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Il rosso e il nero | 11 gennaio 2021, 10:30

LE COSE CHE CI MANCANO

Nel tempo è come se si fosse determinata "una doppia cittadinanza", tra chi considera il francese una sorta di élite culturale e aristocratica e chi, invece, lo considera soltanto uno strumento, un pedaggio da pagare per garantirsi una "sine cura" negli apparati burocratici

LE COSE CHE CI MANCANO

Sembra che la pandemia abbia messo la museruola alla politica valdostana, eppure le cose da fare sono tante e di notevole rilievo. Prima fra tutti c'è la questione di rivedere e modernizzare la nostra Autonomia. Dopo 70 anni dal 1948 il nostro Statuto mostra tutti i segni logoranti del tempo e da molte parti si avverte la necessità di una Nuova Autonomia.

A cascata e, sempre in chiave di modernizzazione istituzionale, seguono una serie di problemi sui quali è caduta la polvere del tempo: una riorganizzazione degli apparati burocratici ( compresa la regionalizzazione della scuola e della sanità sul piano ordinamentale della gestione del personale, visto che è la Regione che ne sopporta il costo e non lo Stato); il rilancio di un "bilinguismo effettivo" (due lingue una comunità); una revisione sostanziale della legge elettorale che consenta, garantendo la stabilità, l'elezione diretta  dal popolo del Presidente della Giunta regionale. In pratica si tratta di disegnare una nuova Valle d'Aosta, più vicina al sentire comune di un popolo e più aperta alla ricerca e alla pratica della cultura e della bellezza, valori che i padri fondatori (Chanoux e Chabod in primis)  hanno cercato di tramandarci.

Valori che, invece, appaiono smarriti, perché è come se si fosse smarrita quella coscienza di "terra promessa", garantita solo in parte dallo Statuto del '48 e che attende di essere completata. E' come se fossimo tutti preda di una sorta di amnesia progressiva che sta portando a dimenticare anche quanto è costato poter affermare il particolarismo, la specificità, il bilinguismo. E, a proposito di bilinguismo, è il caso di auspicare un "bilinguismo effettivo" che non abbia nulla a che vedere con quello corrente.

Nel tempo è come se si fosse determinata "una doppia cittadinanza", tra chi considera il francese una sorta di élite culturale e aristocratica e chi, invece, lo considera soltanto uno strumento, un pedaggio da pagare per garantirsi una "sine cura" negli apparati burocratici. E per restare nel campo burocratico, si avverte sempre più la necessità di una classe dirigente all'altezza delle sfide che ci sono davanti, bandendo il sistema della cooptazione dall'alto e affermando il principio del merito e della formazione continua.

Basterebbe mettere in piedi per l'occasione una struttura permanente, confrontandosi con le migliori pratiche sul campo, insomma ricorrendo anche al benchmarking. Ma tutto quello che stiamo dicendo richiede una gestione della cosa pubblica che possa contare su una stabilità governativa. Per questo insistiamo, ancora una volta, su una riforma elettorale imperniata sull'elezione diretta del Presidente della Giunta da parte del popolo.

Sarebbe questa una vera svolta costituzionale per la gestione del potere, con una netta separazione tra chi ha il compito di dare indirizzi politici e chi deve realizzarli. Potrebbe essere questa la svolta che, oltre a garantire stabilità, efficienza ed efficacia della attività amministrativa, ridurrebbe notevolmente la possibilità di voti di scambio, accordi sottobanco e pericolose contiguità e connivenze.

Romano Dell'Aquila

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