Infatti, puntuale come la tredicesima ai politici, è arrivata l’ondata: migliaia di post strabordanti di auguri, promesse, speranze confezionate come pandori industriali. A leggere certa roba sembravi catapultato nel paradiso dei buoni, quello dove tutti si vogliono bene e nessuno ha mai sentito parlare di bollette da pagare.
Auguri scoppiettanti, con gif di bottiglie spumeggianti, faccioni sorridenti di politici e giornalisti che fino a ieri ignoravano bellamente l’esistenza dei poveri in Italia e delle guerre nel mondo e che, improvvisamente, si sono svegliati il primo gennaio come san Francesco con lo smartphone, pronti ad augurare felicità e prosperità all’universo mondo.
Che tenerezza, davvero. Che autenticità commovente.
Nemmeno ventiquattro ore dopo, puntualissimo come un orologio svizzero, sono ripiombato nella realtà: insulti, immagini, video, commenti straboccanti di cattiveria, crudeltà, incitamento alla guerra, all’odio, alla divisione. Il paradiso dei buoni si è rivelato per quello che era: un siparietto di cartapesta che dura lo spazio di un brindisi sobrio.
E allora, da bravo masochista intellettuale, ho voluto capire cosa significhi davvero questa parola: odio. Ho chiesto lumi a Wikipedia e all’intelligenza artificiale, tanto per fare il raffronto tra sapienza antica e oracolo algoritmico.
La parola deriva dal latino odium, che indicava un sentimento di avversione profonda, un rifiuto viscerale verso qualcuno o qualcosa. Non era solo un’emozione passeggera: era una postura dell’anima, un modo di collocarsi nel mondo. Poetico, quasi nobile.
Si dice che l’odio sia un sentimento primitivo, roba da cavernicoli che si scannavano per l’osso migliore. Ma a guardare il mondo di oggi viene il sospetto che l’evoluzione abbia preso l’uscita sbagliata, tipo quando metti il navigatore e ti ritrovi in un campo di rape invece che in autostrada. Siamo tornati al casello dell’età della pietra, solo con più schermi LED e meno peli sul petto.
Ieri si odiava il fascismo, il nazismo, le persone genuinamente crudeli. Era un odio che almeno aveva la decenza di avere un senso, di rivolgersi verso chi faceva del male vero. Poi sono arrivati i media moderni — quelli che ti spiegano pazientemente chi devi odiare oggi, perché lasciare che tu pensi da solo sarebbe pericoloso, come dare le chiavi della macchina a un quindicenne ubriaco.
Così ci hanno insegnato a odiare gli immigrati, i poveri, i diversi, quelli che pregano un Dio con un nome impronunciabile. E tutto questo mentre ci rassicuravano che era per il nostro bene, come quelle medicine amare che “fidati, fanno bene”. E intanto i politici, con la grazia di un piazzista di materassi, ci spingono a odiare chiunque serva da distrazione mentre loro, nel frattempo, apparecchiano guerre come fossero pranzi domenicali.
E allora uno prova a ragionare, a dire: “Io non mi faccio influenzare, io sono un libero pensatore”. Poi guarda le immagini, ascolta le notizie, vede i morti veri, le case vere che crollano, i bambini veri che non piangono più, e scopre che l’odio non è solo un virus mediatico, ma una reazione chimica dell’anima. Una combustione spontanea.
Così capita di odiare Israele per il massacro che sta compiendo — e chiamarlo “operazione di difesa” è come chiamare un incendio doloso “riscaldamento urbano spontaneo”. E capita di odiare i politici europei che parlano di pace con una mano mentre con l’altra lucidano le armi da mandare al fronte. E capita di odiare tutto quel teatrino di potere che pretende pure l’applauso finale, come se fossimo a una prima alla Scala e non davanti a un cimitero di speranze.
E non è un odio cieco, no. È un odio lucido, consapevole, chirurgico. È l’odio di chi vede troppo chiaramente e non riesce più a fingersi cieco. È l’odio di chi non vuole diventare complice, di chi non sopporta l’idea che la storia si ripeta come una sit-com mal scritta: sempre gli stessi personaggi, sempre lo stesso copione, sempre lo stesso pubblico decerebrato che applaude perché non sa più cos’altro fare.
E allora sì, forse odiamo. Ma almeno odiamo con cognizione di causa, con una certa eleganza morale, con la consapevolezza che il nostro odio non serve a distruggere, ma a ricordarci che siamo ancora vivi, ancora umani, ancora capaci di indignarci davanti all’ingiustizia.
Che poi, a ben vedere, in tempi come questi restare indignati è quasi un atto rivoluzionario. O, quantomeno, è l’unica cosa che ci resta per non diventare complici sorridenti di questo carnaio.
Bentornati nel 2026.
Stesso circo, nuovi pagliacci.













