono espropriati e, per qualche tempo, fu addirittura il governo italiano a pagare le spese per gli agnellini. Dal 1909, se ne occuparono i trappisti dell’Abbazia delle Tre Fontane a Roma. La tradizione proseguì senza interruzioni.
Oggi, gli agnellini, dopo la benedizione del Papa, dal Vaticano arrivano a Trastevere accolti dal canto delle monache, lo stesso che per secoli accompagnava la processione per le strade di Roma. Fino a Pasqua la lana viene lasciata crescere con cura. Dopo la tosatura, si lava e si asciuga all’aria, ma non al sole, che la farebbe ingiallire. Si passa quindi alla cardatura, fatta ancora con gli antichi procedimenti per renderla soffice, e alla pettinatura, eseguita con ferri caldi che sciolgono gli ultimi nodi. Infine si fila e si tesse.
Ormai i pallii vengono confezionati in modo più industriale, ma il 24 giugno, festa di San Giovanni Battista, uno dei patroni di Roma, vengono portati in Vaticano e restano davanti alla tomba di San Pietro fino alla Messa del 29. È allora che il Papa li dona solennemente a una ventina di vescovi metropoliti.












