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FEDE E RELIGIONI | 21 gennaio 2026, 12:00

Giornata del malato, Leone XIV: l’amore non è passivo, si prende cura dell’altro

Nel suo messaggio per la 34ª edizione della Giornata Mondiale del Malato, che si celebrerà a Chiclayo, in Perù, Papa Leone XIV richiama gli anni trascorsi in quella terra come missionario e vescovo, dove ha toccato con mano misericordia e compassione verso un dolore che “ci commuove” e che, proprio per questo, non è mai “estraneo”. Contro la cultura “della fretta”, il Pontefice invoca una vicinanza capace di trascendere le “norme rituali”, aprendo anche a una rinnovata visione dell’autostima, non più fondata su stereotipi di successo, carriera o posizione sociale

Giornata del malato, Leone XIV: l’amore non è passivo, si prende cura dell’altro

La passività implica un’estraneità che stride con lo struggimento che riempie il pianto quando una persona si ammala. Eppure, travolti dall’urgenza continua di fare in “fretta”, anche l’amore e la vicinanza diventano una “decisione” da compiere, rompendo le “norme rituali”. Prendersi cura dell’altro fa stare bene non soltanto il prossimo, ma anche sé stessi, perché dischiude una nuova forma di autostima, fondata sulla compassione e non sugli stereotipi del successo, della carriera o della posizione sociale. Nel messaggio pubblicato il 20 gennaio, Leone XIV attinge direttamente alla propria esperienza pastorale a Chiclayo per invitare ad “amare portando il dolore dell’altro”, sulle orme del Buon Samaritano.

È proprio la parabola del Vangelo di Luca il filo conduttore del messaggio per la Giornata che ricorrerà l’11 febbraio. Un testo che il Papa definisce “sempre attuale” e necessario per riscoprire “la bellezza della carità” e la “dimensione sociale della compassione”. Un valore che, riprendendo quanto affermato nell’enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco, non si riduce a un “mero sforzo individuale”, ma trova il suo compimento nella relazione.

Viviamo immersi nella cultura della rapidità, dell’immediatezza e della fretta, ma anche dello scarto e dell’indifferenza, che ci impedisce di avvicinarci e di fermarci lungo il cammino per guardare i bisogni e le sofferenze che ci circondano. Rievocando il racconto evangelico, Leone XIV ricorda che il Buon Samaritano, vedendo un uomo ferito lungo la strada verso Gerico, non è “passato oltre”, ma si è fermato, offrendogli “vicinanza umana e solidale” e, come sottolineava Papa Francesco, donandogli soprattutto “il proprio tempo”.

La morale non risiede tanto nell’identificazione del prossimo, quanto nel farsi prossimi. Una chiave di lettura già affermata da sant’Agostino, secondo il quale “nessuno è prossimo di un altro finché non gli si avvicina volontariamente. Perciò si è fatto prossimo colui che ha avuto misericordia”. L’amore, ribadisce Leone XIV, non è passivo: va incontro all’altro. Essere prossimo non dipende dalla vicinanza fisica o sociale, ma dalla decisione di amare. Per questo il cristiano si fa prossimo di chi soffre, seguendo l’esempio di Cristo, vero Samaritano divino che si è avvicinato all’umanità ferita.

La compassione non può ridursi a semplice “filantropia”, ma deve tradursi in segni di partecipazione personale alla sofferenza altrui, andando oltre i propri bisogni, fino a fare in modo, come insegnavano Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est e san Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Salvifici doloris, “che la nostra persona sia parte del dono”.

Richiamando l’esperienza di san Francesco d’Assisi, Leone XIV ricorda come l’incontro con i lebbrosi gli avesse permesso di scoprire “la dolce gioia di amare”. Anche sant’Ambrogio sottolineava che il dono dell’incontro nasce “dal legame con Gesù Cristo, che riconosciamo come il Buon Samaritano che ci ha portato la salvezza eterna e che rendiamo presente quando ci chiniamo davanti al fratello ferito”. Essere uno nell’Uno significa vivere la vicinanza, la presenza e l’amore ricevuto e condiviso, godendo della dolcezza dell’incontro.

Un’altra postura del Buon Samaritano evidenziata dal Papa è la compassione, intesa come un’emozione profonda che spinge all’azione e che nasce dall’interiorità per generare impegno verso la sofferenza altrui. Non è teorica né semplicemente sentimentale, ma si traduce in gesti concreti: “si avvicina, medica le ferite, si fa carico e si prende cura”. Tutto questo non avviene in modo isolato, perché il samaritano affida l’uomo ferito a un albergatore, chiamato anch’egli a prendersene cura, “come noi siamo chiamati a incontrarci e a costruire un ‘noi’ più forte della somma delle singole individualità”.

Leone XIV richiama la propria esperienza in Perù, dove ha potuto constatare come familiari, vicini, operatori sanitari e persone impegnate nella pastorale sanitaria condividano misericordia e compassione, fermandosi, avvicinandosi, curando, accompagnando e offrendo ciò che hanno. In questo intreccio di relazioni, la compassione assume una dimensione sociale che supera il mero impegno individuale.

I riferimenti alla cura del malato ricorrono anche nell’esortazione apostolica Dilexi te, nella quale il Pontefice indica questa attenzione come parte essenziale della missione ecclesiale e come autentica “azione ecclesiale”. Citando san Cipriano e il diffondersi della peste nel suo tempo, Leone XIV osserva come proprio nelle situazioni di sofferenza si misuri la “salute” di una società: se i sani servono i malati, se i parenti amano con rispetto i loro congiunti, se i medici non abbandonano chi chiede aiuto.

“Essere nell’Uno”, ribadisce il Papa, significa aderire all’essere membra di un solo corpo, nel quale ciascuno, secondo la propria vocazione, porta la compassione divina per la sofferenza universale. “Il dolore che ci commuove non è un dolore estraneo, è il dolore di un membro del nostro stesso corpo del quale il nostro Capo ci comanda di prenderci cura per il bene di tutti”.

Nel riflettere ulteriormente sulla vicinanza al malato, Leone XIV richiama il duplice comandamento evangelico dell’amore a Dio e al prossimo, due affetti distinti ma inseparabili. Il primato dell’amore divino implica un’azione compiuta senza interesse personale né ricerca di ricompensa, come manifestazione di un amore che trascende le norme rituali e si traduce in un culto autentico: servire il prossimo è amare Dio nei fatti.

Questa prospettiva permette anche di riscoprire il vero significato dell’amore verso sé stessi, liberando l’autostima da stereotipi di successo, carriera o posizione sociale, e recuperando la giusta collocazione personale davanti a Dio e al fratello. Come scriveva Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate, la persona umana si realizza nelle relazioni interpersonali: non isolandosi, ma ponendosi in relazione con gli altri e con Dio.

Il Papa conclude auspicando uno stile di vita che non rinunci a una dimensione “samaritana”, inclusiva e coraggiosa, impegnata e solidale, radicata nell’unione con Dio. Infiammati da questo amore divino, si potrà davvero donarsi per il bene di tutti i sofferenti, in particolare dei fratelli malati, anziani e afflitti.

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